Lo spauracchio licenziamento e i ‘giustificati motivi’ per riformare il mercato del lavoro

– Il crepuscolo tinge di colori delicati la savana del Kenya. Un giovane etologo, intento a studiare i movimenti di una mandria di ruminanti, sente a un tratto un possente ruggito alle sue spalle. Prima ancora di voltarsi, è terrorizzato: mette mano alla pistola che porta alla cintura, pregando d’arrivare vivo alla notte.

Nello stesso momento, in una villetta bifamiliare del Surrey, una signora di mezza età siede sul divano della living room e sfoglia una rivista politica. Accanto a lei c’è il figlio minore, otto anni, intento a seguire un documentario sui grandi felini dell’Africa. Dagli altoparlanti del televisore si leva un possente ruggito; né la donna né il bambino danno alcun segno di timore.

Notate qualcosa di strano? Se la risposta è negativa, siete pronti per una buona riforma del mercato del lavoro. Se è positiva, i casi sono due: o siete stupiti che una madre di famiglia legga una rivista politica, nel qual caso vi rimandiamo al sito del PDL, oppure vi spaventano i ruggiti anche senza leoni, e allora suggeriamo la tessera di SEL.

La parola “licenziamento” atterrisce perchè molti la associano ad altre peggiori: disoccupazione, deterioramento dei redditi, povertà e sperequazione. E così un accenno governativo – peraltro generico e timido – a una modifica nella disciplina dei licenziamenti per causa economica suscita presso alcuni sindacati e presso parte dell’opinione pubblica ferme condanne, levate di scudi, minacce di sciopero e accuse di macelleria sociale. Il punto è che forse, e diciamo forse perchè occorre prima vedere in cosa consisterà la proposta di riforma, il leone non c’è. E se non c’è, essere atterriti è  poco ragionevole.

Nel confronto internazionale, non c’è evidenza che a maggiore flessibilità corrispondano condizioni economiche peggiori per i lavoratori. Secondo il Bureau of Labor Statistics statunitense, un sessantenne americano ha cambiato in media undici lavori nella sua vita (dieci per le donne). L’indagine Eurobarometro segnala che in Svezia, Finlandia, Regno Unito, Francia, Danimarca, Olanda si cambia impiego più spesso che in Italia; in alcuni di questi paesi è più facile perdere il lavoro, in tutti è più facile trovarlo. In tutti il reddito pro capite è maggiore del nostro, il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è più elevato e il tasso di disoccupazione è più basso. In alcuni è anche più contenuta la disuguaglianza dei redditi, il che significa che non sono più ricchi solo gli imprenditori e i banchieri, ma anche gli operai. L’indice di protezione dei lavoratori elaborato dall’OCSE raggiunge il suo picco europeo in Portogallo, una nazione relativamente povera e oberata dal debito pubblico. Se a fronte dei “licenziamenti facili” esistono le “assunzioni facili”, perdere il posto non è un dramma; le assunzioni facili però presuppongono un’economia dinamica, e il dinamismo dell’economia dipende, tra le altre cose, dalla qualità delle regole. Prime tra tutte proprio quelle sulla flessibilità.

Ricordiamo brevemente i termini del problema nostrano. In Italia il mercato del lavoro è caratterizzato da un forte dualismo. Da una parte ci sono i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, che sono la maggioranza nelle generazioni più anziane e la minoranza nelle generazioni più giovani. Dall’altra ci sono i lavoratori con contratto a tempo determinato, detti di solito “precari”; e qui le propozioni tra fasce d’età si rovesciano. Chi ha un contratto a tempo indeterminato gode di forti tutele di legge; non solo ha diritto, come nel resto del mondo industrializzato, a contributi previdenziali e assicurativi, giorni di ferie, assenze per malattia e congedi parentali, ma – se impiegato in un’azienda con 16 dipendenti o più – ha sostanzialmente diritto al mantenimento del posto di lavoro salvo che si configurino gli estremi della “giusta causa di licenziamento” (ad esempio: un’aggressione verso un collega, il furto di un computer, l’uso di mezzi aziendali per motivi privati, l’assenteismo, entro certi limiti lo scarso rendimento). Chi ha un contratto a tempo determinato invece non solo non ha alcuna garanzia di continuità del reddito; per la natura dello strumento, nei fatti risultano anche depotenziate le tutele di legge, che pur formalmente continuano ad esistere. Licenziare una lavoratrice con un contratto a tempo indeterminato perchè ha avuto un figlio è, oltre che ingiusto, anche illegale; se è precaria, è invece formalmente legittimo non rinnovarle il contratto, con buona pace del valore sociale della maternità.

