– Quando Andrea Camilleri scriveva che, mentre per liberarci di Berlusconi bastava confidare nel Padreterno e nell’anagrafe, liberarci dai “berluschini” sarebbe stato molto più complicato e difficile, non aveva ancora di fronte a sé l’epifenomeno più mostruoso del berlusconismo: un “berluschino” sedicente di sinistra. Ossia l’onnipresente (televisivamente) sindaco di Firenze.

Complice l’apparatnik mediatico che fa e disfa quotidianamente l’agenda politica del nostro Paese, Renzi è diventato il nuovo fenomeno del palcoscenico politico italiano. Da osannare o da odiare, poco importa, ma comunque da imporre all’attenzione di tutti. Con enorme soddisfazione del Renzi medesimo, che proprio a questo puntava:  “bucare” lo schermo della pseudo-politica televisiva che da anni ci avvelena le menti e le vite, usando con maestria le tecniche della televendita che il nonno di Arcore ha consacrato come “linguaggio politico nuovo”.

E così, vai con le battute, vai con le faccette simpatiche (si fa per dire…), vai con lo one-man-show su e giù per il palco, vai con le banalità spacciate per idee rivoluzionarie, vai con l’elogio della semplificazione e l’esaltazione del timing televisivo come suprema prova di capacità (“5 minuti a testa per dire come cambiare questo Paese”…ma va là!). Il tutto condito da un nuovismo e da un giovanilismo da cui pensavamo che il Paese fosse finalmente (e definitivamente) vaccinato.

Non è un caso se tutta la stampa berlusconiana stravede per questo replicante che gioca nell’altra metà campo (primo fra tutti, come al solito, quel geniaccio di Ferrara), perché è risaputo che se la politica continua ad essere “berlusconizzata”, gli italiani preferiranno sempre l’originale (o un suo clone alfaniano) ad un’imitazione.

Come ha scritto giustamente Luciano Lanna su Il futurista:

la stagione berlusconian-prodiana ha messo in prima fila spezzoni di Prima Repubblica riciclati insieme a giovanissimi rampanti, ambiziosi e arrivisti. Un’antropologia che non è stata la migliore per affrontare politicamente questi anni decisivi.

No, non è questa la strada. Non è con la “semplificazione” delle parole (e dunque delle idee) che la complessità e l’enormità delle questioni che il nuovo millennio ci propone potranno sciogliersi. Non è con l’eclettismo e il giovanilismo che il dramma vero e reale di centinaia di migliaia di persone e di destini individuali troverà uno sbocco di speranza. Non è con un “wiki Pd” che le contraddizioni di una sinistra che ha perso la propria anima verranno risanate. Non è con un ex-concorrente della Ruota della Fortuna che il Paese uscirà dal “sonno televisivo” che dura da vent’anni e ritornerà a costruire la propria identità “in carne e sangue” di comunità nazionale.

Perché la vita, caro Matteo, non è un quiz, come con profetica ironia  Renzo Arbore, lui sì maestro assoluto del cazzeggio, ci ricordava negli anni in cui tu eri ancora un bambino:

Sì la vita è tutta un quiz
e noi sogniamo, fantastichiamo
è così che risolviamo
i problemi che c’abbiamo
sì la vita è tutta un quiz,
grandi occasioni, grandi emozioni,
perché è col quiz che ci danno i milioni,
evviva le televisioni!