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Robert Ford, l’appeaser che ha detto basta al regime di Assad

– L’ambasciatore statunitense in Siria è tornato a casa. E’ stato richiamato, su ordine del Dipartimento di Stato, per motivi non ancora del tutto chiari.

L’ambasciatore di cui parliamo non è un funzionario qualsiasi. E’ Robert Ford. Aveva già conquistato il primo piano nei media lo scorso gennaio, quando era arrivato a Damasco ad assumere il suo incarico. Si trattava, infatti, del primo rappresentante ufficiale degli Stati Uniti nella Siria dominata da Bashar al Assad, dopo una pausa di 6 anni. Gli Usa avevano chiuso col regime di Damasco subito dopo l’attentato all’ex premier libanese Rafiq Hariri, di cui i servizi segreti siriani erano ritenuti complici o addirittura mandanti.

Tra Washington e Damasco non era tornato a scorrere buon sangue neppure dopo il primo incontro fra ministri degli Esteri, con Condoleezza Rice nel 2007. E nemmeno dopo il primo annuncio di riapertura di normali relazioni diplomatiche, da parte di Obama nel febbraio del 2010. Già nel maggio successivo, infatti, Washington aveva dovuto imporre di nuovo le sanzioni a una Siria che, sotto banco, passava Scud al movimento sciita libanese Hezbollah, trasformandolo nel primo gruppo terrorista armato di missili. Alla fine del 2010, dopo una lunga ed estenuante crisi interna, cadeva il governo filo-occidentale libanese, regolarmente eletto dal popolo, spianando la strada a un nuovo esecutivo sostenuto da Hezbollah.

Robert Ford è arrivato a Damasco nel bel mezzo di tutto questo: sanzioni, missili, terroristi, Hezbollah, Libano in crisi. E quindi avrebbe dovuto essere “l’uomo della pace”, o meglio dell’appeasement con il nemico siriano, amato dai liberal, ma silenziosamente detestato dai conservatori, per il suo ruolo, non per la sua azione.
Erano passati più o meno 3 mesi dal suo insediamento, quando è scoppiata la rivoluzione in Siria. Robert Ford si è trovato ad essere in prima linea, volente o nolente, stretto fra una ribellione popolare multiforme e un regime da sempre anti-americano. E questa estate si è trasformato in un Occidentale in Oriente come non si vedeva dai tempi dei personaggi eroici (di fantasia) descritti nei romanzi di Rudyard Kipling, o di quei coraggiosi diplomatici europei (reali) che cercarono di salvare, dalle mani dei Turchi, quanti più armeni potessero, durante il genocidio del 1915.

Ford è tornato ad essere un diplomatico portatore dei valori oltre che degli interessi della maggior potenza mondiale. Invece che essere un appeaser di regime, come ci si sarebbe potuti attendere da un diplomatico di lungo corso, ha preso nettamente posizione per gli oppressi, contro il regime. “L’ho detto al team della mia ambasciata” – ha dichiarato Ford in una recente intervista – “Siamo qui senza le nostre famiglie al seguito, abbiamo tagliato a metà il personale per ragioni di sicurezza. Ho detto a tutti loro che, almeno, siamo dalla parte giusta. Giusta nel senso morale del termine”.

Da qui l’immagine di un ambasciatore-missionario laico dei valori americani, che ha il coraggio di denunciare ad alta voce i crimini di Assad e di parlare in termini di “Bene” e “Male”, come ha fatto nella sua intervista al Daily Caller, del 21 settembre scorso, riferendosi al regime di Damasco:

“Capirei se tutto questo (la repressione militare, ndr) fosse contrario agli ordini, se stesse tentando di riformare le forze di sicurezza, o cercando di ricostruire il sistema carcerario e dunque vi fosse quella situazione in cui molti ordini vengono disobbediti, ma gli ufficiali sono comunque chiamati a rispondere dei loro atti. Ma qui io non vedo nessuno chiamato a rispondere delle proprie azioni. E quindi posso solo pensare che (Bashar al Assad, ndr), fino a un certo punto, possa anche accettare, se non incoraggiare questi atti. Per me, tutto questo sarebbe Male”.