Già così c’è poco da stare allegri. Immaginiamo ora che si produca quello che gli economisti chiamano “shock esogeno”, ovvero un evento o una serie di eventi che modificano la domanda per certi beni. Ne abbiamo visti vari esempi nel passato recente: la concorrenza dei paesi emergenti nei cosiddetti settori tradizionali, come il tessile; la minore disponibilità di credito a seguito della crisi finanziaria; la riduzione nella capacità di spesa di alcuni enti pubblici. Se si riducono le vendite di un’impresa, questa dovrà tentare di comprimere anche i costi al fine di conservare margini di profitto (che non è un abominio etico, bensì la retribuzione del rischio che si accollano gli imprenditori e gli azionisti); in molti casi, soprattutto per le piccole imprese, i proprietari-manager-lavoratori si accontenterebbero di tagliare i costi in misura sufficiente da non fallire. E dove, finora, sono stati conseguiti risparmi? Azzerando i rinnovi dei contratti precari, sostituendo contratti a progetto poco retribuiti con stage di uguale contenuto lavorativo ma non pagati, e in generale penalizzando chi già era debole in senso economico e giuridico: soprattutto i giovani, in particolare le giovani donne.

C’è qualcosa che non funziona. Le istituzioni europee, chiedendo al Governo di riformare la disciplina dei licenziamenti per causa economica, sostanzialmente domandano che il datore di lavoro possa rescindere il rapporto anche con chi ha un contratto a tempo indeterminato, puramente sulla base delle condizioni di mercato, senza dover trovare per forza una pecca nel comportamento del lavoratore e senza dover passare per un tribunale. In linea di principio, l’idea è giusta, perchè elimina l’incentivo a penalizzare sempre la stessa categoria, e consegna al datore di lavoro la possibilità concreta di preferire un lavoratore ad un altro in base al merito piuttosto che all’età anagrafica. Occorre però stare molto attenti al modo in cui il principio viene tradotto in pratica.

Se alla flessibilità in uscita non fa seguito una maggior facilità d’entrata, se non si procede a  un’adeguata revisione degli ammortizzatori sociali per la disoccupazione e a una riforma dei sistemi di formazione professionale allora ha ragione Susanna Camusso: il leone c’è eccome. Un operaio cinquantacinquenne con scarse competenze in fatto di tecnologia, licenziato per causa economica, difficilmente troverà un altro lavoro a tempo indeterminato. Potrà forse accettare una sequela infinita di contratti trimestrali sottopagati, o ancor peggio scivolare nel sommerso. Alla correzione dell’iniquità generazionale subentrerebbe l’iniquità generalizzata, per giunta con scarso rilancio della crescita, perchè alle imprese per sopravvivere sarebbe sufficiente precarizzare tutti i lavoratori e pagarli sempre di meno, almeno per qualche anno. Si andrebbe in effetti dritti verso maggiore disoccupazione, maggiore povertà, sviluppo più lento. E forse conflitto sociale, maggiore spesa pubblica, aggravio del debito, perdita ulteriore di credibilità sui mercati: insomma, un disastro.

La buona notizia è che non è questa l’unica possibilità. Si elimini la selva di contratti precari e li si sostituisca con un contratto unico a tempo indeterminato, che renda nei fatti e non solo sulla carta tutti i lavoratori uguali davanti alla legge. Si aboliscano i tirocini gratuiti, sostanzialmente una forma di sfruttamento dei neodiplomati e neolaureati. Si consenta alle imprese di adeguare il numero di addetti alle condizioni di mercato, rendendo possibile il licenziamento per causa economica in tempi brevi e con procedure poco costose, a fronte di un congruo indennizzo corrisposto al lavoratore. Si preveda l’erogazione, complementare a tale indennizzo, di un sussidio pubblico di disoccupazione, e si vincolino tali misure di sostegno al reddito alla partecipazione a programmi formativi e alla disponibilità ad accettare nuovi impieghi. Il sistema di formazione dev’essere completamente disintermediato; allo stato attuale, solo in alcune regioni è il singolo disoccupato a ricevere un voucher spendibile nell’istituzione formativa che preferisce, mentre altrove non esiste competizione tra servizi formativi, quindi chi cerca lavoro non ha modo di orientare i propri sforzi laddove è più probabile che gli portino come risultato un nuovo impiego. Si semplifichino le procedure per avviare nuove attività imprenditoriali, in modo che all’ex lavoratore dipendente sia più facile mettersi in proprio. Alcuni di questi punti, già presentati come parte della nota “agenda Ichino” qualche anno fa, sono esaminati nel dettaglio nella proposta di legge d’iniziativa dei deputati Raisi e Della Vedova, discussa qualche mese fa su queste pagine.

