Caciara democratica. Il Berlusconi di lotta prossimo venturo

di CARMELO PALMA – Avrete letto sui giornali di oggi.

Del Cav. che volerà a Cannes a vendere allo scoperto un maxi-emendamento per cui deve ancora comprare i voti in Parlamento. Un esempio da manuale di short selling politico.

Dei dissidi con Napolitano e con Tremonti sul come e sul quanto dei sacrifici richiesti, mentre Ferrara suggeriva inutilmente al premier di cercar la bella morte, per scampare quella brutta che si è meritato.

Dell’affaccendarsi, infine, dei Mr. Wolf della maggioranza, chiamati a rimediare all’emorragia di consensi e di fiducia non nei mercati, ma nella compagine governativa, sempre più in preda alla sindrome del “si salvi chi può”.

Non sappiamo ora prevedere se la Merkel farà la facile o la difficile, dettando il prezzo della fiducia parlamentare su cui a breve il Cav. sarà, in un modo o nell’altro, chiamato a misurarsi. La minaccia di quella sorta di “omicidio-suicidio”, che l’Italia messa alle strette consumerebbe a spese dei “buoni” del continente, rischia di suonare terribilmente persuasiva.

Il traccheggio istituzionale poi appartiene al più sperimentato repertorio berlusconiano. Anche le fughe in avanti – tutte quelle che ha minacciato e provato di recente, almeno – sono state tattiche, non eroiche. La polemica sul decreto, più che i mezzi e i fini della manovra, riguardava la solita questione di chi dovesse essere il manovratore. Anche al netto delle opposizioni dal Quirinale e da Via XX Settembre, il decreto serviva al Cav. per uscire dall’angolo – e arrivare a Cannes forte di qualcosa che non fosse solo l’ennesimo impegno – non per fare la “rivoluzione liberale”. Il maxiemendamento è vuoto e vuoto sarebbe stato il decreto.

Di quanti infine entrano e escono dalla porta girevole della maggioranza, abbiamo perso il conto e non siamo neppure interessati a ritrovarlo. Quando la maggioranza andrà sotto, comunque, finirà il governo, ma non sarà finito tutto.

Che finisca male o continui peggio l’avventura dell’esecutivo, Berlusconi e Bossi hanno infatti un’exit strategy. Quella di Papandreu e della Grecia assediata dalle pretese della BCE. Quella che le destre e le sinistre “indignate” invocano per regolare i conti con le tecnocrazie europee. L’exit strategy della “caciara democratica”, del rimettere al voto dei debitori il diritto dei creditori, della paranoia cospiratoria contro la “speculazione”.

Se è sovrano il debito, politicamente sovrano è il debitore. L’ha detto Tremonti e Berlusconi saprà farne tesoro, come sempre dei suoi consigli peggiori:

Sta venendo il tempo di mettere la ragione e il cuore al posto del saggio di interesse, di mettere il pane al posto delle pietre e l’uomo al posto dei lupi…In un mondo in cui tutto è in commercio  ci sono cose, valori in cui sono vissuti i nostri padri…

Tradotto in prosa, significa che la natura pubblica e sociale del debito e quella privata e speculativa del credito creano le condizioni per una sorta di guerra civile internazionale, che la politica ha l’interesse e il vantaggio a combattere dal lato del “popolo”. E’ nella sostanza la stessa piattaforma dei “Draghi ribelli”:

Commissione Europea, governi europei, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, multinazionali e poteri forti ci presentano come dogmi intoccabili il pagamento del debito, il pareggio del bilancio pubblico, gli interessi dei mercati finanziari, le privatizzazioni, i tagli alla spesa, la precarizzazione del lavoro e della vita. Sono ricette inique e sbagliate, utili a difendere rendite e privilegi, e renderci tutti schiavi….

La carta della rivolta e del default kamikaze. Altro che “rivoluzione liberale”. Così questa maggioranza andrà alla guerra dell’opposizione: all’Europa, a Monti, a chi prima o dopo le elezioni (speriamo prima) prenderà posto a Palazzo Chigi e a chiunque osi onestamente dire che “il debito siamo noi”. Come sospettiamo da tempo, Berlusconi dà il peggio “da sinistra” e vedrete, tra breve, che spettacolo.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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