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Lavoro dal vento. Nuova occupazione dalla Green economy

Un’energia pulita e un’economia a bassa produzione di gas effetto serra  sono le chiavi principali  per aprire le porte a un mondo pacifico e prospero per tutti” ha sostenuto  al Fourth World Future Energy Summit del gennaio scorso il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon. Il tempo che verrà sarà cruciale, prima con la Conferenza di Rio de Janeiro sul clima, poi con l’anno Internazionale dell’ “Energia sostenibile per tutti”, nel 2012.

Anche in Italia le fonti rinnovabili sono un tema di grande interesse. Come dimostra il Festival interattivo sulla crescita personale e lo sviluppo energetico dell’Italia organizzato per il 5  novembre dall’associazione nazionale tutela energie rinnovabili a Roma, aperto dal Presidente  Gianfranco Fini. Le rinnovabili costituiscono un settore sul quale continuare ad investire. Idroelettrico, geotermico, solare, biomasse ed eolico settori decisivi per produrre non soltanto energia “pulita”, ma anche lavoro. Tanto più, quindi, sarebbe necessario puntare sulle fonti rinnovabili considerando la crisi. Tenendo sempre a mente che la lunga congiuntura ha bruciato decine e decine di migliaia di posti, dissolvendo tante certezze.

Anche per questo, non solo per la doverosa attenzione all’ecosistema, i risultati dello studio preparato recentemente dall’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento, e la Uil, sul potenziale occupazionale dell’industria eolica, mostrano un loro significativo appeal. I dati presentati all’Eolica Expo Mediterranean, il salone internazionale per l’energia dal vento, che si svolge nell’ambito di ZeroEmission Rome 2011, sono eloquenti. La green economy crea occupazione. Cinquemila posti di lavoro all’anno da ora al 2020, per complessivi più di 67.000 alla fine del periodo considerato. Nei prossimi nove anni in Italia vi saranno 19.431 posti di lavoro diretti  e oltre 48.000 nel comparto. Le previsioni collocano un primo picco di assunzioni nel 2012 ed un secondo tra il 2015 e il 2016.

L’energia del vento si appresta a diventare, finalmente, un importante bacino per l’occupazione. Anche nel nostro Paese. Soprattutto al Centro-Sud. Con ingegneri elettrici e meccanici, economisti, esperti in gestione e organizzazione e operai specializzati a trovare ampi spazi dalla Puglia all’Emilia Romagna. Secondo le proiezioni la regione che avrà maggiormente a giovarsi di questo exploit del comparto eolico sarà la Puglia con 11.714 nuovi occupati, seguita dalla Campania con 8.738, dalla Sicilia con 7.537, dalla Sardegna con 6.334 ed, infine, dalle Marche con 5.641.

L’offerta prevista trova le sue ragioni, innanzitutto in una crescita dell’attenzione verso le rinnovabili, oltre che negli incentivi nazionali e comunitari dedicati al comparto, senza tralasciare il miglior grado di efficienza delle turbine e degli impianti.

Naturalmente l’Italia segue il propizio trend europeo. Il suo, previsto, boom nel settore non é isolato.

Il dato va contestualizzato in uno scenario in cui le energie rinnovabili, complessivamente, sono in grado di creare almeno 250 mila occupati da qui al 2020. In Germania, ad esempio, le persone occupate nelle rinnovabili hanno già superato quelle del comparto automobilistico.

Tutta l’Europa punta sulle rinnovabili e, in questo contesto, l’eolico svolge un ruolo molto importante. In Danimarca già un quarto del fabbisogno energetico è soddisfatto dall’energia del vento, mentre in Italia l’eolico incide soltanto per il 3,2%.

Certo perché l’Italia cresca nell’eolico sono necessarie scelte nazionali sul tema energetico che favoriscano gli investimenti. Ma sono imprescindibili anche alcune condizioni: sviluppo dell’efficienza energetica, stabilità e sostenibilità degli incentivi, crescita delle filiere tecnologiche nazionali, sviluppo delle reti elettriche e semplificazione ed efficacia dei procedimenti autorizzativi.

Senza dimenticare la formazione delle figure professionali più ricercate dalle aziende che si occupano di progettazione, istallazione e gestione dei parchi del vento.
Senza figure professionali, preparate e capaci, l’intero progetto, la felice prospettiva occupazionale delineata dallo studio dell’Anev, svanirebbe. L’attenzione al problema é esplicitata concretamente dalla partnerschip tra Anev e Uil per l’attivazione di corsi, annuali, per la formazione di nuove figure. I corsi, dedicati ai professionisti provenienti da diverse esperienze didattiche e lavorative, hanno un duplice scopo. Didattico e occupazionale. Fornire informazioni e competenze necessarie per avere una salda formazione sull’universo dell’energia elettrica, ma anche quello di immettere i corsisti nel circuito delle imprese ed aziende che lavorano nel settore.

Il fatto che ad accedere a questi corsi siano laureati degli indirizzi più disparati, da Ingegneria Gestionale a Economia, da Economia ad Architettura, consente di comprendere un po’ meglio, da un lato, l’importanza dell’implementazione del comparto, dall’altro la riuscita di simili iniziative.

L’Italia, molte sue regioni, a partire dal Sud, può contare su un numero importante di Parchi eolici. Di estensione differente, a seconda del numero delle turbine. Dal Piemonte alla Sardegna. In Puglia quelli più grandi, a Celle San Vito e a Casone Romano contano su 156 e 94 turbine, in Sicilia quelli di Agrigento e Caltavuturo su 124 e 56, in Campania quelli di Lacedonia e Monte Falcone su 60 e 55 e in  Sardegna quelli di Monte Grighine e di Ulassai su 43 e 42. In diversi casi la loro realizzazione, come accaduto recentissimamente a quello di Poggio Tre Vescovi-Fresciano, progettato tra Emilia Romagna e Toscana,  provoca accese discussioni. Da una parte le ragioni delle aziende, dall’altra quelle degli ambientalisti. L’idea che il territorio debba essere salvaguardato é indiscutibile. Quel che appare meno condivisibile, a volte, é l’intransigenza cieca di quanti dicono no a qualsiasi operazione nei territori. A prescindere dal rispetto di alcuni requisiti. Naturalmente inderogabili. A prescindere dalla considerazione dei benefici che ne potrebbero risultare. A livello occupazionale, nel caso specifico, ma non solo. Per le persone che abitano quei territori. Che ci vivono e vorrebbero continuare a farlo. Il rispetto del territorio deve contemplare anche il cambiamento. L’importante é che a giovarsene siano le persone. La gente comune. 

 

 


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Lavoro dal vento. Nuova occupazione dalla Green economy”

  1. Stefano scrive:

    Tenendo conto che il settore della green economy è ampiamente sovvenzionato dallo Stato e dall’UE, qual’è il reale vantaggio economico per la collettività? Perché se uno guarda solo all’incremento occupazionale, allora la soluzione migliore sarebbero le dinamo a pedali.

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