Crescita zero, credibilità scarsa? Riattivare l’export del Made in Italy

 – L’economista americano Jeffrey Sachs, direttore del The earth Institute alla Columbia University, nel suo libro del 2011, The price of civilization, sostiene che nell’era della globalizzazione ci sia bisogno di più Stato. Ma è necessario che il suo ruolo sia aggiornato, in linea con le sfide specifiche di un’economia mondiale interconnessa. Un’idea nella quale l’export, il commercio estero, dovrebbe avere un ruolo centrale. Dovrebbe costituire uno dei focus delle politiche economiche.
Purtroppo, l’Italia segna pericolosamente il passo anche in questo settore strategico. Settore nel quale le azioni appaiono disarticolate, insufficientemente pianificate, anche forse a causa di una solida governance. Dopo la soppressione, a luglio, dell’Istituto per il commercio estero, e gli effetti disastrosi di questa decisione denunciati da centinaia di aziende, il Governo ha fatto marcia indietro. In occasione della prima delle due giornate romane degli Stati generali del commercio estero, alla fine di ottobre, è stato lo stesso Berlusconi ad annunciare la creazione di un’ ”Agenzia che lavorerà sotto la direzione dello Sviluppo economico e del ministero degli Esteri”. Un’Agenzia, più snella rispetto alla precedente e con il personale concentrato soprattutto all’estero. Anche su questo tema così sensibile si rileva la dualità, le idee divergenti di esponenti del Governo. Da un lato Paolo Romani, ministro dello Sviluppo, dall’altra Massimo Calearo, consigliere del premier per l’export. Con quest’ultimo che, raccogliendo l’auspicio di una parte degli imprenditori, ha rilanciato la creazione di un nuovo ministero del commercio estero.

Intanto in Europa, nel mondo, i Paesi giocano le loro partite potendo contare su più solide politiche estere, su più determinate politiche commerciali. Uno studio diffuso alla metà di agosto dall’area research di Banca Monte dei Paschi di Siena, sulla base del World investments prospects (il sondaggio effettuato dalle Nazioni Unite su un campione di 236 aziende multinazionali), offre un punto di osservazione privilegiato. Il sondaggio dell’Onu analizza i flussi degli investimenti diretti esteri nelle varie zone del pianeta nel biennio 2011-2012. L’indiscussa leadership della Cina non è minacciata né dagli Stati Uniti, né, tanto meno, dall’India e poi, a seguire, dal Brasile, dalla Russia, dalla Polonia e dall’Indonesia.

Interessante rilevare i principali fattori che guidano gli investimenti esteri in quei Paesi. In primis, la manodopera specializzata, ma anche un contesto istituzionale  stabile e orientato agli affari, e la qualità delle infrastrutture. Anche per questo l’Italia continua ad essere poco attrattiva. Proprio perché non offre alcuno dei requisiti necessari per competere in campo internazionale, come certifica il Doing Business della Banca Mondiale, inserendo l’Italia all’80 posto nel ranking dei Paesi nei quali è più semplice fare impresa.

Eppure, sarebbero numerosi i settori dell’economia italiana che potrebbero attirare gli investimenti delle multinazionali straniere. L’industria alberghiera, le costruzioni, la grande distribuzione, ma anche il manifatturiero, con meccanica e metallurgia oggetto d’interesse dei grandi gruppi internazionali, soprattutto asiatici.
E’ così che si perdono occasioni. Il Paese getta via la possibilità di crescere. I casi più recenti ed eclatanti sono quelli di Ikea: il colosso svedese prima ha rinunciato ad un progetto da 100 milioni di euro in provincia di Pisa. Poi ha annunciato il ritiro di un altro progetto di da 70 milioni in provincia di Torino. Ma non si tratta di casi isolati.

