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Le mire della Francia nella Libia del dopo Gheddafi

– Con la cruenta fine del colonnello Gheddafi, il Consiglio Nazionale di Transizione libico (CNT) ha acquisito il monopolio della rappresentanza statuale nel paese. Ciò significa che finalmente è chiaro senza equivoci con chi poter firmare accordi di varia natura, non da ultimi quelli economici e commerciali.

Si apre così la gara tra i paesi che hanno aiutato i “ribelli” per assicurarsi un posto vantaggioso nella nuova Libia. In realtà sarebbe più corretto affermare che la gara “continua”, e questo perché un’ipoteca su un ruolo nella ricostruzione è stata già messa durante la guerra, da coloro che sono stati maggiormente attivi diplomaticamente e militarmente.

Tra questi c’è la Francia del ridente Sarkozy. I punti su cui si è mossa con abilità, battendo sul tempo gli altri concorrenti, sono stati diversi. Innanzitutto è stata la prima nazione a riconoscere il governo dei ribelli come unico rappresentante legittimo del popolo libico il 6 marzo (un giorno dopo l’autoproclamazione del CNT stesso), ha inviato rappresentanti diplomatici a Bengasi, e si è subito adoperata per un analogo riconoscimento da parte dei governi europei. È stata sempre la Francia a perorare per prima la causa della no-fly zone in seno al Consiglio di Sicurezza ONU; francesi sono stati i primi aerei mobilitati e le truppe speciali di terra inviate (insieme a quelle inglesi) a sostegno dei ribelli nell’ambito di una missione che ufficialmente è stata e continua ad essere esclusivamente aerea e navale. L’attivismo diplomatico è continuato lungo tutto il corso del conflitto, con i vari summit ospitati a Parigi e con i frequenti incontri bilaterali con esponenti del CNT, il tutto culminato con il discorso di Sarkozy e Cameron a Tripoli, davanti ad una folla plaudente. Certo, bisogna dire che il Regno Unito è stato al fianco della Francia nel gestire la questione, ma la leadership francese è stata più incisiva.

Insomma, Sarkozy ha agito con risolutezza, ha preso l’iniziativa, ha puntato sul cavallo vincente e ora vuole raccogliere i frutti dello sforzo per sé e per il suo paese.

Le aree in cui la Francia ha sviluppato i suoi interessi sono sostanzialmente tre.

La lezione principale della geopolitica è che nulla è come sembra: dietro nobili interessi di facciata ce ne sono altri ben più concreti. Ed è ormai noioso scoprire ogni volta che questi si sostanziano in petrolio e gas. La vicenda libica non è da meno: la necessità di difendere i diritti della popolazione inerme (motivazione ufficiale della missione), non ci deve far dimenticare che la Francia ha bisogno di energia (aumento della domanda dell’11,9% nell’ultimo anno) e punta ad allargare la presenza di Total in Libia con concessioni su nuovi giacimenti. 

Secondo punto, è quello dei rapporti commerciali. Già prima della fine delle ostilità Tripoli pullulava di businessmen. La ricostruzione di case, scuole, ospedali e infrastrutture, avrà bisogno di ingenti investimenti stranieri, così come l’opera di diversificazione dell’economia per superare lo status del rentier state.

Terzo e non meno importante aspetto, che alimenta e allo stesso tempo è alimentato dai primi due,  è quello diplomatico. La Francia non può che essere un importante punto di riferimento per la nuova Libia, soprattutto in questa fase, con un’azione di advocacy per reinserirla nel consesso internazionale e per gestire la delicata fase di transizione verso la democrazia. Così dopo il fallimento dell’Unione per il Mediterraneo, su cui Sarkozy aveva messo la faccia, il presidente sta privilegiando le relazioni bilaterali con i paesi dell’area, in linea con la  tendenza generale dell’affievolirsi del multilateralismo. Arrancando nel conquistare la leadership della zona euro, dove la Germania non ha rivali, Parigi punta ora a quella della gestione dei rapporti con i vicini meridionali dell’UE, avvantaggiata rispetto alla Gran Bretagna dalla prossimità geografica.

Una questione di grandeur, quindi, concetto in cuila Francia ha sempre creduto e su cui sta faticosamente lavorando in un’era in cui le medie potenze europee sono sempre più schiacciate dagli emergenti.

E come l’oro nero è la costante nascosta della geopolitica, così le elezioni lo sono della politica. Il maggio prossimo Sarkozy si batterà per un secondo mandato, e possiamo dire che con la gestione della crisi libica ha fatto bella figura. Un modo per recuperare i passi falsi interni.

L’espansione degli interessi francesi in Libia non può che portare ad una compressione di quelli italiani, in tutti e tre gli ambiti fin qui analizzati. Per ora la posizione dell’ENI non sembra minacciata. È la più importante compagnia energetica internazionale attiva nel paese, possiede gran parte delle infrastrutture che utilizza per la produzione e il trasporto, sono confermati i contratti di sfruttamento firmati con il vecchio regime (fino al 2042 per il greggio, fino al 2047 per il gas). Pur essendo la Libia il nostro primo fornitore di petrolio (24% del fabbisogno) e il terzo di gas (10%), le diminuzioni dei rifornimenti durante il conflitto non hanno destato preoccupazioni, per le abbondanti scorte e per la contrazione della domanda (dovuta alla stagione estiva e alla crisi economica). Sin dall’inizio della crisi, il nostro paese ha agito a rimorchio di Francia e Gran Bretagna, non si è mai proposto come capofila neanche per tentativi i di mediazione, che in una prima fase sembravano possibili e auspicabili. E quindi ora nella fase postbellica non può che puntare a mantenere le posizioni.

Ma senza Gheddafi il club degli amici della Libia, prima capeggiato dall’Italia,  si sta allargando e non è più così esclusivo. Il paese continua ad aver bisogno del know-how occidentale per la gestione dei suoi giacimenti e di molti investimenti esteri per la ricostruzione. L’Italia, come al solito concentrata sulle questioni interne, non ha fatto nulla di speciale per meritarsi un posto privilegiato nel dopo Gheddafi, e campa di rendita.

Come ai tempi di Enrico Mattei, c’è ancora l’impressione che la politica estera italiana  sia fatta dall’ENI.


Autore: Alessandra Pallottelli

Neolaureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università di Roma La Sapienza, durante il suo percorso formativo ha approfondito l'analisi delle forme di governo. Ha alle spalle diverse esperienze di studio in Francia e Gran Bretagna. Attualmente si occupa di relazioni istituzionali.

2 Responses to “Le mire della Francia nella Libia del dopo Gheddafi”

  1. Purtroppo sembra che la storia dell’Iraq post-Saddam si stia ripetendo nella Libia post-Gheddafi… (link)

  2. ma magari fosse fatta dall’ ENI! in Libia Frattini ha dimostrato di non avere nessuna politica estera.

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