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Il patrimonio pubblico: dismetterlo o recuperarlo?

– Nel corso del seminario, tenutosi il 30 settembre presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), dedicato all’analisi del patrimonio pubblico italiano, l’economista di Cassa Depositi e Prestiti Edoardo Reviglio ed il dirigente generale del Tesoro Stefano Scalera hanno prospettato dati e considerazioni interessanti ai fini della definizione di una strategia di attuazione di un nuovo piano di dismissione di patrimonio immobiliare pubblico e di cessione di partecipazioni quotate, i cui incassi sarebbero destinati ad abbattere il debito pubblico.

La riflessione più importante che emerge dalle analisi condotte riguarda la redditività media del patrimonio pubblico, attualmente attestata su valori assai modesti. Da una valutazione condotta da Stefano Scalera su immobili, concessioni e partecipazioni, incluse quelle possedute dagli Enti locali, risulterebbe che complessivamente, attuando provvedimenti di recupero di efficienza e di razionalizzazione, è possibile incrementare il reddito annuo di 5 miliardi di euro, conseguibili entro il 2015, ed ulteriori 4,8 miliardi dal 2020. Attualizzando ad un tasso del 5 per cento i suddetti flussi a vita intera, risulterebbe un impatto assai rilevante sull’abbattimento del debito, valutabile in circa 170 miliardi.

Se ne deduce dunque che, ai fini dell’abbattimento del debito,nel breve periodo le dismissioni hanno un maggiore impatto ma nel lungo periodo è più efficace, ove possibile, perseguire il recupero di rendimento del patrimonio.
A nostro avviso, a questa deduzione se ne aggiungono altre non meno importanti che attengono sia alla rilevanza strategica della partecipazione oggetto di cessione sia all’apprezzamento che il mercato ne darebbe in questo momento di crisi finanziaria globale.

In merito a quest’ultima considerazione, prendiamo a titolo esemplificativo il caso dell’ENI, in cui lo Stato detiene una posizione di azionista di riferimento controllando una quota azionaria complessiva del 30,3 per cento: 3,93 per cento attraverso Cassa Depositi e Prestiti e il 26,37 per cento direttamente attraverso il Tesoro. Stante una quotazione media del titolo, registrata nel corso dell’ultimo mese (13,3 euro), ne deriverebbe una capitalizzazione globale di circa 48 miliardi, con valore dunque della quota in possesso dello Stato di circa 14,6 miliardi.

A raffronto con tale valutazione estremamente penalizzante, una stima prudenziale del valore del titolo, basata sull’applicazione del modello di crescita di Gordon (ipotesi di base: dividendo atteso di 1,15 euro per azione, tasso di rendimento del titolo di 8,25 per cento, tasso di crescita perpetua del dividendo del 3 per cento nominale, che al netto di inflazione darebbe un modesto tasso di crescita reale di circa 1 per cento) porterebbe ad un valore atteso dell’azione di circa 23 euro, con una capitalizzazione di 82 miliardi ed un corrispondente valore della partecipazione dello Stato di circa 25 miliardi.

Una ipotetica cessione della partecipazione al prezzo medio dell’ultimo mese comporterebbe dunque, in termini di minore incasso,  una perdita potenziale di oltre 10 miliardi. In misura più ridotta, analogo ragionamento si può applicare ad ENEL.

Per quanto concerne la rilevanza strategica di una partecipazione pubblica nel settore energetico sembra persino superfluo ricordare come le iniziative di sviluppo dell’attività dell’ENI abbiano in passato influenzato, in taluni casi persino in misura fin troppo pervasiva, scelte e posizionamenti del nostro Paese in politica estera; d’altro canto l’interventismo nella vicenda libica, manifestato congiuntamente da Nicolas Sarkozy e David Cameron, sembrano confermare il fatto che questa sinergia tra politica estera e interessi energetici non costituisca una prerogativa esclusiva del nostro Paese.

Certamente anche il processo di recupero di redditività del patrimonio pubblico prospetta un percorso irto di ostacoli con possibili ricadute, nel breve periodo, di tipo recessivo e inflazionistico, se non viene contestualizzato con incisive politiche di sviluppo. In termini più espliciti, per conseguire l’obiettivo, due sono le leve principali su cui, in assenza di vincoli, è possibile agire: recupero di efficienza, in primo luogo attraverso il conseguimento di economie di scala con presumibili tagli, oltre che degli sprechi nell’approvvigionamento di beni e servizi, anche di strutture direzionali e mano d’opera in esubero nonché adeguamento, per quanto possibile, a valori di mercato della remunerazione del capitale investito nella erogazione di servizi pubblici (trasporti in particolare).

