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Renzi spariglia, un Pd un po’ più blairiano e un po’ meno socialdemocratico

– La colorata e frizzante kermesse fiorentina organizzata dal consacrato golden boy della “miglior” sinistra italiana Matteo Renzi (& Rottamatori affini) si è conclusa conquistandosi uno spazio di tutto rispetto nel panorama politico italiano e guadagnandosi una non indifferente attenzione da parte di giornali e televisioni; sono stati moltissimi gli internauti che hanno seguito la tre giorni via streaming commentandola suon di tweets battenti, in ossequio alla obamian-renziana idea della Politica 2.0 da condursi – in primo luogo – sui social network e sulla rete (“Io seguo facebook perché lì ci sono 22 milioni di italiani”). Qualcuno di essi è rimasto più o meno cocentemente deluso dal mancato annuncio della candidatura di Renzi alle primarie del Partito Democratico, il quale ha esplicitamente respinto l’idea che tale mossa sia dovuta a tatticismi anagrafici o di prima repubblica; prima pensiamo a diffondere le idee e a contagiare la “politica”, poi prendiamo il toro per le corna. E questo toro non si chiama – solo – PD.

Renzi non è uno stupido o un ingenuo. Ha capito che – prima di ogni altra cosa –  deve farsi conoscere (il 40% degli italiani non lo ha mai sentito nominare, secondo i sondaggi settimanali targati IPSOS) prima di tentare il colpaccio. Ora non può candidarsi o sfidare l’estabilishment del Partito Democratico, pena il gioco al massacro; prima dell’uomo devono passare le idee. E’ con questa chiave di lettura deve leggersi la attenta e paziente operazione che il giovane fiorentino sta sapientemente imbastendo. Il sindaco di Firenze riuscì – con la prima Leopolda – a far passare il tema della “rottamazione”, divenuto prestissimo un sacro mantra tra i politici di ogni partito oltre che una formula capace di riscuotere consensi pressoché unanimi anche nell’elettorato. Adesso è diverso; l’obiettivo è riuscire a far passare una vera e propria agenda elettorale. Un libro dei sogni che riesca a fornire una visione moderna e snella del sistema Italia, in antitesi alle ideologizzate ricette e alla mancanza di sogni dell’attuale classe politica.

Certo: moderna in senso “sinistro” della parola; negli interventi della Leopolda si è sempre percepito un humus social-liberal alla base di ogni proposta lanciata, con spesso evidenti (quando non stucchevoli) richiami alla fantomatica “giustizia sociale”. E non è (affatto) mancata la voce (spesso permissiva quando non favorevole) su un’eventuale “patrimoniale”. Ma la Leopolda si occupa di costruire la “sinistra nuova” a là Blair/Miliband, non la “destra nuova” Cameronian-europea. Renzi non è un liberale come potremmo intenderlo “noi”; egli prende alcune tematiche e battaglie carissime alla parte liberale (anche solo istintivamente) dell’elettorato (si pensi all’abolizione del valore legale del titolo di studio) e le coniuga con i temi storici e propri della “sinistra italiana”; un’operazione molto simile a quella compiuta da Blair in Inghilterra. E ci riesce bene; la sua capacità di narrazione e affabulazione è molto elevata.  Riesce a far sognare, senza rimbambire la platea parlando per un’ora di metafisica, del niente e del tutto (qualcuno ha detto Vendola?). E come Blair, potrebbe vincere attirando – tramite la coniugazione del liberismo economico all’uguaglianza (non all’ugualitarismo) – delusi di centrodestra, centrosinistra e della politica tutta. Riformando, insomma, la sinistra stessa.

Certo; molti sono i buchi neri su diverse tematiche (soprattutto nella concezione della pirateria come “il male” e del copyright come “il bene”), ma questa sinistra nuova può fare breccia. Essa trascende le omelie e le liturgie di un PD sempre più arrancante nella discussione di idee che non siano mera protrazione dell’esistente, spazzando via in un colpo solo l’appettibilità dei canti di “decrescita” e altre fesserie economiche da parte dei sirene grilline-vendoliane. Quelle di Renzi sono proposte di facile comprensione e che presuppongono una voglia di riscatto e di rivalsa nel cuore del potenziale elettorato, il quale è posto innanzi all’osservazione che un sistema dinamico è la miglior sicurezza per i poveri e i deboli; che si tutela dando possibilità e opportunità, non impastricciando il Paese in un sistema di lacci e lacciuoli che solo il peggior Stato Sociale novecentesco potrebbe concepire.

