Tra Islam e laicità. Una conversazione sulla nuova Tunisia

– Si stanno ormai consolidando i risultati delle elezioni in Tunisia dello scorso fine settimana, le prime dopo la caduta di Ben Ali.

E’ arrivato in testa un partito islamico, Ennahdah (“Rinascita”). Che cosa comporterà questo esito e quali sono le prospettive per la nascente democrazia?
Ne parliamo con Habib Sayah, giovane militante liberale e candidato della lista Sawt Mostakel (“Voce Indipendente”) all’Assemblea Costituente nella circoscrizione estero Francia Nord.

Habib, innanzitutto qual è il posizionamento di Sawt Mostakel e qual è stato lo spirito della vostra partecipazione?
Sawt Mostakel è una lista indipendente guidata dalla militante per i diritti umani Amira Ahyaaoui che si è presentata alle elezioni per l’Assembla Costituente per i seggi riservati ai tunisini residenti all’estero.
Di fronte allo scarso interesse dei partiti per la questione della Costituzione, abbiamo ritenuto utile proporre un progetto di costituzione che garantisse il rispetto delle libertà individuali ed un sistema di equilibrio e di separazione dei poteri. In effetti, i pochi partiti che hanno presentato proposte costituzionali, all’interno di programmi che più si addicevano a delle elezioni legislative, guardano alla Costituzione solo alla luce dei propri interessi di parte. Invece la Costituzione stabilisce le regole del gioco politico e quindi dovrebbe essere al di sopra delle parti.
Anche se non abbiamo ottenuto seggi, continueremo a difendere le nostre proposte costituzionali fuori dall’Assemblea: libertà individuale, uguaglianza dei sessi, laicità dello Stato, primato della Costituzione.

Che cosa ne pensi del successo di Ennahdha? Pensi che possa rappresentare un pericolo potenziale per la Tunisia e che certe libertà civili siano ormai a rischio?
Il successo di Ennahdha era previsto. Non c’erano dubbi che il partito islamico sarebbe arrivato in testa nei risultati.
In ogni caso occorre evitare di fasciarsi la testa e occorre guardare ai risultati con attenzione. Ennahdha è la prima forza politica del paese ma non ha ottenuto la maggioranza dei seggi e tanto meno dei voti dei tunisini! Non bisogna parlare solo della vittoria di Ennahdha, è necessario vedere anche che tra il 60 e il 70 per cento dei tunisini hanno votato per dei partiti laici. Se Ennahdha riesce a formare un governo di coalizione, si dovrà muovere in presenza di vari vincoli: un governo composto sia da laici che da islamisti ed una forte opposizione laica.

Non è che il rafforzamento delle tendenze islamiche ci farà rimpiangere Ben Ali?
Dobbiamo considerare che oltre ad avere a che fare con un’opposizione vera in Assemblea e tra la gente, Ennahdha si troverà a dover comporre le eredità socio-culturali dei tunisini. E la Tunisia è l’unico paese arabo ad aver rifiutato di inscrivere la Sharia nella propria costituzione al momento dell’indipendenza.
Questo orientamento laico è vissuto dalla maggior parte dei tunisini come un dato di fatto e spesso come un vero tesoro da preservare.
Ennahdha ha saputo guadagnarsi la simpatia di tanti tunisini. Ha fatto una campagna elettorale notevole e può vantare al proprio attivo decenni di repressione subita dai propri militanti. Tuttavia il successo di Ennahdha deve molto agli errori di strategia dei partiti laici, che erano troppo divisi.
Quello che penso è che i tunisini non si lasceranno privare delle loro libertà e che Ennahdha dovrà governare nel quadro di un sistema democratico. Uno scenario all’iraniana non è prefigurabile ed i dirigenti di Ennahdha sono coscienti che i tunisini sono all’erta, tanto è vero che hanno fatto campagna sostenendo che garantiranno i diritti acquisiti delle donne e non torneranno indietro sulle libertà individuali.
Nell’immediato il successo di Ennahdha non è troppo pericoloso. Certo è che i suoi dirigenti sono pazienti e sanno che l’unica possibilità di un cambiamento in senso più islamista è influenzare dolcemente la mentalità generale, affinché nel giro di cinque anni i tunisini siano in qualche modo progressivamente anestetizzati, più permeabili alle idee islamiste e meno attaccati alla propria libertà. Un percorso più brusco sarebbe perdente perché susciterebbe l’opposizione netta della gente. Sta a noi oggi accettare il gioco democratico e partecipare alla battaglia culturale, sia nell’ambito dell’opposizione democratica sia nella società civile, al fine di mantenere l’”eccezione tunisina” – cioè conciliare Islam e libertà.

