di CARMELO PALMA – La questione adesso non è più se vi sia o meno un governo, perché chiaramente non c’è e non ci sono più neppure i numeri che ne giustificavano la finzione e surrogavano l’esistenza. La questione è se vi debba o meno essere un governo o se ne possa per i prossimi mesi far senza.

C’è ovviamente un lato oggettivo della questione e tanti soggettivi. Oggettivamente, il ricorso alle urne, rebus sic stantibus, non è una soluzione al problema, se il problema è quello che  i nostri “controllori” europei o internazionali ritengono per tale. Peraltro, anche se – come dice Vendola – il problema fossero le cose “sbagliate” che i controllori pretendono che noi si faccia, non ce ne libereremmo con le elezioni.

Difficile sperare che dalle urne esca qualcuno o qualcosa di buono. E “buono” sarebbe innanzitutto che il senso comune facesse pace col buon senso e che la competizione politica venisse liberata dal giogo (in senso clinico) bipolare: dalla sindrome (nei giorni pari) dell’onnipotenza e (nei giorni dispari) dell’impotenza.

C’è chi prova, anche in vista del voto, a fare professione responsabile di fiducia e di rigore – pensiamo, ovviamente, a quel tutto e niente che è oggi il Terzo Polo – ma che vinca le prossime elezioni neppure noi osiamo sperarlo. E che a destra e a sinistra le perdano al punto da fare del terzo incomodo l’arbitro della prossima legislatura, non ci sembra realistico (l’arbitro è chi decide per il sì e per il no, non chi sta nel mucchio dei giocatori).

Delle ragioni soggettive che fanno di questa o quell’altra forza un interlocutore ostile o disponibile ad un governo di responsabilità istituzionale è quasi inutile parlare. Non è che non servano, è che non contano. Se si andrà alle elezioni piuttosto che no dipenderà solo dalla tenuta o dallo smottamento del fortino berlusconiano, che se non è più così grande da tenere in piedi il governo, lo potrebbe essere abbastanza da ammazzare la legislatura, non essendo neppure immaginabile che le opposizioni si intestino un “ribaltone” (già sono riluttanti a fare il giusto, figurarsi il discutibile).

Che le sorti della maggioranza uscita dal voto segnino quelle della legislatura è istituzionalmente un wishful thinking e politicamente una variante del fiat iustitia et pereat mundus. Che si debba andare al voto se un governo si disfa non sta scritto né in Costituzione né altrove e che le elezioni siano, di per sé, un’exit strategy dipende dalla strategia e dalla “via d’uscita”. E le elezioni oggi – con questa legge elettorale, con queste coalizioni, con questo spirito – non ci porteranno fuori dai guai, ma rischiano di portarci ancor più fuori di senno.

Alla fine, per fare oggi il governo Monti c’è bisogno che Berlusconi molli o che il suo partito (per quello che è) lo molli o lo costringa a mollare. La prima cosa è impossibile, la seconda no. Ma che Monti (o chi per lui) vada a Palazzo Chigi  dopo elezioni fatte apposta per esorcizzare la “paura europea”, proprio ce lo possiamo scordare.