Alla Leopolda si è parlato di abolizione del valore legale del titolo di studio, fine del bicameralismo perfetto, banda larga, nuovo mercato del lavoro (che strizza l’occhio al modello Ichino) e liberalizzazione degli Ordini Professionali. Tutte proposte, sia chiaro. Spesso non pienamente condivise da chi era lì ad ascoltare. Ma che rappresentano un fertile terreno per il germogliare e la crescita di una sinistra laburista-blariana moderna (con tutte le difficoltà del caso), un ideale brand elettorale in grado di raccogliere i delusi del PD, del PDL e – financo – della politica tutta. Saranno in grado di capirlo gli elettori della sinistra, spesso ristagnanti in logiche assistenzialiste e figlie del peggior e più coatto “centralismo democratico”? Difficile rispondere a questa domanda.

Renzi è toscano. E come ogni toscano può stare – visceralmente – simpatico o antipatico. Non è affatto infondata l’opinione di chi lo ritiene un “finto” e un “fighetto”; un politico molto ambizioso che spinge pretestuosamente sul tema del giovanilismo e infarcisce i suoi discorsi di citazioni 2.0 e wiki solo per tirarsi a lucido con la modernità; o che, ancora, imiti lo stile berlusconiano promettendo i fumi del sogno di un’Italia nuova. Nulla lascia presumere che così non sia, e tale opinione è giustamente fondata; ma Renzi deve essere considerata come possibilità di rinnovazione e competizione interna a un partito immobile e immarciscito. Un partito che dovrebbe rappresentare uno dei poli di riferimento per l’elettorato italiano. Al netto del personaggio, il sindaco di Firenze porta con sé un bagaglio di idee considerabili e spesso condivisibili nel merito. Non che sia esente da scivoloni; la raccolta firme sulla proposta (insana) di introdurre il reato di omicidio stradale o le ambivalenti prese di posizione sulle unioni omosessuali (e Ciellume vario) mostrano come egli – spesso – non sia così moderno come vorrebbe dire e che ha bisogno di crescere. Passi falsi e regressioni che piacciono a pochi (specie a chi scrive). Ma nessuno è esente da gravi difetti; il solo sforzo teso a tentare di trasformare il Partito Democratico sul modello del New Labour inglese (ed è quello che il PD sarebbe dovuto essere sin dai suoi albori) è un’opera monumentale che potrà fare del bene a tutti. Specie alla destra nuova, che stenta a piantare le proprie radici.

Se Renzi gioca bene la sua mano, la Leopolda potrà essere la svolta della sinistra italiana; la scintilla da cui sorgerà il tanto sperato Big Bang. Adesso ci vuole qualcuno che inneschi tale Big Bang anche a destra e – se possibie – con maggior entusiasmo. E in fretta.

 


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

One Response to “Renzi spariglia, un Pd un po’ più blairiano e un po’ meno socialdemocratico”

  1. alex PSI scrive:

    Renzi ha un privilegio, che non va sul vago ma precisa, elencando i punti principali della sua idea di politica riformista. Questa elencazione non è mai tesa a raccordare varie correnti, come invece deve fare Bersani. Il segretario Pd invece è investito di una carica di responsabilità all’indomani delle elezioni primarie alle quali hanno partecipato i tanti militanti democratici. Questa carica lo costringe a mediare tra le idee cattoliche democratiche, quelle socialiste massimaliste e riformiste. Renzi è libero di sparare di ideare, ha le mani libere ed è questo il vantaggio che ha. Resta poi da vedere come si comporterà Renzi qualora sarà investito di una carica di segretario del partito e addirittura di premier. Il New Labour elaborato da Blair è stato un operazione di forza con la quale la sinistra riformista ha avuto il coraggio di distinguersi nettamente dal massimalismo sfidando a campo aperto i conservatori, a destra, e i socialisti del partito a sinistra. Renzi prima di arrivare a ciò deve lavorare tanto e studiare altrettanto.

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