Qual è la tua opinione complessiva sul processo di democratizzazione? Sei soddisfatto o pensi che siano stati commessi errori?
Gli osservatori sono unanimi: queste elezioni sono un successo storico. Malgrado un certo numero di sbavature, comprensibili in una democrazia nascente, il processo è stato impeccabile per un paese che non ha mai conosciuto elezioni democratiche.
Qualche mese fa ci veniva detto che non eravamo pronti per la democrazia e si predicevano eccessi, rivolte e persino attentati che avrebbero messo in scacco il processo elettorale. Ma quando abbiamo visto questi milioni di tunisini e di tunisine di tutte le età felici di fare la coda per esprimere la propria scelta politica di fronte a più di 100 nuovi partiti, non abbiamo potuto che essere fieri. Abbiamo varcato una soglia di civilizzazione, una nuova tappa nella coscienza politica.

Cosa ne pensi dei partiti laici in Tunisia? Quali sono i loro limiti e perché hanno ottenuto un risultato deludente?
Beh, come dicevo, se è evidente che queste elezioni segnano il successo di Ennahdha, non si può dire che la Tunisia abbia scelto l’islamismo. La sconfitta dei laici è stata relativa – perché più del 60% dei tunisini ha votato per partiti diversi da Ennahdha – ed è dipesa da due fattori importanti: le divisioni tra i partiti non-islamisti e la loro “comunicazione”. Ripeto che la vittoria di Ennadha è più dovuta agli errori di strategia degli altri che ad un’effettiva popolarità dell’islam politico.

Mentre gli islamisti erano riuniti in un solo grande partito, i sostenitori della laicità si sono trovati divisi tra vari partiti di taglia media (soprattutto Ettakatol, il PDP, il PDM e Afek. Ognuno aveva la pretesa di ottenere il proprio spazio in Assemblea per costruirsi una legittimità ed hanno rifiutato di unirsi in liste comuni, pur appartenendo in gran parte alla stessa famiglia politica.
Così, divisi, la maggior parte di questi partiti non hanno raggiunto la massa critica necessaria per ottenere seggi nelle circoscrizioni di dimensioni piccole e medie.
Faccio un esempio: in una circoscrizione che assegnava 5 seggi, i partiti secolari potevano raccogliere il 75% dei voti. Ettakol, avendo ottenuto il miglior risultato tra questi, ha ottenuto dei seggi, ma i voti ottenuti dagli altri partiti “progressisti” sono andati in fumo. La vittoria di Ennahdha si spiega dunque soprattutto sul frazionamento dei voti dei laici, che avrebbero potuto ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in Assemblea, se si fossero presentati uniti.
Poi tra i laici c’è stato il problema di una comunicazione troppo aggressiva nei confronti di Ennahdha. Sono riusciti solo a far paura a molti tunisini che hanno finito per assimilare la laicità ad un “ateismo di Stato” e si sono pertanto rivolti a Ennahdha che sembrava avere l’atteggiamento più rassicurante. Così il partito islamico ha beneficiato degli attacchi che gli venivano rivolti reagendo in maniera intelligente ed al tempo stesso si è avvicinato alla popolazione attraverso un meticoloso lavoro sul terreno – inclusivo peraltro di una buona dose di demagogia, come l’organizzazione di matrimoni collettivi finanziati dal partito o la distribuzione di denaro ai poveri.

E qual è il tuo giudizio sul voto dei tunisini all’estero? Come mai Ennahdha ha vinto anche lì, persino tra i tunisini che da tempo vivono nei paesi occidentali?
Il risultato di Ennahdha in paesi come il Qatar, l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi si spiega con ragioni sociologiche evidenti. In altre circoscrizioni (Germania, Italia, America e resto d’Europa) l”onda verde” si spiega con il basso numero di seggi da assegnare (uno o due): i “progressisti” erano divisi e chiaramente hanno perso nei confronti degli islamisti riuniti in un solo partito. Invece in circoscrizioni più grandi come Francia Sud e Francia Nord, che assegnavano cinque seggi, i laici hanno nel complesso prevalso, anche se al solito Ennahdha ha ottenuto il 40% dei seggi con solo il 30% dei voti.

