‘Italian sounding’ alimentare: è davvero un problema?

– Cercare all’estero qualche capro espiatorio su cui addossare la responsabilità delle proprie debolezze è un’abitudine tanto di moda di questi tempi che non sarebbe necessario andare a cercare esempi fuori dall’attualità. Eppure in questi ultimi tempi mi ha incuriosito una polemica tutta nostrana che ha preso di mira il cosiddetto “italian sounding”, ovvero quei prodotti alimentari fatti all’estero, ma che, pur senza essere una vera e propria contraffazione, evocano in qualche modo un’origine italiana, suggestionando (o ingannando, sostengono i più) i consumatori stranieri e procurando un danno economico ai nostri produttori.

Secondo la commissione parlamentare d’inchiesta sulla contraffazione il giro d’affari complessivo dell’italian sounding può essere stimato attorno ai 60 miliardi di euro, 21 nella sola UE. Secondo un banale sillogismo, questi soldi sarebbero sottratti illegittimamente al nostro sistema produttivo e basterebbe reprimere adeguatamente il fenomeno per mettere le cose a posto. Ma questo a mio avviso è un sillogismo molto fragile, per due ragioni.

In primo luogo, dubito che vi sia un modo per pretendere che  i paesi europei o gli Stati Uniti reprimano chi mette, tanto per dire, una bandierina italiana su una confezione di formaggio prodotto altrove. La contraffazione è un’altra cosa, e quella è contrastata in ogni paese civile. Ma se l’etichetta indica correttamente che quel formaggio è prodotto nel tale stabilimento degli Stati Uniti, è difficile che possa essere considerato reato chiamarlo “italianissimo”, “mamma mia”, o roba del genere.

In secondo luogo, se la stima di 60 miliardi di euro è esatta, quanti di questi finirebbero nelle tasche dei produttori italiani se improvvisamente l’italian sounding dovesse per incanto sparire? In genere questi prodotti sono di non straordinaria qualità e soprattutto di basso prezzo, quindi fanno concorrenza,necessariamente, ad altri prodotti low cost. E il Made in Italy da esportazione non è certo low cost. Siamo proprio sicuri che chi acquista un formaggio italian sounding si orienterebbe, in mancanza di questo, verso l’originale e non verso un formaggio greek  sounding, french sounding o direttamente american sounding?

E a proposito di american sounding, quanto ne è passato nelle nostre case nei decenni passati? Quanti infimi prodotti nostrani (non alimentari, per ovvie ragioni) erano coperti di stelle e di strisce, quanti marchi evocavano direttamente gli Stati Uniti nel nome, nel logo, nelle pubblicità? E quanto l’industria degli Stati Uniti è stata danneggiata da questo fenomeno? Molto poco, probabilmente. D’altronde  non risulta che Hollywood sia stata messa in crisi dagli spaghetti western girati a Cinecittà e dalla canea di attori italiani che all’epoca per farsi notare si americanizzavano il nome.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

2 Responses to “‘Italian sounding’ alimentare: è davvero un problema?”

  1. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    Era ora che qualcuno lo dicesse. Sarebbe ora, adesso, che la RAI e Mediaset la smettessero con la MAREA di trasmissioni, indirizzate a un pubblico di anziani e che ricordano le idee autarchiche, che raccontano un sacco di baggianate e nelle quali pretenderebbero di creare monopoli italiani all’estero. Se il prodotto è buono e il rapporto qualità prezzo accettabile, le imitazioni non ce la fanno.
    Un esempio? Quanti han fatto imitazioni della nutella? Tuttavia, sono solo servite a far capire quanto la nutella sia migliore delle imitazioni: le vendite, infatti, sono in costante aumento.

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