È inoltre imprescindibile potenziare i meccanismi di accertamento e punizione di eventuali abusi delle nuove norme sui licenziamenti, il che porta in superficie un più ampio problema politico e culturale. Le riforme liberali, come dice il nome, aumentano di norma la libertà d’azione degli individui. In un paese a basso capitale sociale come il nostro, dove la fiducia interpersonale è ai minimi, si ritiene sempre che il vicino abuserà della propria libertà, e quindi è meglio non concedergliela. Talvolta questa convinzione sottende malafede, perchè già stiamo pensando a come invece noi aggireremo i lacci della legge; in molti casi, soprattutto a sinistra, il bondage normativo piace proprio in quanto tale. Al restringimento delle libertà per tutti dietro presunzione che alcuni ne abuseranno è moralmente preferibile l’opposto: si conceda libertà a tutti presumendone la rettitudine, salvo restringere (anche nei fatti: divieto di esercitare determinate funzioni aziendali, carcerazione se opportuno) quella di chi ne abusa. Se un datore di lavoro vorrà far uso di presunte cause economiche per allontanare il dipendente che ha rifiutato una proposta sessuale, venga sanzionato in modo esemplare. Il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non implica affatto, come alcuni sembrano credere, che al lavoratore licenziato sia fatto divieto di ricorrere al sistema giudiziario; al di là dell’Oceano, nel regno del “neoliberismo”, di solito è il manager incline alla manomorta a perdere posto, denaro e libertà di movimento, non l’impiegata molestata.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

20 Responses to “Lo spauracchio licenziamento e i ‘giustificati motivi’ per riformare il mercato del lavoro”

  1. clay scrive:

    in verità in italia saresti disoccupato e dopo i 30 muori di fame quindi che non si parli a vanvera sostenendo questo abuso dittatoriale in verità non merita neanche considerazione questo articolo!

  2. enzo51 scrive:

    @ Clay,

    vivi fuori dalla storia!

    L’articolo è molto concettuale:fotografa la drammaticità dell’esistente e perciò bisogna che ci si adegui alle nuove realtà che il mercato ci prospetta,non sottacendo il fatto che ci debba essere quella giusta attenzione al sociale.

  3. mah! facciamo una cosa: si faccia prima la tutela dei precari e degli stagisti e poi si chieda il sacrificio delle tutele del tempo indeterminato.
    e ci si ponga il dubbio: se le aziende non protestano all’introduzione di uan nuova norma contrattuale per il lavoro dipendente, questa sottrae od aumenta i diritti per i lavoratori dipendenti?

  4. Michele Dubini scrive:

    @Clay: Quindi nei paesi nordici dove venire licenziati e perdere il lavoro è “facile”, le risulta che la gente muoia di fame e di stenti lungo le strade?

    E’ ovvio che un’abolizione rebus sic stantibus dell’Art.18 produrrebbe disarticolazioni nel mercato del lavoro; se invece tale abolizione fosse accompagnata da una strutturazione del welfare-to-work su modello danese (oggi in Italia l’unico “welfare” sono le pensioni, peccato che il welfare tout court sia ben altra cosa) e da un sistema di tutele “minime e inderogabili” (licenziamenti discriminatori) vi è la possibilità di creare un sistema tanto fluido in entrata quanto in uscita.

    Si legga gli articoli prima di reputarli “non degni di considerazione”.

  5. clay scrive:

    queste considerazioni sui licenziamenti ai contratti a tempo indeterminato così dal giorno alla notte generano tensioni e paure e non vogliatemene e non dite che non centra studiate da uno che bacia la mano a gheddafi sono benzina sul fuoco ve lo dice uno che oggi 31/10/2011 è a cassa integrazione dopo il mutuo me lo paga il cavaliere o forse gasparri!

  6. clay scrive:

    inoltre mi sembra che lo statuto dei lavoratori è automaticamente cancellato quando una azienda è in crisi per lo meno nella mia siamo in 900 fra cui 2 che hanno perso il lavoro l’anno scorso (uno di 42 ed uno di 51 si son tolti la vita) quindi le intenzioni del governo sono ben altre! è dal 94 che questo esecutivo è fissato su questo punto e questo fa riflettere altro che mercato del lavoro…all’estero non han fatto questo da un giorno all’altro quindi un essere umano che sa di non avere una certezza non accarezza neanche certi impegni sin dal sorgere!

