Il default latente nelle riforme pensionistiche lascia gli italiani ‘cornuti e contenti’

– Si sente ventilare abbastanza di frequente l’eventualità di un default del nostro paese sul debito pubblico. Si tratta fortunatamente di un’ipotesi ancora lontana, anche se non così implausibile come poteva sembrare fino a qualche tempo fa.

Tuttavia a modo suo il nostro paese ha già fatto default. La riforma delle pensioni con l’innalzamento a 67 anni della soglia di età per le pensioni di vecchiaia nella pratica non è altro se non l’ennesima ristrutturazione del nostro debito pensionistico.

Nei fatti, si è passati nel giro di venti anni da un modello in cui gli italiani potevano andare in pensione, in certi casi, persino prima dei 40 anni ad un modello ben più “severo”, tanto dal punto di vista dell’età pensionabile che da quello dell’effettivo importo degli assegni.

Riscadenzare nel tempo l’erogazione dei vitalizi o rimodularne il valore rappresenta, nei fatti, un default parziale rispetto ad un patto implicito che lo Stato ha proposto ai suoi cittadini.

Non ci sono dubbi che la riforma delle pensioni sia giusta e necessaria per la sopravvivenza del paese – e che occorrerà quanto prima compiere anche l’ultimo passo, cioè l’abolizione delle pensioni di anzianità sulle quali a questo giro la Legaha messo il veto. Tuttavia occorre anche riflettere sulle dimensioni clamorose del tradimento da parte del sistema pubblico delle aspettative che proprio il sistema pubblico aveva generato.

Non parliamo di noccioline. Se altre socialdemocrazie avevano puntato soprattutto su un alto livello di servizi pubblici, le pensioni facili erano il nucleo dello “stato del benessere” (o “del bengodi”) all’italiana.

Il lavoro costa sacrificio e la promessa di potersi ritirare, piuttosto ben pagati, quando si era ancora nel pieno delle forze rappresentava una prospettiva di qualità della vita da primato mondiale.

La politica ha comprato per decenni il consenso di tanti cittadini su questa prospettiva ed oggi ci dice candidamente di aver sbagliato i conti e non di poco.

 

Proviamo per un attimo a proiettare un simile scenario nell’ambito privato.

Pensiamo ad esempio ad un’azienda, una banca od una compagnia di assicurazione, che raccogliessero soldi sotto forma di obbligazioni e di polizze, impegnandosi per interessi straordinariamente convenienti o per una certa data di restituzione del capitale o di erogazione di una rendita. Potrebbero poi cambiare completamente le carte in tavola dopo alcuni anni, appellandosi a considerazioni di realismo e di senso di responsabilità?

Certo che potrebbero farlo, ma la cosa sarebbe chiamata in un modo solo: truffa. Ne scaturirebbero possibili sanzioni penali e quello che certo è che ci sarebbero chiare sanzioni di mercato, come fallimenti, drastici ridimensionamenti e tante persone a spasso.

Non sarebbe plausibile che una società privata potesse tradire gli impegni presi in maniera sistematica e prolungata nel tempo senza pagare mai pegno – senza perdere mai la fiducia degli investitori e dei clienti.

Eppure la vera tragedia dello statalismo è che a quanto pare il sistema pubblico può “fare fessi” i cittadini ed al tempo mantenere indefinitamente il loro sostegno.

Paradossalmente i primi a lamentarsi delle varie riforme delle pensioni sono anche i più zelanti sostenitori dell’idea che anche per il futuro i cittadini debbano continuare a consegnare la metà dei propri guadagni allo Stato ed in definitiva alle scelte discrezionali di governi e parlamenti.

Proprio gli stessi che si sentono tanto “furbi” quando diffidano di banche, imprese e speculatori vari sono “cornuti e contenti” quando si tratta invece di sistema pubblico.

Nessun cliente, nel mercato, vorrebbe dare più denaro ad un’azienda di cui è scontento. Se sei insoddisfatto del quotidiano che compri, del tuo macellaio, dell’albergo in cui sei stato in vacanza o della tua banca, certo non ti proponi di dare loro più soldi né ti viene in mente che la causa della loro inefficienza sia il fatto di avere a disposizione risorse insufficienti. Piuttosto sarai portato a spendere di meno a loro favore la prossima volta.

Invece più lo Stato è inefficiente ed inaffidabile più si ritiene che la soluzione sia conferirgli ancora più risorse, una porzione ancora maggiore della ricchezza che produciamo.

Si tratta, evidentemente, di un errore logico di proporzioni enormi che è urgente smascherare. Il fallimento del dorato “modello sociale italiano” che la “prima repubblica” ci aveva fatto intravedere dovrebbe piuttosto servire da monito su quanto sia imprudente ed autolesionistico per i cittadini firmare un assegno in bianco alla politica.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Il default latente nelle riforme pensionistiche lascia gli italiani ‘cornuti e contenti’”

  1. ? guarda che nessuno è contento di pagare le tasse.
    basta contemplare gli alti livelli di evasione in italia.
    la questione pensionistica non c’entra nulla con la tassazione.
    chi ha versato (e pure chi non ha versato) cerca di difendere la versione pensionistica che più gli conviene , indifferentemnte che versi il 30% i 40% od il 50% al fisco .
    il trucco semmai è un altro: cominciare sempre dalla pensioni o dagli ospedali o dalle scuole invece di cominciare dai soldi regalati ad imprese inefficienti, da quelli dati alla burocrazia politica o para-politica.

  2. zbadesi scrive:

    ho lavorato contributivamente per quasi 39 anni (quelli senza contributi non li contiamo, ai miei tempi si lavorava e basta) e adesso mi spostano il “traguardo”…era un privilegio? lo accetto…ma mi dicano chiaramente quanti anni ancora dovrò dare della mia vita lavorativa allo stato e mi spieghino anche perchè dovrò lavorare oltre i 40 anni di contributi ma questo surplus di contributi non mi verrà riconosciuto… mi dicano perchè il mio montante retributivo pensionistico, se l’aspettativa media di vita (visto che ora si guarda quella per commisurare gli anni di lavoro) per i maschi è di circa 80 anni e mi dovrei godere la pensione solo per 13 anni (andando in pensione a 67), dovrebbe rimanere per 2/3 allo stato? una scommessa sulla mia dipartita prematura?
    se le regole sono chiare dal principio ci si può cautelare ma cambiare in corsa la distanza dal traguardo è quanto meno… truffaldino
    quindi mi dimetterò un mese prima di andare in pensione chiedendo il contributo di disoccupazione e quanto mi spetta per nn essere nel mondo del lavoro, sfrutterò il più possibile malattia e permessi vari (vedi lg. 104), è così che devono comportarsi i cittadini?
    si ricordino: più il pugno si stringe più sabbia scappa dal pugno

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