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Italiani, benaltristi anche sulla morte

– La morte è il più grande mistero della vita, ed è impossibile arrivarci preparati. Così come è impossibile avere nei suoi confronti un atteggiamento razionale e maturo.

Tuttavia, è anche nella morte, e nel modo in cui ci si rapporta a essa, che si descrive la vita. La vita sovraeccitata e con i nervi a fior di pelle dell’Italia di oggi, stretta tra conformismo e pseudoindignazione, ipocrisia e mancanza di com-passione, di pietas, di con-divisione del dolore.

Solo tre giorni fa, mentre l’Italia dormiva il giusto sonno domenicale, un ragazzo di 24 anni se ne andava inseguendo il suo sogno, insieme a quello di chi rivedeva in lui i grandi piloti freak del passato, in un’epoca di cloni senza personalità. Irriverente, guascone, talentuoso, Marco Simoncelli rappresentava l’irregolare, il ribelle, il “senza macchia”: tanto irruento alla guida quanto gentile e a modo fuori, erede della tradizione di un paddock dove, parole sue, “ci si prendeva a sportellate in pista e poi si andava a bere tutti insieme fuori”.

Una persona, un personaggio, che ispirava immediata simpatia anche per l’aspetto vintage e i lunghi riccioli, per “colpa” dei quali doveva portare il casco di una taglia più grande. Un talento naturale, non sporcato da inutili prudenze e convenzioni, forse ingenuo e acerbo, comunque vero.

La morte di un ragazzo così benvoluto, avvenuta in diretta sotto gli occhi del mondo, ha subito suscitato dolore, dispiacere, amarezza. Una vita finita tragicamente che non ha scosso solo gli appassionati di MotoGp; una morte che ha subito inondato di sé giornali, siti internet, social network, tg: prima notizia ovunque.

Ma in Italia, purtroppo, neanche le tragedie bastano, per mantenere un contegno silenzioso, per sfuggire all’antica e mai sopita coazione a dividersi, per cadere nella trappola del “benaltrismo”. “Benaltrismo” che noi, sia detto a voce alta, detestiamo con tutto il cuore, perché sintomo di un atteggiamento, purtroppo molto diffuso, di immobilismo e cinismo: dove, invece di risolvere i problemi e parlare di essi, se ne fa un’inutile classifica, cercandone sempre di più gravi (“ben altri”). Forse per non confrontarsi sul merito delle cose, non si sa per inadeguatezza o pavidità. Soffocando così tutto nella solita gazzarra, nel brusìo di fondo che cancella ogni argomentazione razionale e pretende di dover classificare ed etichettare ogni posizione e ogni complessità inscrivendole in squadre perennemente in lotta tra esse.

Un amico, un collega giornalista che stimiamo e apprezziamo da anni, ha infatti commentato su Facebook che il cordoglio – soprattutto quello telematico – causato dalla morte di Simoncelli è stato un esempio “di pornografia del dolore”, che viene “sfoggiato” ma non “è reale” ed è sintomo di un sentimento “che poco ha a che fare con il genere umano”, una “gara a chi fa il più affranto su una bacheca sull’indomani sarà di nuovo piena di cretinate”.

E ancora, qui e là, in altre discussioni, si criticavano le manifestazioni di affetto e di ricordo verso Marco Simoncelli dicendo che (ed eccoli qui, i “benaltristi” sempre in agguato) “allora ci si dovrebbe fermare ogni giorno per i bambini che muoiono di fame in Africa” oppure che “con tutti i morti che ci sono stati in Turchia oggi per il terremoto andiamo a piangere un milionario come Simoncelli, che sapeva il rischio che correva”.

Inutile dire che nessuno, o molto pochi di questi, il giorno dopo ha espresso indignazione per la fame in Somalia o cordoglio per le vittime della terra che trema in Turchia: questi morti servivano solo come moneta di scambio e strumentalizzazione nel momento del dolore per Simoncelli, morto in tv da milionario. E quindi indegno di essere pianto.

