Il Piano Casa della Polverini fa crollare il tetto sulla testa del PDL

– La straordinaria espansione edilizia nota per l’età tardo-repubblicana ed imperiale interessò non soltanto i centri urbani, Roma in primis, ma anche una grande quantità di centri della regione e i loro territori.

Città e campagne furono investite da un floruit forse senza precedenti, che comportò una profonda trasformazione. Nei territori, la ridistribuzione degli spazi, con maglie regolari, costituì l’avvio di una politica volta ad un popolamento intenso e diffuso. Insomma, possiamo definirlo un Piano casa regionale ante litteram.

Tra i tanti problemi del governo laziale non esistono solo Sanità, disoccupazione crescente, imprese in forte crisi e individuazione di siti per le discariche del dopo Malagrotta, ma anche il Piano Casa. La speranza, a lungo coltivata, della giunta regionale di far prevalere alcune ragioni su altre sembra naufragare di fronte ad una presa di posizione, legittimamente fondata, del Governo. Così la reazione del Governatore laziale, Renata Polverini, minacciosa ed irata nei confronti del premier e le dimissioni dei dieci assessori Pdl in giunta, appaiono l’estremo tentativo di forzare la mano al Governo. Sulla questione specifica, certo. Ma non solo.

Eppure nell’ottobre del 2010, in occasione del convegno romano su “Lavoro e Territorio”, il Governatore della Regione, commentando una prima approvazione del piano casa, sottolineava come con quell’atto costituisse l’inizio di “… un nuovo corso per mettere in marcia verso un nuovo sviluppo la Regione Lazio”. Subito dopo l’assessore all’Urbanistica Luciano Ciocchetti illustrò i 10 punti contenuti nel nuovo piano, le cui parole d’ordine erano semplificazione, rilancio dell’edilizia, riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente, riqualificazione delle periferie e meno consumo del terreno libero. In sostanza la norma, approvata dalla Giunta, modificava la Legge Regionale 21/2009 introducendo misure più permissive per l’ampliamento volumetrico degli edifici e la sostituzione edilizia attraverso demolizione e ricostruzione. Tecnicamente gli interventi potevano essere realizzati con Dia e permesso di costruire da presentare entro il 31 dicembre 2013. Dal punto di vista puramente fiscale, i Comuni potevano deliberare una riduzione degli oneri concessori fino al 30%.

Immediatamente si levarono le proteste degli attori interessati, evidentemente contrapposti nei fini: i costruttori e gli ambientalisti. I Verdi, promisero battaglia e migliaia di emendamenti per fermare “una vera e propria legalizzazione dell’illegalità, a uso e consumo delle lobby del cemento”.

Sull’altro lato della barricata l’Ordine degli ingegneri del Lazio, per il quale era necessario fornire dei correttivi al Piano Casa. La proposta, seppure articolata su diversi punti, si fondava sull’istituzione di premi volumetrici su misura ed una maggiore attenzione alla qualità urbanistica.

Senza dimenticare il giudizio negativo dei sindacati, sia a livello regionale che nazionale. Con la Cgil, particolarmente critica, a bollarlo come “un piano miope che mette in campo risorse stanziate nel 2008 e ancora non spese, indirizzate poi prevalentemente al mercato della compravendita, di sempre piu’ difficile accesso per i disagi economici dettati dalla crisi, mentre poco o nulla viene destinato per alloggi in affitto a categorie disagiate”.

Il lungo braccio di ferro tra la governatrice del Lazio e il Consiglio dei Ministri, in particolare i responsabili dei dicasteri dei Beni Cultuali, Galan, e dell’ambiente, Prestigiacomo, premia questi ultimi, le loro argomentazioni, i loro rilievi. Almeno per il momento, in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale. Accoglie, di fatto, la “richiesta di impugnativa” presentata dal Mibac e dall’Ambiente su una parte del Piano.

Ad essere finite sotto la lente d’ingrandimento sono in sostanza alcune norme che appaiono, oggettivamente, poco pertinenti con gli ampliamenti di cubatura. Come la possibilità di realizzare in aree vincolate piste da sci, porti turistici, impianti sportivi, strutture alberghiere. Una stazione sciistica al Terminillo, oppure 60 porti lungo le coste laziali, come anche gli interventi nei parchi, per giungere alle possibili “sanatorie” ad abusi edilizi e ai centri commerciali.