Qual è oggi la coalizione di governo più probabile?
Con il 40% dei seggi in Assemblea, Ennahdha non può governare da sola. La coalizione che si prefigura dovrebbe comprendere il CPR (Congresso per la Repubblica), un partito che si proclama di centro-sinistra ma che ha in realtà un posizionamento ambiguo – sostenendo a volte uno Stato laico, a volte un avvicinamento a Ennahdha.
Poi c’è il leader di Ettakol, Mustapha Ben Jaafar, che aspirerebbe alla presidenza della repubblica, con il pretesto dell’ “unità nazionale”. Ora, in realtà sarebbe nocivo che i laici di Ettakol si compromettessero per una presidenza onorifica entrando in un governo dove non peseranno e dove subiranno le decisioni di Ennahdha, tanto più che Ennahdha si trova agli antipodi rispetto alle idee dei militanti di Ettakol. Ben Jaafar sarebbe molto più utile come leader dell’opposizione che come garante laico di un governo a maggioranza islamista.
Ma la vera questione resta quella di Al Aridha (“La Petizione”), una lista indipendente dietro la quale c’è Hachmi Hamdi, un conservatore che ha frequentato Ennahdha negli anni ’80, che poi è divenuto un ardente difensore di Ben Ali dopo aver invece offerto le onde del proprio canale tv (Al Mustakilla, trasmesso da Londra) all’opposizione. Insomma un personaggio difficile da decifrare, che ha sorpreso tutti ottenendo più del 10% dei seggi quando nessuno se lo aspettava.
La lista Al Aridha era passata inosservata, non veniva presa sul serio, sembrava folkloristica. Come si posizionerà? E’difficile dirlo anche considerando il nome del partito su cui si fonda: Partito Conservatore Progressista. In ogni caso il suo risultato è a rischio annullamento, a causa di un ricorso fondato sull’opacità del suo finanziamento. Sarà un argomento da seguire…

Se gli islamisti sono andati bene persino in un paese laico come la Tunisia, che cosa dobbiamo aspettarci in paesi come l’Egitto e la Libia dove sono notoriamente più forti le posizioni fondamentaliste?
Non è che la Tunisia sia del tutto al riparo dal rischio di una dittatura nel nome di Allah nel lungo termine, ma senz’altro beneficia del baluardo costituito dalla sua storia e dalla sua tradizione secolare – un baluardo rinforzato dall’educazione dei tunisini. L’Egitto obiettivamente è molto più in pericolo, in virtù delle realtà sociologiche e di ordine culturale, ma anche perché già esistono le brecce che possono permettere la dittatura religiosa. Al contrario di quanto avviene da noi, la Sharia è già una delle fonti del diritto egiziano.
Tuttavia ho fiducia nella gioventù egiziana per far fronte a questa possibile deriva.
Per quello che riguarda la Libia, invece, 40 anni di dittatura sotto un regime oscurantista non lasciano presagire niente di buono e lo si vede già in varie dichiarazioni recenti del CNT.

Tu sei un liberale. Ma realisticamente e pragmaticamente, qual è la tua visione di un liberalismo “possibile” in Tunisia?
I tunisini sono attaccati alla loro libertà – di questo sono convinto. Quello che dobbiamo fare innanzitutto è restare vigili affinché questa libertà non sia subdolamente erosa dai nostri governanti, che sia in nome dell’Islam o attraverso la demagogia. Poi, bisogna avviare un lavoro pedagogico su larga scala per sviluppare la coscienza politica dei tunisini, perché la tentazione di barattare la propria libertà in cambio della sicurezza e della comodità immediate a volte è troppo forte.
Non penso che oggi sia la libertà di impresa ad essere il diritto fondamentale più minacciato, ma anche su questo versante come liberali occorre stare in guardia, in quanto i tunisini hanno ereditato dai francesi dei concetti marxisti che danno loro una visione erronea delle realtà economiche.
Il pericolo più immediato è l’ascendente di Ennahdha sulla mentalità della gente e la più grande minaccia è alle libertà civili, in nome di un islam moralizzatore e rigorista. La chiave per contrastare questa influenza orientale sul nostro Islam si trova, a mio modo di vedere, nella rinascita del “liberalismo teologico” iniziato in Tunisia dallo sceicco Salem Bouhageb. Questa corrente di pensiero che ha trovato i suoi interpreti in Kheireddine Pacha, Abdelaziz Thaalbi, Tahar Haddad, Mohamed Charfi e che ha fatto delle Tunisia questo paese moderno e rispettoso della libertà e dell’uguaglianza dei sessi rischia di spegnersi se non ci diamo da fare.

Uno dei suoi ultimi rappresentanti, Mohamed Talbi, sta subendo una campagna di denigrazione da parte di Ennahdha, che sa che l’arma che consentirà di screditare gli islamisti si trova proprio nel Corano. Mi piace fare mio il motto di Mohamed Talbi: “Voglio rilassare la gente e lo voglio fare nel nome del Corano. La fede è una scelta e non cesserò mai di dire che l’Islam ci dà la libertà, compresa quella di insultare Dio…”

Aggiornamento: Proprio nelle ultime i voti della lista Al Aridha sono stati dichiarati nulli in sei circoscrizione e la lista minaccia di boicottare l’Assemblea Nazionale. Alcuni scontri sono in atto.  


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Tra Islam e laicità. Una conversazione sulla nuova Tunisia”

  1. lodovico scrive:

    Mi sembra di capire che tutto procede nel migliore dei modi: un 60% dei tunisini é a favore delle libertà individuali ed economiche.Internet ha esportato democrazia non sete di potere.

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