Così cambierà la governance economica europea

– In risposta alla crisi dei debiti sovrani – le cui nefaste conseguenze economiche e politiche sono ormai sotto i nostri occhi – l’Unione Europea ha tentato di dare una serie di risposte normative che, secondo le intenzioni, dovrebbero agire in due modi. Da un lato si tratta di rivedere il sistema della governance economica, dall’altro di evitare – nell’immediato e pro futuro – una crisi della moneta unica.

Un nodo, lungamente discusso, che ora è venuto al pettine è la separazione, con il trattato di Maastricht (1992), della politica monetaria dalla politica economica. La prima fu centralizzata ed affidata ad un’autorità comune e indipendente con competenza esclusiva, la Banca Centrale Europea. La seconda, per ragioni politiche, fu lasciata agli Stati membri, pur con l’obbligo di “considerare le loro politiche economiche una questione di comune interesse” e di coordinarle tramite il Consiglio dei ministri (Ecofin). Sulle ragioni di questa scelta compromissoria si è scritto molto, ma l’argomento più frequente (ormai quasi un’ovvietà) è la questione della sovranità: mentre una comunitarizzazione della politica monetaria era fattibile, molti dei membri, all’epoca, erano restii a rinunciare al controllo sulla politica economica, che era ed è considerata uno degli attributi fondamentali della sovranità statale. Va da sé che la questione è più complessa e che gli Stati membri non sono mai stati completamente liberi in questo campo: essi devono rispettare il diritto comunitario, che pone un limite agli interventi possibili nel nome della concorrenza e del libero mercato (per esempio tramite la generale proibizione di aiuti di Stato.)

La politica economica viene, dunque, coordinata nel Consiglio a mezzo di “linee guida” non-obbligatorie la cui implementazione spetta poi agli Stati. I risultati vengono poi rivisti dalla Commissione e dal Consiglio. Il “cane da guardia” del meccanismo è il Consiglio stesso che può, in caso di un eccessivo deficit di bilancio (oltre il 3%), comminare sanzioni fino allo 0,5% del PIL/anno. Una “bomba atomica” di difficile utilizzo, date le sue implicazioni squisitamente politiche.

Questo meccanismo si è mostrato tragicamente insufficiente. Di conseguenza, da due anni a questa parte, si sono avuti vari progetti di modifica da parte della Commissione da un lato, della “Van Rompuy Taskforce” in seno al Consiglio Europeo dall’altro.

In primo luogo sarà emendato a breve il regolamento attuativo del meccanismo appena descritto, in modo da includere sanzioni modulate (un deposito con interessi, poi privo di interessi, poi una sanzione pari ad un massimo dello 0,5% PIL all’anno). Inoltre, questa Excessive Deficit Procedure  (EDP) includerà anche la possibilità di sanzionare uno Stato della zona Euro il cui debito salga sopra al 60% PIL e che non compia sforzi per migliorare. Un particolare interessante è che il Consiglio non voterà più a maggioranza qualificata sulle sanzioni, ma che le sanzioni si riterranno imposte dalla Commissione a meno che il Consiglio non voti espressamente contro la proposta con la medesima maggioranza.

Un secondo meccanismo che verrà istituito è la Excessive Imbalance Procedure (EIB). Esso sarà del tutto simile alla EDP appena descritta, salvo che si tratterà di vagliare dati macroeconomici e tendenze interne agli Stati membri, tramite una pletora di indicatori, per prevenire l’insorgere di bolle speculative e simili. La sanzione sarà dello 0,1% PIL/anno.

In terzo luogo, per sostenere gli stati in difficoltà nell’attuale crisi dei debiti, oltre che per prevenire situazioni simili in futuro, è stato creato una European Financial Stability Facility (EFSF, detto “fondo salva-StatI”, la cui dotazione stanotte è passata a 1000 miliardi di euro, ndr), un organismo di diritto privato (“Special Purpose Vehicle) con sede in Lussemburgo, destinato a terminare nel 2013, che permette agli Stati Membri di ovviare, cavillando, a due problemi di base giuridica nei trattati: il salvataggio fra Stati e Stati o Unione e Stati è proibito (art. 125 TFUE), salvo che in situazioni di disastri naturali o avvenimenti fuori del controllo dei singoli Stati (art. 122 TFUE). Il dubbio, molto serio, è che la crisi difficilmente ricade sotto queste due eccezioni. La soluzione di lungo periodo che si è trovata è l’istituzione di un European Stability Mechanism (ESM), una versione ufficiale e permanente del EFSF, tramite una modifica all’art. 136 del Trattato che includerà esplicitamente la possibilità, per gli Stati dell’Eurozona, di creare un tale meccanismo. Ciò richiede, ovviamente, la ratifica da parte di tutti e 27 gli Stati membri, ma ormai l’unica mancante è quella Slovacca. Peraltro dovuta, pare, più alla situazione politico-partitica interna che alla valutazione della proposta in sé. Sarà così possibile ovviare ai problemi cui si è accennato e, si spera, garantire la stabilità dei paesi dell’area Euro.

Infine, l’ultima innovazione di rilievo – ve ne sono molte minori – è la formalizzazione delle riunioni del Consiglio dei ministri (ECOFIN) in caso di decisioni pertinenti alla zona Euro. In queste sedute solo i paesi che hanno adottato la moneta unica hanno diritto di voto, e la Presidenza di questo “Consiglio nel Consiglio” è stata resa permanente (da rotante che era). Herman Van Rompuy ne è stato nominato Presidente ad interim. Non si tratta di una riforma puramente cosmetica, dato che una presidenza permanente assicura maggiore visibilità e maggiore coerenza di programma.

I tentativi, come si vede, non mancano. E non mancano nemmeno le sintesi fantasiose prodotte dalla stampa, come un elusivo e miracoloso “fondo salva-Stati”. La confusione mediatica, insomma, è quasi totale.

Certo, se si prende il problema seriamente, resta da vedere se con questi mezzi sarà possibile ridurre il baratro fra politiche economiche e politica monetaria. Data l’impossibilità, al momento, di una seria riforma dei trattati che vada a rafforzare la governance economica comune, si spera che con i metodi e i meccanismi qui descritti si riesca a creare un forte coordinamento, se non proprio una “governance economica europea”. Da pollaio politico che fa da sfondo alla crisi, insomma, qualche idea concreta è uscita.


Autore: Luca Bolzonello

Classe 1989, si è laureato in Relazioni internazionali all'Università di Bologna. Ha vissuto in Gran Bretagna, Belgio e Olanda, dove studia Diritto internazionale. Collabora con il Maastricht Journal of European Law, con particolare predilezione per tematiche del diritto internazionale ed europeo.

One Response to “Così cambierà la governance economica europea”

  1. Complimenti. Ottima e raffinata informazione su una Unione Europea che cerca di tappare le falle. Ci riuscirà?

Trackbacks/Pingbacks