I vulnera, come in maniera ineccepibile hanno rilevato Galan e Prestigiacomo, sono essenzialmente quattro. Il contrasto con gli articoli 9 e 117 della Costituzione. Le deroghe alla Legge Galasso sulle aree di tutela archeologica e al piano Territoriale paesaggistico regionale. Il cd. “silenzio-assenso” che a detta della Regione si sarebbe dovuto applicare anche agli interventi in aree vincolate.

Anche in questa circostanza, come per la querelle ancora in corso sull’individuazione del sito della discarica per il post Malagrotta, nel governo regionale sembra evidenziarsi un’attenzione assai particolare per il settore delle costruzioni. L’interesse a promuovere il nuovo Piano casa e, contemporaneamente, il desiderio di rilanciare le imprese attive nel settore delle costruzioni appaiono sopraffare le esigenze del rispetto delle regole. In campo storico-archeologico e in quello ambientale, così come in quello della sussidiarietà sociale.

Come per la questione rifiuti, emerge una certa malcelata insofferenza al coinvolgimento, nelle “grandi” come nelle “piccole” questioni, di competenze alternative a quelle direttamente interessate. Che a determinare questo status quo sia un’incapacità di larghe visioni o uno specifico interesse verso poche lobby poco importa. Ne esce un quadro del governo regionale nel quale si evidenzia una scarsa attenzione a problemi e temi che, invece, dovrebbero essere prioritari.

I dissesti idrogeologici non sono un fenomeno soprannaturale, contro il quale non è possibile attuare controffensive efficaci. Così come il patrimonio archeologico, il suo, spesso, precario stato di conservazione, le distruzioni che quotidianamente lo deturpano, non sono accidenti del fato. In entrambi i casi molto possono incidere le umane decisioni. Quanto più l’impegno è grande, le politiche si muovono nella giusta direzione.

Eppure le linee del Piano, le scelte fatte, nonostante provochino le reazioni di ambientalisti ed archeologi, non costituiscono alcuno “strappo” rispetto alla politica regionale comunale in campo urbanistico. L’idea-guida di Pisana e Campidoglio è quella di intervenire con nuove cubature in spazi dell’immediato hinterland romano ancora “libere”. Di farlo a prescindere. A prescindere dalle testimonianze archeologiche e dai rischi ambientali che certe operazioni avrebbero o potrebbero comportare. A prescindere dall’opportunità dell’operazione.

L’agro romano è visto semplicemente come terreno nel quale espandersi. Così, in questa ottica, trovano spiegazioni i tentativi, nell’ambito del Prg, di edificazione di un milione di metri cubi destinati all’edilizia residenziale e popolare, in un settore compreso tra le vie Laurentina e Ardeatina. Tentativi falliti per il veto del Ministero dei Beni Culturali.
Anche in quell’occasione il rispetto delle regole ebbe la meglio.

L’assessore all’urbanistica capitolino, Corsini, dichiarò che la decisione del dicastero di via del Collegio Romano premiava “una visione centralista e autoritaria di governo del territorio, per nulla rispettosa di un sistema che sempre più riconosce valore al potere decisionale degli enti locali”. Dimenticava però, in quella circostanza, di ricordare che il territorio, seppure nella sua necessaria e vitale dinamicità, è un insieme di cose. Modernità e antichità, presente, ma anche passato e futuro. Il territorio è una serie di layer tematici che solo insieme costituiscono il tutto. “Spegnere” per sempre uno soltanto di quei layer, distruggendo o obliterando storia e ambiente, significa privarlo di una risorsa, menomare l’insieme.

La grande stagione tardo-repubblicana e imperiale del Lazio antico fu favorita dallo stato centrale, il quale sorvegliò affinché non ci fossero abusi. Come documentano l’epigrafia ed, in parte, la letteratura latina, quando questi si verificarono furono i privati a praticarli. Mai la Repubblica e l’Impero vollero rendersi corresponsabili di tali cose. Proprio quello che invece, sfortunatamente, avviene ai nostri tempi.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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