Assuefatti a un fisco predone. Perchè?

– A parte i liberali veri e propri (a qualunque forza politica essi appartengano), sono davvero in pochi, nell’Italia di oggi, coloro che si stupiscono e si “indignano” per l’eccessiva pressione fiscale a cui i cittadini vengono sottoposti (per cui, dice Antonio Martino, ciascuno di noi, prima di essere medico, giornalista, ecc., è innanzitutto un “contribuente”). Soprattutto, in pochi sono disposti a riconoscere la “questione fiscale” come una questione che riguarda la maggiore o minore libertà del cittadino di fronte allo Stato “predone”, anche se la cosa dovrebbe risultare ovvia ai più (ma, come i buoni filosofi ci insegnano, non c’è niente di più problematico di ciò che sembra ovvio).

Tra i pochi menziono Luca Ricolfi, che il 18 luglio 2011 scriveva sulla Stampa un memorabile pezzo, dal titolo “Rassegnati alle troppe tasse”, in cui commentava il fatto che fossero proprio gli industriali (cioè quelli che, tecnicamente, producono ricchezza) a non protestare di fronte all’innalzamento della pressione fiscale (anzi, alcuni di loro chiedevano e chiedono la patrimoniale): “la mia sensazione” chiosava sconsolato Ricolfi, “ è che spesso anche chi fatica, compete, e si batte ogni giorno per non far affondare la barca sia ormai da molti anni assuefatto a questo ceto politico, a questo Stato, e non percepisca fino in fondo il tasso di eroismo che oggi è richiesto in Italia a chi intende lavorare”. Ricolfi è tornato sull’argomento e ha mandato in libreria un volume dal titolo La Repubblica delle tasse. Perché l’Italia non cresce più (Rizzoli, 2011), su cui sarà bene tornare in futuro.

Nel frattempo, possiamo cercare di fornire una risposta (molto parziale) alla questione: perché siamo così assuefatti alle tasse da non avere la forza di ribellarci, almeno idealmente? Sarà forse che le tasse sono davvero una “cosa bellissima”, come sostenuto dal compianto Padoa Schioppa? Non credo proprio. Sono sicuro che esistono ragioni di ordine storico per le quali gli italiani (a differenza di altri popoli) non si rivoltano per questioni fiscali o per altre violazioni della libertà individuale. Tuttavia credo che ci siano anche ragioni di principio, ideali (nel senso di cattivi “principi” e di cattive “idee”) che stanno alla base di tutto questo.

Una risposta di tipo “filosofico” (nel senso appena spiegato) si trova in un libro, purtroppo dimenticato, di Vittorio Mathieu, Cancro in occidente. Le rovine del giacobinismo (Editoriale Nuova, 1980), che dedica tutto un capitolo alla questione fiscale o, come dice ironicamente l’autore, alla “santa spogliazione”. Per Mathieu, infatti, la tendenza giacobina che s’insinua negli Stati odierni si manifesta in fenomeni come l’inflazione, l’elefantiasi legislativa e, soprattutto, “il lievitare delle imposte dirette”. Quest’ultima è la manifestazione più evidente perché si maschera sotto una motivazione volutamente ipocrita: la redistribuzione del reddito al fine di attuare la “giustizia sociale”. Ma questa è solo una scusa, perché se questo fosse il fine della fiscalità di rapina cui assistiamo oggi, dovremmo riconoscere che il suo effetto è esattamente opposto a ciò che con essa ci si prefiggeva.

Se il fine fosse davvero la giustiza sociale o l’eguaglianza materiale delle condizioni, lo Stato moderno dovrebbe essere bocciato in pieno, visti i risultati; dunque, nota Mathieu, riconosciamo agli stati il fine che realmente essi si propongono, “se il fine della politica fiscale è di strozzare l’attività privata in quanto privata, nessuno potrà accusare una siffatta politica di fallimento” (p. 112).  Ma perché dovrebbe essere questo il vero scopo dello Stato moderno? Perché lo Stato moderno, dopo la Rivoluzione francese, è guidato dal principio “giacobino” per cui l’individuo non può volere in quanto tale, ma solo in quanto egli è espressione della “volontà generale” (Rousseau) e siccome la volontà generale si identifica con la volontà del “pubblico”, è giocoforza che il “privato” debba essere annullato in quanto privato. Robespierre, discepolo di Rousseau, pensava che il modo migliore per annullare la volontà individuale fosse tagliargli la testa. I moderni giacobini, invece, si sono accorti che la migliore espressione della volontà individuale consiste nell’uso della ricchezza prodotta dagli stessi privati; motivo per cui una tassazione sempre maggiore tenderà a ridurre il margine di azione per l’esercizio della volontà individuale.

Come fa notare Mathieu, però, questo non significa che il privato viene soppresso dal pubblico (non è l’abolizione della proprietà privata, per intenderci); ciò che il giacobinismo vuole annullare è la pretesa che il privato agisca in quanto privato, la pretesa che il singolo possa volere in quanto tale e non come strumento al servizio del tutto: “il principio che vale non è quello dell’eguaglianza”, che infatti viene costantemente disatteso, “ma quello della pubblicità dell’azione”, per cui “vi sono parecchie persone così ricche da disporre di reattori ed elicotteri; ma nessuna (…) così pazza da disporne come privato” perché l’elicottero o il reattore in questione sono intestati alla ditta (p. 111).

