Sono parecchi a ritenere che l’unica soluzione praticabile per uscire dalla crisi continentale sia quella di premere l’acceleratore sul processo di unificazione europea. Da un lato si chiede che il continente si doti di una guida unitaria di carattere politico; dall’altro si ritiene necessario colmare il “deficit di democrazia” dell’attuale infrastruttura europea, attraverso la riproposizione su scala più grande delle tradizionali forme di rappresentatività previste nei contesti nazionali.
Nel nostro paese anche tra i liberali c’è chi sente oggi bisogno di “più Europa” ed in qualche misura ciò lo si deve anche ai buoni consigli che al nostro svogliato paese oggi vengono da alcune stanze di Francoforte.

E’ senza dubbio vero che la recente lettera della BCE è realisticamente un buon programma politico liberale, sul quale molti di noi metterebbero la firma, ma occorre anche riflettere sulle condizioni nelle quali tale bella agenda è maturata – che non sono certo quelle delle della democrazia unitaria che alcuni preconizzano.

Nei fatti, se l’Europa fosse una sorta di “superstato” con un governo eletto secondo i criteri democratici del “potere della maggioranza”, a dare la linea non ci sarebbero certo tecnici di prestigio come Draghi e Trichet. Al loro posto ci sarebbero piuttosto politici con il bisogno di essere rieletti – quindi interessati in primo luogo a conquistare il consenso immediato degli elettori attraverso politiche di breve se non brevissimo periodo. Insomma sarebbe la fiera delle soluzioni socialpopuliste, che certo non mancherebbero di un retroterra fertile in un contesto continentale di differenze e diseguaglianze.

Tra l’altro l’Europa e la BCE in questa fase possono produrre ricette di stampo liberale proprio grazie al fatto che, per ora, tali ricette possono essere sorrette da un sistema di “ricatto liberale” dei paesi più virtuosi nei confronti dei paesi meno virtuosi – mentre il contesto muterebbe radicalmente se agli stati in difficoltà fosse concesso di “votarsi” gli aiuti di cui hanno bisogno a spese altrui.

Oggi i paesi più sani del continente non sono obbligati a trasferimenti indefiniti nei confronti degli altri e possono esercitare per via negoziale una pressione sui comportamenti dei destinatari degli aiuti e verificare l’effettivo uso fatto delle risorse trasferite. Si tratta di un meccanismo che consente di limitare le derive assistenziali e gli scenari di azzardo morale. L’alternativa a questo sistema di rapporti orizzontali è il modello verticale classico di perequazione in cui esiste un livello di potere superiore autorizzato a sottrarre risorse dalle aree più “ricche” per destinarle a quelle più “povere”.

Sostanzialmente significherebbe riproporre a livello europeo l’attuale modello di “solidarietà”  in vigore attualmente a livello italiano, con il Sud dell’Europa che sarebbe rispetto al continente quello che il Sud dell’Italia è per lo “stivale”. Così come l’unità italiana è nata da Nord, è abbastanza probabile che un eventuale unità politica europea sia inizialmente sponsorizzata proprio dalle economie più forti del continente. La Germania, in particolare, potrebbe accarezzare l’idea di acquisire un qualche vantaggio geostrategico giocando il ruolo di portabandiera dell’unificazione. Si tratterebbe tuttavia di un vantaggio illusorio, in quanto l’attuale robustezza economica della Germania le garantisce oggi un peso specifico che non avrebbe più se la partita fosse giocata secondo la regola “un uomo un voto”.

In un contesto di democrazia unitaria i voti si contano, non si pesano – così che gli elettori tedeschi conterebbero meno di italiani e spagnoli messi insieme. La Germania non potrebbe difendersi da pretese redistributive più di quanto può farlo oggi la Lombardia sul piano italiano. Va anche considerato che l’UE comprende un buon numero di paesi con un tenore di vita ancora al di sotto della media complessiva, ma con i conti a posto e dinamiche di crescita sane – come è il caso della maggior parte dei paesi membri dell’Europa dell’Est.

Gli elettori di questi paesi fino a questo momento hanno tenuto un atteggiamento molto responsabile, comprendendo come l’avanzamento economico dovesse passare da un basso costo del lavoro, da una tassazione contenuta e da un’economia libera. Hanno capito che l’unico modo con cui i rispettivi paesi potevano avvicinarsi agli standard occidentali era quello di produrre ricchezza. In un’Europa unita, la prima cosa di cui i polacchi, i lettoni, i bulgari o gli slovacchi si accorgerebbero sarebbe del fatto di disporre di una “via politica” – molto più sbrigativa – al livellamento del tenore di vita tra Est e Ovest. D’un tratto cesserebbero di essere “liberisti” e scoprirebbero il vantaggio di essere “socialisti” per redistribuirsi la ricchezza di tedeschi, olandesi, lussemburghesi e così via.