  7. dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    Ovviamente, chi stronca l’articolo vive d’ideologismi catto-fascio-comunisti; d’ignoranza dei mercati del lavoro che – NONOSTANTE LA CRISI – funzionano MOLTO meglio di quello italiano; d’igoranza totale della realtà del paese più democratico e libero del mondo, gli USA, in cui l’articolo 18 non sarebbe mai potuto esistere in quanto e ILIBERALE e UCCIDE ogni vero rinnovamento della società e della produzione; ignora la realtà di POSTI DI LAVORO GETTATI VIA perché in Italia non si possono assumere 6.000 operai per quattro anni (il tempo che ci voleva) senza doverseli tenere anche dopo quando non ce n’è più bisogno, come un mio caro amico, ex dirigente di una delle più grandi industrie italiane, non potè fare all’inizio degli anni ’70, e infatti il contratto fu vinto da un’azienda di un altro paese dove si poteva.
    LEGGETEVI la proposta di legge di cui vi è il link nell’articolo, prima di sparare sentenze demagogiche.
    IL SOLO MODO PER AUMENTARE LA RICCHEZZA DI TUTTI è permettere agli imprenditori medi e grandi di assumere e licenziare secondo i bisogni di mercato, e ai piccoli di non essere tassati a morte…anziché pescare nella ricchezza di pochi.
    Si deve PRODURRE ricchezza, premiando il merito e l’inventiva (anche nella scuola e nella ricerca!) non ridistribuirla con operazioni d’ingegneria sociale.
    Sennò rimarrete sempre il paese del medioevo, degli ordini e delle corporazioni, un dinosauro destinato ad estinguersi, in cui i giovani sono sempre meno (tasso di natalità più basso del mondo!) e quei pochi non possono trovare lavoro.

  8. alex PSI scrive:

    Le osservazioni fatte dalla BCE in merito al mercato del lavoro sono ineccepibili. Il problema però è che il Governo intende operare in maniera frettolosa e poco concertativa in un momento di panico finanziario e ciò rischia di arrecare pesanti penalizzazioni per il mondo dei lavoratori. La Flexicurity è il futuro e le regole novecentesche sono da mettere da parte, ma per far ciò è necessario un nuovo Governo e un nuovo Parlamento.

  9. clay scrive:

    …purtroppo non tutti sono dottori e conoscono padroni di grandi aziende…quello che noi chiediamo individualmente è avere un posto di lavoro onesto per sfamare i nostri bambini scusa se è troppo ma visto le circostanze credo sia troppo…

  10. creonte scrive:

    ma la’rticolo si absa su uan cosa ben più interessante: leva qualcosa a chi ha il contratto a tempo indeterminato, epr consegnarlo a tuttti gli altri tipi di contratto.

    ma tanto, figurati se hanno intenzione di fare qualcosa del genere in Italia! Meglio sfruttare la gente con al stratificaszione contrattuale, che nulla ha a che vedere con la professionalità, am solo è una misura del di qaunto i contraneti hanno “il coltello dalla parte del manico”

  11. Fabio scrive:

    Concordo in pieno con il contenuto dell’articolo.

    Il problema non è perdere il lavoro, ma permettere a chi lo ha perso di trovarne un altro. Il problema dell’Italia è che si è sempre puntato, in una logica prettamente marxista, ad “assegnare” il posto di lavoro a una persona in modo definitivo, dall’assunzione alla pensionamento.

    Questo è fuori di ogni logica.

    Certo, favorire i licenziamenti e basta è un’immensa stupidaggine, in quanto bisognerebbe modificare tutto il sistema di protezioni sociali per introdurre una riforma del genere. L’idea di partire a discutere sul sistema danese o sulla proposta Ichino a me personalmente non dispiace.

    In Italia invece l’unico welfare esistente è, come riporta Michele Dubini, il sistema pensionistico. Peccato che questo non sia stato welfare in molti casi, ma puro assistenzialismo. Mandare le persone in pensione a 35 anni è welfare?

    Dunque, è ora di cambiare il mercato del lavoro, ma con una riforma complessiva che riguardi tutti.

    Cambiare il welfare per tutelare veramente chi ha bisogno, questa è la direzione giusta.