Accade anche, in taluni casi, che gli investimenti fatti nel nostro Paese assumano a tutti gli effetti il ruolo di enclave straniere, tentativi di penetrazione nel nostro mercato di aziende che vanno a competere con le nostre. Come nel caso della cinese Baic, quinto costruttore automobilistico della Cina, che apre una filiale a Torino. Ma che nel frattempo sta pianificando la creazione di un proprio centro tecnologico.
Il non essere riusciti ad essere competitivi sui mercati asiatici ha costituito una grave colpa. Anche se nel frattempo è stato possibile attivare rapporti con Paesi come il Brasile e rafforzarli con altri come la Libia, ad esempio. Attivandosi non sempre e soltanto nell’export di materie, dei marchi delle nostre imprese, ma anche in quello delle realizzazioni nel campo delle comunicazioni e delle realizzazioni architettoniche ed ingegneristiche.

Con la Libia i rapporti non sono nuovi. Nel febbraio trascorso il nostro Paese rappresentava il primo esportatore in terra libica con il 17,5 circa per cento delle importazioni, con un interscambio complessivo stimato nel 2010 di circa 12 miliardi di euro. L’elenco delle imprese che facevano affari in Libia comprendeva tra l’altro Telecom e Alitalia, Edison e Grimaldi, Visa e Saipem ed ancora Impregilo e il Gruppo Trevi. Sono cinque i settori nei quali gli italiani sono maggiormente impegnati. Impiantistica, costruzioni, trasporti, meccanica e mangimi industriali con la Martini Silos. L’importanza che il mercato libico riveste per il nostro Paese è dimostrata anche dalla presenza stabile in Libia di oltre 100 imprese. Il maggiore investitore è l’Eni, ma di rilievo è anche la presenza della Iveco, insieme alla Sirti, che unitamente alla francese Alcatel, ha avuto commesse per la fornitura e la messa in opera di oltre 7.000 chilometri di cavi di fibre ottiche. Così come contratti per forniture e formazione hanno ottenuto la Agusta-Westland e la Alenia Aermacchi.

Più nuovo è l’ingresso commerciale italiano in Brasile, dove in molti tra gli esperti pronosticano si debba indirizzare l’export del made in Italy. Un vero e proprio Eldorado verso il quale indirizzarsi nei prossimi tre/quattro anni. Alla base di tutto ci sarebbe la spendibilità dei nostri prodotti, dal design al cibo, passando per la moda. Ma anche la somiglianza di gusti come indiziano, ad esempio, gli scaffali dei supermercati, colmi di prodotti italiani a prezzi stellari. Peraltro con la prospettiva di non essere costretti al riposizionamento dell’offerta, come invece accade in Cina.

Il Paese emergente dell’America latina, la settima economia mondiale, è una prateria nella quale l’export italiano ha la possibilità di espandersi. Per facilitare questo processo, Kpmg, il network globale di società di servizi professionali, ha effettuato un monitoraggio nel quale, accanto alla presenza italiana in Brasile, trovassero posto anche i cosiddetti “assenti ingiustificati”. Insomma quelle imprese che pur avendone i requisiti risultano ancora non presenti. Sono invece già attive quasi 600 aziende, delle quali circa un terzo sono veri e propri impianti produttivi e circa 220 filiali commerciali. La metà ha a che fare con il settore della  meccanica, mentre le Pmi sono 450. Dal punto di vista dei settori, la leadership italiana é occupata dall’alimentare, mentre un posto comunque importante lo hanno i materiali da rivestimento, il tessile e la nautica.

Cosìl’Italia, il Paese nel quale è assai difficile fare impresa a causa dei tanti impedimenti, forse troverà la sua America in Brasile, il Paese delle tasse e dei dazi. Ecco perché lo sbarco in Brasile deve essere “mirato”, dal momento che premia l’investimento produttivo. Solo così si può aggredire questo mercato da 200 milioni di persone e dal portafoglio in crescita.
Ad aprile ad Hainan in Cina si sono incontrati i Brics. Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Sul tavolo la congiuntura internazionale, un’analisi dei flussi finanziari globali e nuove forme di cooperazione. I Brics sono nella posizione di reclamare più potere. Generano il 18% del Pil mondiale e nel 2010 hanno contribuito per il 60% alla crescita dell’economia. L’Italia ha la possibilità di giocare un’importante partita proprio in uno di quei Paesi. Una partita che le potrà offrire nuove risorse, forse, ma anche restituirgli un profilo più consono alla sua storia a livello internazionale. Alla politica il dovere di supportare questo auspicio.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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