– Una leggenda nazionalista araba, condivisa dall’islamismo radicale, vuole che gli ebrei non siano mai vissuti in Palestina, che Israele non sia mai esistito, né come attuale repubblica, né come antico regno ai tempi di Davide. Un’altra leggenda persistente nel mondo arabo (sia musulmano che cristiano) vuole che il Tempio, distrutto dagli antichi romani, sia solo una leggenda. Sarebbero addirittura fasulli i resti archeologici ritrovati sotto la Spianata delle Moschee a Gerusalemme, compreso il Muro Occidentale, su cui pregano gli ebrei di tutto il mondo. Infine, una parte non trascurabile di sacerdoti cristiani cattolici, non solo mediorientali, ma anche italiani ed europei, si è convinta che lo stesso Gesù di Nazaret, Gesù Cristo, non fosse affatto un ebreo, ma un palestinese. Arabo palestinese. Sebbene sia difficile convincersi che qualcuno vi creda (gli arabi erano molto più a Sud e la loro conquista della Palestina, notoriamente, risale a sei secoli dopo la nascita di Gesù), molta gente, anche in Italia, ci crede veramente. Merito dell’ignoranza o di qualche zelante professore di religione terzomondista, non è difficile trovare qualche giovane che sgrani gli occhi e chieda, retoricamente: “Ma va? Gesù era ebreo? Io ho sempre saputo che fosse palestinese!

Perché è importante ricordare queste leggende e soprattutto ricordare che leggende sono e restano? Perché da questa settimana, anche ufficialmente, possono diventare la verità ufficiale. L’Unesco, infatti, ha ammesso quale membro a pieno titolo l’Autorità Palestinese. Prima di ammetterla, l’organizzazione per la protezione dell’arte, della scienza e dei beni immateriali, aveva riconosciuto quali “siti palestinesi”, alcuni fondamentali luoghi sacri all’ebraismo. Sono già ufficialmente palestinesi la tomba dei patriarchi (luogo di sepoltura di Abramo, Isacco e Giacobbe) a Hebron, la tomba di Rachele e quella di Giuseppe. I palestinesi  tollerano che gli ebrei vadano a pregare in quei luoghi? Ufficialmente sì, in pratica no. Chi è stato almeno una volta in Israele sa che gli ebrei che si recano a Hebron alla tomba dei patriarchi devono farlo su pullman con i vetri anti-sfondamento. Il loro arrivo è spesso occasione di lanci di pietre contro bersagli ebraici da parte dei giovani e giovanissimi palestinesi. Se questa è una dimostrazione di intolleranza inter-religiosa, come dimenticare altri esempi recenti e meno recenti? Recenti: la distruzione delle sinagoghe, lasciate intatte dai coloni ebrei di Gaza, da parte di Hamas, subito dopo il ritiro israeliano. Succedeva nel 2005. Allora, non pochi commentatori, anche italiani, definirono una “provocazione” la scelta degli ebrei di lasciare intatte delle sinagoghe in una terra che sarebbe diventata musulmana. Esempio meno recente: fino al 1967 Gerusalemme era divisa fra Israele e Giordania. Il Muro Occidentale era Giordania. Gli ebrei potevano recarvisi solo dietro il consenso arbitrario delle autorità del regno arabo. Ogni occasione era buona per far entrare in azione i cecchini contro gli ebrei.

Anche in territorio israeliano, dove sono i musulmani a controllare un luogo santo, come la Spianata delle Moschee, sono le autorità religiose islamiche che decidono chi entra, come e quando. Tutti gli altri sono esclusi. Viceversa non succede: gli ebrei non possono controllare i loro luoghi sacri in territorio palestinese. Per la controparte, anche per il “moderato” Abu Mazen, quei luoghi non esistono nemmeno, come abbiamo visto nelle leggende diffuse in tutto il vasto mondo nazionalista e islamico. Nel suo discorso all’Onu, quando ha chiesto il riconoscimento per la Palestina, Abu Mazen ha parlato di terra santa per il Cristianesimo e per l’Islam. L’Ebraismo non lo ha nemmeno nominato, se non dietro l’etichetta di “sionismo”, che equipara al razzismo. Anche i vicini Fratelli Musulmani egiziani, nel loro programma elettorale del partito Libertà e Giustizia, parlano di necessaria protezione dei luoghi cristiani e musulmani di Palestina. Non di quelli ebraici.

Ebbene, l’Unesco, ammettendo la Palestina, ha legittimato esattamente questo atteggiamento di estrema intolleranza. E spiace vedere che l’Europa, non capendo fino in fondo quale sia la posta in gioco, si sia divisa. Abbia avuto addirittura una Francia pronta a votare per l’ammissione dell’Autorità Palestinese, assieme (fra gli altri) a Russia, Cina, India, Brasile. E alla piccola e cattolica Austria. Spiace constatare che l’Italia, in buona compagnia col Regno Unito, per motivi più diplomatici che culturali, abbia scelto di non scegliere una parte. E di astenersi. Nazioni della vecchia e della nuova Europa, quali Germania e Olanda, Lettonia e Romania, hanno invece seguito l’esempio degli Stati Uniti (che minacciano di chiudere il rubinetto dei finanziamenti all’Unesco) e hanno votato contro la Palestina. La cui ammissione all’Unesco è solo formalmente un atto di tolleranza e di mediazione: nella pratica, la comunità internazionale ha spianato la strada all’intransigenza, al rifiuto, all’ostilità culturale e militante contro il popolo ebraico in Medio Oriente.