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Il “Contratto con gli europei”. L’Ue potrà fingere di crederci, i mercati no

– L’esito dell’interminabile vertice europeo dell’ultima settimana ha confermato quello che la razionalità suggeriva di attendersi, sia a livello “macro” (la barocca governance economico-finanziaria dell’Eurozona) che “micro” (l’inarrivabile abilità dell’esecutivo italiano a narrare fiabe).

A livello europeo, l’unica decisione di un qualche peso è relativa all’incremento della percentuale di decurtazione sul debito greco, passata dal 21 per cento degli accordi dello scorso luglio al 50 per cento attuale. Massima indeterminatezza, come da tradizione europea, sulla volontarietà o meno dell’operazione, che riassume le contraddizioni di questo caotico momento della storia della moneta unica nel fatto che, a fronte di un taglio imponente e praticamente da default, la Grecia avrà un beneficio minimo, toccando (secondo le malcerte previsioni della Ue) un rapporto debito-Pil di ben il 120 per cento…nel 2020. Perché così poco beneficio, dunque? Per un preciso motivo: gli aiuti della Troika (Ue, Bce, FMI) sono cresciuti enormemente negli ultimi due anni, e quelli non possono essere decurtati, per ovvi motivi. Quindi, per riassumere: abbiamo un simil-default ma senza conseguire l’unico beneficio che il debitore si attende da un default: il sollievo rilevante dal debito.

Questo simil-default si scaricherà sulle banche europee, costrette a ricapitalizzarsi per oltre cento miliardi di euro complessivi, entro fine giugno 2012, per reggere l’onda d’urto greca. Il danno maggiore lo avranno le banche spagnole ed italiane, perché quest’ultimo stress test è stato condotto basandosi sul grado di “intossicazione” delle banche al debito dei PIIGS, secondo i prezzi di mercato alla data del 30 settembre scorso. Superfluo (e malizioso) aggiungere che a quella data eravamo in pieno caos e che i titoli italiani e spagnoli erano massacrati, mentre quelli tedeschi e (in misura minore ma comunque confortante) quelli francesi si trovavano in condizioni assai migliori. Questa circostanza è suscettibile di rilevanti conseguenze sul sistema creditizio italiano e sui suoi rapporti di potere. E mentre noi ci accapigliamo in pubblico sull’esegesi della lettera di Berlusconi al “caro Herman” ed al “caro José Manuel”, è assai probabile che qualcuno, in privato, stia sudando freddo e muovendosi freneticamente per ridurre il colpo al proprio feudo. Qualcuno ha pronunciato la formula magica: “Cassa Depositi e Prestiti”?

Poi c’è il fondo di stabilizzazione finanziaria (EFSF), che diventa un assicuratore di circa il 20-30 per cento delle nuove emissioni di titoli pubblici, e che resta l’oggetto misterioso di tutta l’operazione. I tedeschi non volevano un coinvolgimento della Bce, e l’hanno avuta vinta. Resta che questa potrebbe essere una classica vittoria di Pirro. Usare l’EFSF come surrogato intrinsecamente fragile della assenza di una banca centrale europea non porta lontano, anche perché riproduce tutte le fragilità di quei famigerati titoli strutturati di credito che i politici europei tanto amano esecrare.

E veniamo all’aspetto “micro”, ma non troppo: l’elefante italiano nella cristalleria europea. A ben vedere, dovremmo sentirci importanti, in questo periodo: l’Eurozona rappresenta la maggiore minaccia alla stabilità finanziaria mondiale, e l’Italia rappresenta la maggiore minaccia all’Eurozona. A parte questa suggestiva proprietà transitiva, avete letto ad nauseam il contenuto della missiva che il governo italiano ha consegnato a Commissione e Consiglio europei. Si tratta del resoconto stenografico di una seduta spiritica, durante la quale è stato evocato lo “spirito del ’94”. Si tratta di un fantasma più volte apparso, durante il “ventennio a colori” berlusconiano, ma che nessun ghostbuster è finora mai riuscito a catturare e rendere produttivo. Questa volta sarà diverso? Dipende. Perché il nostro governo sa di avere un apparentemente enorme potere negoziale, che deriva dal nostro status di paese too big to fail. Sfortunatamente, se qualcuno a Roma tentasse davvero questo bluff contando di vendere il Colosseo all’Unione europea, dovrebbe anche essere avvertito che non si tratterebbe di una partita a due bensì a tre, con il mercato a fare da terzo incomodo ma in realtà giudice unico della partita.

Anche nel caso greco, come ricorderete, le prime lettere ateniesi erano salutate a Bruxelles e dintorni con “grande soddisfazione”, e l’esito è purtroppo noto, deciso dai mercati. Ma naturalmente noi non siamo la Grecia, e questa cosa la scriveranno sulla nostra lapide, visto che stiamo facendo di tutto per seguirne la disgraziata parabola, fatta di infingimenti, dure lezioni, infaticabili tentativi di aggiramento dei vincoli, crescenti tensioni sociali, nuovi vincoli di austerità che abbattono la crescita e moltiplicano il rapporto debito-Pil. E tante, tante lettere a Bruxelles.

Anche nel caso delle 15 pagine programmatiche italiane c’è una timetable. Quattro mesi per fare questo, sei mesi per fare quell’altro, otto mesi e il Tempio è pronto, con taglio di nastro. Naturalmente, in pochi e nessuno hanno fatto presente che si tratta del libro dei sogni che Berlusconi in patria rispolvera ad intervalli regolari almeno da inizio legislatura; sogni sempre frustrati di volta in volta da magistratura, opposizione, stampa, e dal maggiordomo di Arcore. Il governo di Sherwood, che fino ad oggi voleva proteggere gli indifesi, diventa un modello di liberismo in 3D, occhialini inclusi. Prossimamente in questo multiplex.

Si conferma che siamo uno dei maggiori esportatori europei: non solo manifattura e luxury goods, però: da oggi anche di contratti scritti con inchiostro simpatico. Già preallertato Bruno Vespa: si prepara una straordinaria puntata di “Porta a porta“, dedicata al “Contratto con gli Europei”. Ora dobbiamo solo trovare di chi sarà la colpa, su scala più estesa, per la mancata realizzazione di questo epocale europrogramma liberale e liberista, e poi siamo a cavallo. Come acutamente suggerisce Umberto Bossi, (quello che “l’importante è che la Bce compri i nostri titoli di stato”), abbiamo già un indiziato grave: si chiama Mario, dal primo novembre abiterà a Francoforte e pare avere una grande attitudine a scrivere veri programmi di governo. Scilipoti è avvertito.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

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