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Le liberalizzazioni necessarie per aprire il mercato del lavoro

– Nella lettera inviata da Silvio Berlusconi a Bruxelles si legge:

“Entro maggio 2012 l’esecutivo approverà una riforma della legislazione del lavoro

  1. funzionale alla maggiore propensione ad assumere e alle esigenze di efficienza dell’impresa anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato;
  2. più stringenti condizioni nell’uso dei “contratti para-subordinati” dato che tali contratti sono spesso utilizzati per lavoratori formalmente qualificati come indipendenti ma sostanzialmente impiegati in una posizione di lavoro subordinato.

L’intento è quello, dichiarato anche nel preambolo, di superare il dualismo del mercato del lavoro che oggi vede una rigidità caratterizzare il contratto di lavoro a tempo indeterminato, sempre meno impiegato per i nuovi rapporti di lavoro, e un’estrema flessibilità che scade nel precariato, senza garanzie di ammortizzatori sociali, segnare la carriera lavorativa delle nuove generazioni.

Pare sia stato necessario l’intervento di Bruxelles per rendere il governo conscio dell’attuale stato delle cose; ma ciò non basta a ritenere che davvero questa dichiarazione di intenti sia sufficiente a confidare nella capacità della maggioranza di attuare una riforma che davvero risolva i problemi del nostro mercato del lavoro.

Una nuova disciplina dei licenziamenti per motivi economici è una riforma sacrosanta: se un’impresa con 20 lavoratori non riesce più a creare valore per tutti; meglio licenziare due persone e sopravvivere piuttosto che fallire e colare a picco con tutti e 20 i propri dipendenti. Questa nuova disciplina deve però necessariamente essere disegnata congiuntamente ad una profonda revisione delle politiche di lavoro attive e passive e una profonda liberalizzazione delle professioni e dell’economia.

Libertiamo da tempo sostiene che sia necessario disciplinare una tipologia di contratto unico di lavoro a tempo indeterminato , che preveda una flessibilità in uscita controbilanciata dalla garanzia di una rete di ammortizzatori sociali universale.

Oggi le risorse destinate alle politiche passive del lavoro sono finanziate prevalentemente dagli strumenti della cassa integrazione, della mobilità e dei sussidi di disoccupazione. Tre forme di sostegno di cui beneficiano chi ha o ha avuto un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. In particolare, la cassa integrazione è uno strumento oneroso di cui beneficiano poche categorie di lavoratori: i dipendenti delle grandi imprese e delle imprese più sindacalizzate che riescono a ottenere i trattamenti CIGS “in deroga”.

La condizione di chi non lavora non può dipendere dalla dimensione dell’azienda o dai rapporti di forza tra la presenza sindacale nella propria azienda e la politica. Nel 2010 sono stati spesi 826 milioni di euro per la cassa integrazione.

Una rete di ammortizzatori più efficace deve riguardare un numero maggiore di lavoratori, anche se magari garantisce un sostegno economico più limitato.

Ma anche la costituzione di una rete di ammortizzatori sociali universale non sarebbe sufficiente; anzi, probabilmente non sarebbe economicamente sostenibile se non si cambiassero radicalmente le norme che oggi disciplinano l’esercizio di una professione o l’apertura di un’attività economica. Occorre rendere più dinamico il mondo del lavoro attraverso una liberalizzazione delle professioni, l’estensione dell’offerta di servizi formativi (welfare to work), l’abolizione dei monopoli e rendendo più facile avviare un’impresa. Sono ancora troppe le autorizzazioni, le licenze, le concessioni da richiedere per avviare un’attività. Un disoccupato non può utilizzare la propria auto per offrire un servizio di trasporto se non ha una licenza da tassista; un laureato in scienze della comunicazione non può aprire una rivista on line che raccolga proventi pubblicitari se non è iscritto all’ordine dei giornalisti; un laureato in giurisprudenza non può rendere una consulenza giuridica se non appartiene all’ordine degli avvocati; un disoccupato non può aprire un esercizio commerciale per la vendita di quotidiani e tabacchi senza licenza.

Anche la sopravvivenza di monopoli e oligopoli limita le opportunità di lavoro. Si attende ancora dal 2010 il varo della prima legge sulla concorrenza, che il governo sarebbe tenuto a presentare ogni anno al parlamento. Più concorrenza significa più imprese in competizione tra loro per soddisfare i clienti, ma anche per accaparrarsi l’opera dei lavoratori più capaci.

Vista la latitanza della maggioranza su questi temi, il rischio oggi è quello di aprire un nuovo ciclo di liberalizzazioni a senso unico, che non produrrebbe i risultati sperati. Il rilancio dell’economia passa invece per un mercato del lavoro più libero e aperto, non solo in uscita, ma anche in entrata, e soprattutto in un contesto di economia di libero mercato e concorrenziale.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Le liberalizzazioni necessarie per aprire il mercato del lavoro”

  1. daniele burzichelli scrive:

    Quanto costerebbe – oggi – un’assicurazione sociale tipo quella di cui al ddl raisi-della vedova?
    Sono stati fatti dei calcoli (ovviamente presuntivi)?
    Ce la possiamo permettere (forse no, come riconosce Menegon)?
    Dice: ma se liberalizziamo il problema non si pone perchè il mercato assorbirebbe l’offerta di forza-lavoro.
    Io c’andrei piano con i “ma se…”.
    Sono ovviamente favorevole a liberalizzazioni che consentano al sistema di acquistare dinamismo e di assorbire l’offerta di forza-lavoro.
    Ma è meglio essere pessimisti quando si fanno i conti: e se questa liberalizzazione non arriva?
    Intanto approviamo il ddl raisi-della vedova e apriamo un’altra falla nella barca che affonda?

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