A titolo esemplificativo, aver finora assunto a carico della fiscalità generale la remunerazione del capitale investito nella costruzione delle reti ferroviarie (ad eccezione, ma solo parzialmente, di quelle ad alta velocità) ha ingiustamente penalizzato il cittadino contribuente rispetto al cittadino utente. Meglio sarebbe stato adeguarsi agli standard tariffari europei, significativamente più elevati, tutelando il pendolarismo lavorativo con agevolazioni sugli abbonamenti dei soggetti rientranti nelle fasce più basse di reddito.
Farlo adesso implicherebbe aumenti tariffari rilevanti con inevitabili effetti inflattivi; non farlo rende gli investimenti in infrastrutture non attrattivi per i capitali privati limitando, in carenza di risorse pubbliche, la disponibilità di fondi per il finanziamento degli stessi (mancanza dei presupposti di bancabilità dei progetti).

Sebbene siano lontani i tempi (inizio anni settanta) in cui la giunta del sindaco Zangheri coltivò l’utopia di offrire ai cittadini bolognesi servizi di trasporto pubblico gratuiti, rimane tuttora una diffusa corrente di pensiero orientata a ritenere che il finanziamento delle grandi infrastrutture debba basarsi sull’impiego esclusivo di risorse pubbliche a fondo perduto, e quindi a carico della fiscalità generale, piuttosto che essere, almeno parzialmente, sostenuto dal concorso di finanza privata, che ovviamente viene resa disponibile solo in presenza di una prospettiva di ritorno economico. Più sinteticamente si può affermare chein larghi strati dell’opinione pubblica del nostro Paese manchi la cultura della remunerazione del capitale investito.

In questo contesto di estrema ambiguità, in cui si predica il liberalismo ma nei fatti si pratica troppo spesso un dirigismo da socialismo reale, il sentiero su cui muoversi è assai angusto e potrebbe divenire impercorribile in presenza di chiusure ideologiche o, ancor peggio, di convergenze su ipotesi drogate (tipo diluizione nel tempo di nuove assunzioni di debito), imperniate sulla reiterazione di pratiche scellerate di occultamento di sabbia sotto il tappeto del salotto dei nostri figli e nipoti.


Autore: Andrea Verde

47 anni, laureato all’Università Bocconi di Milano in Economia aziendale, vive e lavora in Francia da oltre vent’anni. E’ stato responsabile del budget e del controllo di gestione della Polimeri Europa France, é giornalista indipendente, collabora attualmente con GBS Engeneering ed é membro del consiglio direttivo della No.Gaf. (Nouvelle Generation Africaine pour la France)

2 Responses to “Il patrimonio pubblico: dismetterlo o recuperarlo?”

  1. Filippo Biscarini scrive:

    L’articolo è interessante, ed io stesso -nel mio piccolo- ritengo che sia preferibile la valorizzazione del patrimonio pubblico piuttosto che una dismissione straordinaria (allo stesso modo sono di gran lunga meglio le riforme piuttosto che una tassazione straordinaria). Tempo permettendo, naturalmente (più si aspetta …).

    Vorrei però ribattere sul punto delle tariffe ferroviarie, per smentire la “favoletta” secondo cui nel resto d’europa i treni sarebbero più cari. Io ho vissuto a lungo in vari paesi europei (tra cui Olanda, Germania) e spendevo molto meno di quanto spendo oggi in Italia, per un servizio ferroviario (frequenza delle corse, capillarità delle tratte, confortevolezza e pulizia dei treni, flessibilità nell’acquisto dei biglietti) incomparabilmente migliore.

    Dire pertanto che in Italia i treni saranno sporchi e in ritardo, ma costano poco, è secondo me una storiella che si continua a dare in pasto ai cittadini.

    PS: a titolo d’esempio basta dare un’occhiata ai siti di Deutsche Bahn e Trenitalia e prenotare un treno in un giorno qualsiasi (ad esempio prima di Natale) tra due grandi città o tra due medie città. Notare la frequenza dei collegamenti, la durata di percorrenza e i prezzi! Senza contare che in Germania esiste la Bahncard.

  2. guido grossi scrive:

    se usiamo il patrimonio pubblico per garantire le sottoscrizioni dei titoli si stato italiani da parte delle sole famiglie italiane, riusciamo a sottrarci dai ricatti dei mercati finanziari, e lo mettiamo definitivamente al sicuro dalle tentazioni di chi, di tanto in tanto, propone di venderlo.. magari a prezzi stracciati e non trasparenti, come quelli ottenuti tramite le cartolarizzazioni.

    per una proposta completa in tal senso vedi
    https://www.facebook.com/notes/guido-grossi/debito-pubblico-soluzioni-dolci/265758553482527

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