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Vietato dire ‘Moncler’. Tra lotta alla contraffazione e rischi per la libertà di opinione

– Proprio nei giorni in cui gli attivisti digitali di La Quadrature du Net rilanciano la loro battaglia contro un trattato segreto, ACTA, che con la scusa della lotta alla contraffazione rischia di limitare fortemente la libertà di espressione online, anche in Italia il legame tra i due temi potrebbe avere conseguenze nefaste. O almeno, ne sono convinti Aiip e Assoprovider, associazioni che rappresentano i soggetti che forniscono l’accesso alla navigazione in rete. E che hanno presentato ricorso contro la decisione del Tribunale di Padova di disporre il sequestro preventivo di 493 siti.

A richiedere il provvedimento che ne stabilisce il contestuale oscuramento, l’azienda del celebre piumino. Che ha ottenuto il blocco dell’accesso dall’Italia ai siti, in buona parte localizzati all’estero, non solo sulla base dell’ipotesi che tramite questi ultimi fosse all’opera una contraffazione del marchio Moncler, ma anche e soprattutto che sia sufficiente la presenza dell’espressione ‘Moncler’ nel loro dominio per configurare una violazione degli articoli 474 e 517 del codice penale. Cioè quelli riguardanti rispettivamente i reati di «introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi» e «vendita di prodotti industriali con segni mendaci».

Per Fulvio Sarzana, legale specializzato in diritto informatico che assiste i provider nel loro ricorso contro la decisione del Tribunale, l’ipotesi è irricevibile. Per spiegarne la ragione a Libertiamo, ricorre a una metafora: «È come se il giudice per le indagini preliminari, sapendo che a Padova c’è un negozio che vende oggetti contraffatti, senza controllare se venda o meno merce contraffatta, avesse bloccato le strade della città per impedire che i cittadini lo raggiungano». In altre parole, argomenta Sarzana, «blocchi di massa senza passare per un regolare processo non devono essere possibili. E non c’è nelle indagini nulla che faccia pensare che il giudice guardato cosa c’è in questi 500 siti. Intanto si chiude, questa è la logica».

Secondo Sarzana, ciò equivale a un incentivo a chi voglia eliminare dal web le voci ritenute scomode. Perché «oggi è stato fatto per i marchi, domani potrebbe essere fatto per la diffamazione». Un precedente che apre a uno scenario dove i provider diventano sempre più responsabili dei contenuti dei loro utenti. E che configura un «danno concorrenziale», conclude, nei confronti dei fornitori di servizi in Italia, dato che gli utenti che si vedranno inibito l’accesso da quelli italiani, potranno rivolgersi a provider esteri.

Guido Scorza, avvocato tra i più attenti al digitale e presidente dell’Istituto per le politiche dell’innovazione, ritiene la decisione del Tribunale di Padova problematica. Prima di tutto, «a prescindere dal merito, da perché lo si faccia, il sequestro preventivo attraverso blocco dei Dns (Domain name system, ndr) non esiste nell’ordinamento giuridico». Inoltre è sbagliata, anzi «sbagliatissima» dal punto di vista del metodo, l’idea di «mettere 500 siti nello stesso calderone», e renderli tutti irraggiungibili. Al loro interno, infatti, figurano siti del tutto innocui, come monclerfans.com o ilovemoncler.com, orientati alla gestione di una community interessata al marchio e non alla vendita di prodotti contraffatti. Tanto più che «visto che stiamo parlando di proprietà industriale», prosegue Scorza, «avrebbe avuto senso una semplice riassegnazione dei nomi di dominio».

Più articolato il giudizio nel merito. «Bisognerebbe chiedersi se le persone che hanno registrato quei domini contenenti il nome ‘Moncler’ ne avessero il diritto», spiega Scorza. Che risponde: «In nove casi su 10, direi di no». Insomma, se da un lato è un errore l’idea di saltare a piè pari la giustizia ordinaria e le sue note lungaggini e procedere «per via sommaria o cautelare» (con il conseguente sequestro preventivo), dall’altro quella dei provider è una battaglia «difficile da difendere» dal punto di vista dei contenuti quando si consideri questo specifico caso. Perché per quanto grave l’oscuramento «non riguarda siti di informazione», ma luoghi di contraffazione o, al più, di commento dell’ultimo modello di piumino. Male dunque, ma da qui a fare del caso Moncler un attentato alla libertà di espressione «il passo è lungo», afferma Scorza.

Anche perché la battaglia potrebbe essere controproducente. Cioè di essere «sacrosanta» in linea di principio, ma di essersi innestata su un leading case non proprio felice. «Come per The Pirate Bay», ricorda Scorza, citando il caso – per molti versi analogo – del controverso sito di file sharing. Se il sequestro di massa dovesse essere considerato lecito, conclude il giurista, il rischio è che si stabilisca come principio. La sentenza è attesa a giorni, forse già lunedì. Se la giustizia dovesse dare ragione ai provider, i siti potrebbero tornare raggiungibili. In caso contrario, i fornitori di servizi potrebbero decidere di fare ulteriore ricorso in Cassazione.

Per Sarzana un dato positivo, tuttavia, già c’è: «Per la prima volta in Italia viene concesso che faccia ricorso un provider per conto degli utenti. Nel caso The Pirate Bay, per esempio, dovevano essere gli utenti colpiti a far ricorso individualmente».


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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