– Dopo una lunga carriera da militante della destra romana, Flavia Perina è diventata “capo” del partito nella sua città. Il partito di cui è oggi “capo” però non è, né avrebbe mai potuto essere, quello – il Movimento sociale –  in cui aveva iniziato a militare da ragazzina, né tanto meno quello – Alleanza Nazionale – di cui nel 2006 è diventata parlamentare.

Da quell’idea “diversa” della destra, che prima da militante e poi da giornalista e direttrice del Secolo d’Italia Flavia Perina ha tentato di immaginare e raccontare, la destra ufficiale pensava infatti di doversi difendere, per conformarsi invece all’immagine brutta, sporca e cattiva dettata dal conformismo anti-fascista.

Le rotture che Fini ha consumato, se a qualcosa sono servite, hanno almeno vaccinato i “figli di un Dio minore” della destra italiana dalla sindrome di Stoccolma, rendendoli liberi di essere quello che volevano, e non solo quello che “dovevano”.

Se nel partito improvvisato e provvisorio in cui sono finiti i reprobi del PdL per la Perina ci sono i gradi del comando non è solo perché lei se li merita. E’ innanzitutto perché si ritiene possibile e conveniente che a “comandare” sia una politica irregolare e disobbediente, con un’idea assai poco tradizionale dell’organizzazione politica e della vita di partito.

E’ una bella scommessa, per lei e per FLI.  E che a fare il capo sia chi detesta comandare è comunque e sempre una buona notizia.