  12. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    @clay: neanch’io sono nato con la laurea.
    Vengo da una famiglia molto povera (proletaria) e mi sono GUADAGNATO la mia laurea pagandomela, LAVORANDO SEI GIORNI LA SETTIMANA PER PAGARMI GLI STUDI MENTRE MANTENEVO MOGLIE E DUE BAMBINI.
    Liberatevi dall’invidia verso chi ha fatto, e muovetevi, anche se vuol dire, come ho fatto io, andarmene verso paesi più civili per farlo.

  13. filipporiccio scrive:

    Il problema più grosso è l’idea di mantenere la tutela dell’art. 18 per i contratti già stipulati. Questo è chiaramente inaccettabile, perché in questo modo per i prossimi 30 anni ci saranno due caste, la casta dei vecchi intoccabili e la casta dei giovani licenziabili, indipendentemente dal merito o dai bisogni dell’azienda.

  14. Alberto scrive:

    1) OK facciamoli pure i confronti internazionali. Vediamo anche quanta corruzione, nepotismo ed evasione fiscale ci sono nei paesi civili?
    2) Certo, che ha ragione la Camusso: il leone c’è e fa paura ed è una classe dirigente cialtrona e furbetta. Della riforma degli ammortizzatori sociali se ne parla dai tempi della cosiddetta legge Biagi e non si è fatto nulla, se non precarizzare sempre più il mercato del lavoro. Quali sono i segnali che potrebbero spingere i lavoratori ad abbandonare le proprie tutele giuridiche?

  15. Massimo74 scrive:

    Francamente continuo a non capire per quale motivo ci debba essere una categoria,i lavoratori dipendenti, i quali necessitano di particolari tutele che sono invece precluse a tutti gli altri.Un commerciante o un artigiano non hanno le ferie o la malattia pagate,non sono protetti contro “i licenziamenti” da parte dei propri clienti (cioè un cliente può decidere da un giorno all’anno di dare il benservito al proprio salumiere presso il quale si è rifornito per anni senza dover dare alcuna motivazione),non hanno il TFR e non godono di alcun sussidio di disoccupazione.Inoltre mentre ai lavoratori dipendenti è garantito tramite il CCNL il salario minimo sindacale,cioè un livello minimo di retribuzione sotto il quale per legge non si può scendere,un autonomo è costretto invece ad accettare la legge della domanda e dell’offerta e se vuole vendere i propri prodotti deve farlo al prezzo che i suoi clienti sono disposti a pagare,pena il fallimento della propria attività.
    I lavoratori dipendenti dovrebbero essere trattati come tutti gli altri soggetti ed accettare le regole del mercato.Vendere la propria forza lavoro non è diverso dal vendere il pane o la carne o la verdura.Da questo punti di vista mi trovo perfettamente d’accordo con l’on.Antonio Martino quando afferma che bisognerebbe introdurre un articolo 140 alla Costituzione recitante: «La legge non impedirà mai atti di capitalismo fra adulti consenzienti».

  16. Pietro M. scrive:

    I difensori a spada tratta, anzi, a “sparatrapp” dello status quo, come molti commentatori, o sono parte dei privilegiati che non vogliono che le cose cambiano perché tanto non hanno nulla da guadagnare a cambiare le cose, non avendo problemi, o sono illusi che credono di poter diventare parte dei privilegiati. Sveglia! Il surplus da spartire parassitariamente è sempre più piccolo, la lotta di tutti contro tutti per vivere a spese degli altri in cui è degenerata la nostra democrazia si sta rivelando incompatibile con il benessere di tutti.

  17. Massimo74 scrive:

    @Pietro M.

    Quoto ogni tua parola.

  18. Alberto scrive:

    E’ molto difficile spiegare a qualcuno che non lo abbia ancora capito da solo, come Massimo74, perchè “vendere” la propria forza lavoro è diverso da vendere il pane (sic). Gli consiglio la lettura di un aureo libricino dal titolo “Il mercato del lavoro come istituzione sociale” di Robert M. Solw, premio Nobelo per l’economia (ubi maior…) Buona lettura!

  19. clay scrive:

    bah sono certo che alla fine vincerà il buon senso…dare si opportunità ai più giovani ma senza che il governo tenti di togliere ciò che non mi ha dato dott.sergio:invidia?assolutamente no bisogna avere il coraggio e la fiducia per fare come te io ti stimo per quanto mi riguarda personalmente ho poco da cambiare per andare nei paesi più civili con un tumore in agguato!

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