Non è difficile realizzare quanto sia realistica questa prospettiva. Basta confrontare il quadro politico liberalconservatore della maggior parte degli paesi dell’Europa orientale con quello dei laender tedeschi dell’ex Germania Est, dove invece la forza del voto postcomunista è proporzionale al flusso di denaro di solidarietà che dopo l’unificazione è stato garantito dai laender occidentali. In definitiva l’unità continentale finirebbe per trasformare diversi paesi da “emergenti” in assistiti.

Una delle argomentazioni che più frequentemente sono portate a favore dell’unità continentale è che il livello istituzionale europeo servirebbe da “guardiano” del buongoverno nazionale dei singoli paesi, evitando così che qualche governo nazionale indisciplinato metta in atto politiche dannose per il proprio paese e in generale per il continente. Si tratta, tuttavia, anche in questo caso di una prospettiva implausibile, in quanto l’esito concreto di un simile scenario sarebbe probabilmente opposto. Le garanzie offerte dal governo europeo farebbero sentire le classi politiche nazionali con le spalle coperte – e pertanto più propense ad una gestione dei conti disinvolta.

Per comprendere questo meccanismo, basta pensare a quanto avviene attualmente al livello italiano, dove la presenza di uno stato centrale forte va tranquillamente di pari passo con gestioni scellerate di tante amministrazioni regionali e locali. Se l’Italia non riesce ad impedire che il Lazio crei una buco clamoroso nella sanità, come si può pensare che l’Europa unita possa tenere a bada la Grecia… o l’Italia. La verità è che il modo migliore per responsabilizzare un governo non è quello di creare un governo superiore per controllarlo, bensì è proprio quello di lasciarlo a se stesso, a rispondere del proprio operato direttamente e senza paracaduti.

Forse non è un caso che nel dopoguerra nessun paese europeo sia mai fallito e che i primi realistici rischi di default siano successivi alla perdita della sovranità monetaria, cioè di una delle componenti della piena indipendenza politica. Quindi l’Euro doveva “stabilizzare” ed invece ha indotto una destabilizzazione.

Appare poco convincente anche l’idea che trovarsi all’interno di una realtà statuale più ampia garantisca migliori condizioni di “robustezza” e migliori prospettive di crescita. E’ facile semmai trovare evidenze di una relazione inversa. All’atto pratico “piccolo è bello”. I primi 13 stati europei per PIL pro-capite sono tutti stati “piccoli”, mentre i cinque stati “grandi” dell’occidente (Germania, Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna) figurano dietro ed in buona sostanza riescono a precedere solamente i paesi che sono passati attraverso l’era del comunismo. Ed anche sulla base di altri indicatori di affidabilità e di libertà economica, non si può certo concludere che avere meno abitanti costituisca un “handicap”.

Un’ultima riflessione la merita poi il fallimento ormai conclamato dell’esperienza belga di democrazia transnazionale che ci rappresenta in nuce come potrebbe funzionare un’Europa unificata. Tre regioni e tre comunità linguistiche avvinghiate in un groviglio istituzionale artificiale che appare sempre più malato ed inefficiente. Alla prova dei fatti sommare alle tante spinte lobbistiche che normalmente condizionano il gioco democratico anche la dimensione del sindacalismo etnico e territoriale ha voluto dire incrementare la mediazione politica, la conflittualità e le tendenze assistenziali.

La democrazia funziona decorosamente in contesti culturalmente ed economicamente omogenei, ma maggiore è il livello di “diversità” più essa diventa lo strumento dei “regolamenti di conti” tra i diversi gruppi sociali ed etnici – più il semplice “principio della maggioranza” può produrre effetti indesiderati e punitivi per una parte dei “sudditi”.
La rinascita dell’Europa non ha niente a che fare con il suo assurgere a superstato unitario.

L’eccezionale vitalità economica, culturale e civile del nostro continente si è sempre storicamente accompagnata ad una notevole frammentazione politica che ha rappresentato in sé un argine al potere che, come scriveva Lord  Acton, se “assoluto”, “corrompe assolutamente”. L’altissimo tenore di vita che abbiamo conosciuto fino a questo momento – persino a fronte di substrati culturali certo non sempre business friendly – è dipeso dagli effetti benefici della “competizione” di una pluralità di istituzioni politiche, ciascuna sovrana sul proprio territorio. L’unione non fa la forza – la concorrenza fa la forza. Ed è dalla concorrenza che l’Europa deve ripartire.