Il regime siriano ha sempre diffuso l’immagine di una rivoluzione violenta, condotta da gente armata, infiltrata da terroristi di Al Qaeda. Ma Ford riferisce all’Occidente che per le strade di Damasco, Homs, Hama, Deraa, Aleppo, sta avvenendo un tipo completamente diverso di contestazione: “La gente che marcia qui fuori perché vuole un cambiamento, chiede di essere trattata con dignità, di essere rispettata nei propri diritti umani essenziali. Non sono violenti, non stanno uccidendo nessuno”. In mezzo a questa gente, Ford ci si è calato, personalmente, a Hama, l’8 luglio scorso. Assieme all’ambasciatore francese Eric Chevallier si era recato nella città ribelle, a mo’ di scudo umano, per impedire all’esercito di travolgere i manifestanti. I due ambasciatori occidentali erano stati accolti come degli eroi dalla popolazione locale. Sono diventati eroi anche in patria. Ford, “l’appeaser” odiato dai conservatori, si è guadagnato la stima di senatori come Joe Lieberman e John McCain, a lui sono stati dedicati tributi da parte di grandi nomi del neoconservatorismo come Bill Kristol e Robert Kagan.

Ma tutto ha un prezzo, anche i gesti eroici: le ambasciate americana e francese sono state assaltate appena tre giorni dopo. E particolare accanimento si era riscontrato contro quella americana, dove la polizia è intervenuta (forse volutamente) in ritardo. Anche l’abitazione personale di Ford è stata attaccata. Già prima dell’episodio di Hama, Ford aveva subito un mezzo linciaggio a Jisr el Shughour. Durante una visita organizzata dal regime, per giornalisti e diplomatici, a una fossa comune in cui (secondo Damasco, la verità non è ancora del tutto chiara) erano seppelliti militari uccisi dai ribelli, il diplomatico statunitense era stato fatto oggetto di insulti e lanci di oggetti.

Dopo l’episodio di Hama, durante la fase più dura della repressione, le intimidazioni a Ford si sono moltiplicate. Il 23 agosto, durante un incontro formale di avvocati, un uomo ha tentato di avvolgere l’ambasciatore con un grande poster di Assad. L’11 settembre, decimo anniversario delle Torri Gemelle, in Siria si è anche celebrato il funerale dell’attivista dei diritti umani Giyath Matar, ucciso in carcere. Ford era presente al corteo funebre e ha lasciato l’area poco prima della carica delle forze di sicurezza siriane. Subito dopo, sui muri dell’ambasciata Usa, erano già comparse scritte come: “La famiglia Matar è al soldo dell’ambasciata americana”. Il 29 settembre è avvenuto un altro semi-linciaggio: un centinaio di persone hanno attaccato il convoglio di auto dell’ambasciata a colpi di pietre e pezzi di cemento, alcuni uomini si sono arrampicati sul tetto del veicolo che trasportava Ford. Il diplomatico ne è uscito illeso, la sua auto gravemente danneggiata.

Il 4 ottobre, in un’intervista rilasciata alla Bbc, Robert Ford aveva respinto le accuse di Damasco, secondo cui è sempre l’America dietro all’escalation della protesta. E’ la repressione del governo, aveva risposto, ad alimentare sempre nuove violenze.
E arriviamo a questa domenica, quando il dipartimento di Stato decide di ritirare questo ambasciatore-missionario dalla Siria di Assad. Il motivo del ritiro è oscuro. Secondo un portavoce di Foggy Bottom, Mark Toner, c’era una “minaccia concreta” alla sua vita, per cui doveva essere richiamato per motivi di sicurezza. Toner non ha mai specificato quali minacce siano state ricevute, né quando Ford possa tornare a Damasco, se non dopo “che sia finita una campagna di denigrazione nei suoi confronti”. Più riservata un’altra portavoce, Victoria Nuland, che ieri, in conferenza stampa, ha dichiarato che l’ambasciatore sia stato richiamato per “consultazioni”, non per sicurezza.

Quando ti ritrovi in un luogo in cui è in corso un grande conflitto morale e sai di essere dalla parte giusta, sai di trarre soddisfazione solo da questo. Sai che i sacrifici che stai sopportando sono affrontati per una giusta causa”, aveva detto Ford nella sua intervista al Daily Caller del 21 settembre scorso. Il Dipartimento di Stato, però, non può permettersi un martire sulla coscienza.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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