La somma ingiustizia per la mentalità giacobina, dunque, “consiste nel tollerare che alcuni suoi membri (…) si ergano, con una volontà individuale, contro l’universale, che è lo Stato” (p. 119); da ciò segue che il delitto più grave di tutti consista per l’appunto nell’evasione fiscale. L’evasione fiscale, come oggi dicono tutti i commentatori radical-chic, è il principio di ogni male. Al di sotto di questa concezione, spiega Mathieu, sta però in una concezione che criminalizza l’individuo.

Ancora, Mathieu mostra come la progressività dell’imposta (motivata da esigenze di “giustizia sociale”) sia solo un pretesto, mentre il vero scopo è la personalità dell’imposta, perché “solo l’imposta personale toglie all’individuo i mezzi per operare come privato,motivo per cui si privilegiano sempre le imposte dirette rispetto a quelle indirette. Si afferma che bisogna tassare il reddito e non il consumo perché è nell’accumulazione di ricchezza e non nel suo consumo che si vede la “tentazione dell’individualismo”. La conclusione a cui il libro perviene, dunque, è che la politica fiscale degli stati moderni non obbedisce né al principio di procurare risorse allo Stato (com’era la tassazione nel mondo antico e medievale), né a quello di rendere il più possibile uguali le condizioni dei cittadini (largamente disatteso, come tutti possono constatare). La tassazione obbedisce al principio della “massima sostituzione” dell’attività pubblica rispetto a quella privata, perché solo la volontà generale ha diritto di esistere, non le volontà individuali.

Solo che si tratta di un principio suicida (un “cancro”, appunto) perché la volontà è sempre individuale e mai universale. La volontà generale, semplicemente, non esiste. Ora, però, questo è il classico caso in cui qualcosa che non esiste ha effetti notevoli (e disastrosi) su ciò che esiste. La realizzazione dell’ideale giacobino sarebbe l’annullamento di qualunque volontà individuale, ma ciò comporterebbe l’annullamento degli individui stessi. Ma con l’annullamento del privato in quanto tale viene meno anche la distinzione tra il privato e il pubblico. Paradossalmente, dunque, se il pubblico vuole sopravvivere deve lasciare nei fatti al privato uno spazio che, nelle intenzioni, gli ha risolutamente negato. Come è stato rilevato da molti, in effetti, se l’economia italiana non crolla del tutto è anche grazie a una quota di sommerso che non emerge e che, se emergesse, verrebbe distrutta dalla rapacità del fisco. Ma il problema resta a livello delle intenzioni, perché, all’interno di questa mentalità, il privato non ha nessun diritto di agire in quanto tale e, in una sorta di logica perversa, egli stesso finisce col sentirsi legittimato ad agire non più in nome del proprio interesse, bensì di un non meglio identificato movente “sociale”. È (anche) per questo che nessuno si stupisce più per la tassazione di rapina a cui siamo e saremo ancora sottoposti.


Autore: Osvaldo Ottaviani

Nato ad Ascoli Piceno nel 1987, studia filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto un libro su H. G. Gadamer ("Esperienza e linguaggio", Carocci 2010) e attualmente si occupa prevalentemente di Immanuel Kant. Liberale da sempre, è socio fondatore dell'associazione Hayek di Pisa e fellow di Italian Students of Individual Liberty (ISFIL).

3 Responses to “Assuefatti a un fisco predone. Perchè?”

  1. lodovico scrive:

    Due ideologie totalizzanti e universali: il cattolicesimo e il comunismo; una polveriera dove l’individuo scompare. La nostra cultura media sempre corrotta e senza slanci, per dirla con Pasolini, non ci ha aiutato a definire cosa sia lo stato, la comunità, le istituzioni, la libertà e le disuguaglianze. La Costituzione ci detta comportamenti e finalità, ma non menziona il cittadino italiano, preferisce rivolgersi a un ipotetico cittadino del mondo che versa imposte progressive per il bene dell’umanità in un mondo dove le malattie sono avverse alla costituzione. Il debito statale è un ”bene comune” (per la corte costituzionale) alla cui formazione hanno contribuito tutti i cittadini in maniera proporzionale e che sarà ridotto, presumo, con gli stessi criteri, senza alcuna responsabilità politica ma onfermando che privilegi sono diritti costituzionali. Di grazia cosa ci ha insegnato il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana?

  2. gianni scrive:

    Aggiungerei anche il fascismo, ideologia totalitaria secondo il Mussolini dell’articolo della Treccani. Se non erro Fini è stato il successore di Almirante a capo dell’MSI il cui passato fascista non è mai stato un segreto

    Non sarà forse da attribuire a questa sfortunata origine la natura tassaiola e a favore della patrimoniale di Fini e di FLI?

  3. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Il primo cui riesca la Flexsecurity e contemporaneamente il dimezzamento della pressione fiscale sarà costretto a furor di popolo alla scelta fra il Nobel a Stoccolma o il Premierato a Copenaghen.

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