Ora, è vero che da parte dei media e di noi tutti spesso c’è un certo conformismo, anche nelle manifestazioni del dolore. E che, sempre per i media, la morte di un personaggio famoso è, purtroppo e cinicamente, un’occasione unica per fare ascolti e vendere copie. E che, ancora, non sempre in situazioni simili i media si comportano con rispetto e contegno, come si dovrebbe fare accostandosi al grande mistero della morte.

Tuttavia, almeno noi, che i giornali li leggiamo e la tv la guardiamo, dovremmo cancellare la morte dagli scontri polemici quotidiani. Dovremmo cioè togliere dalla morte quella patina di ideologia che permea di sé l’intera vita pubblica italiana e restituirla alle lacrime, ai silenzi, alle fiammelle accese, ai ricordi dolenti, ai sorrisi malinconici, imbarazzati e pieni di nostalgia.

E non bisogna criticare l’eccesso, ma il difetto di cordoglio: è necessario biasimare il poco risalto dato dai nostri media, molto colpevolmente, al terremoto in Turchia o alle inaccettabili morti bianche (orrendo eufemismo) che troppo spesso avvengono nel nostro Paese, ma questo senza fare classifiche tra morti. La pietas umana è una e una sola, e le classifiche lasciamole alle domeniche di campionato.

Noi non crediamo, a differenza di quanto detto dal nostro collega, che non si possa provare sincero dolore per un personaggio pubblico che scompare, tanto più quando questo avviene sotto gli occhi del mondo. Se uguali sono, e devono essere, i morti, e uguali sono, e devono essere, i vivi, non è uguale l’impronta che molti vivi lasciano sul mondo. Il segno, infatti, che molti di sé danno del loro passaggio terreno non è per niente paragonabile a quello di altri, che magari l’avranno lasciato, indelebile e indimenticabile, solo nei cuori di chi li ha conosciuti da vicino.

Marco Simoncelli era un poeta delle due ruote, una passione vera e sincera per molti, che siamo sicuri sono rimasti affranti e prostrati dalla sua morte. Così come in tanti sono rimasti sinceramente affranti e prostrati per la dipartita di Steve Jobs – un uomo che con la sua grande storia americana e il suo passaggio luminoso ha dimostrato che niente è impossibile, per chi abbia coraggio, cuore e visione. O come molti hanno pianto per Amy Winehouse, vittima della peggiore delle condanne a morte: un album perfetto a soli 23 anni, l’identificazione arte-vita portata alle estreme conseguenze, un talento unico, puro e cristallino dentro un mondo che all’unicità preferisce il conformismo, e che da una parte finge di esaltare chi se ne stacca, ma con l’altra mano gli dà una spinta verso il precipizio.

Se vogliamo un’Italia più civile, iniziamo anche dalle piccole-grandi cose. Iniziamo, anche, dalla cognizione del dolore. E sottraiamo la morte all’eterna lotta tra bene e male, ghibellini e guelfi, apocalittici e integrati. È normale che una morte non colpisca tutti nello stesso modo. Lo è meno che diventi un modo come un altro per dividersi e contarsi.

Marco Simoncelli è pianto e sarà rimpianto da tanti, nei modi che ritengono e riterranno più opportuni. Chi non lo piange e non lo rimpiangerà metta da parte inutili ipocrisie e lo dica chiaramente. Oppure taccia, in segno di rispetto: il rispetto che si deve a un’esistenza spezzata in una mattina di Ottobre, mentre l’Italia intera sonnecchiava, inseguendo un sogno di velocità e libertà, con il vento tra i riccioli e tutta una vita davanti.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

3 Responses to “Italiani, benaltristi anche sulla morte”

  1. alex PSI scrive:

    Purtroppo è una degenerazione questa che vede numerose persone intervenire sciorinando commenti inopportuni su fatti molto delicati. Ma non dobbiamo meravigliarci senza tuttavia astenerci dal condannarle. L’argomento “fine-vita” richiede sobrietà e non va utilizzato neanche ai fini politici. Purtroppo mi viene in mente la volgarità che c’è stata, durante la vicenda Eluana, da parte di alcuni esponenti politici che hanno “cavalcato” la questione inscenando gazzarre in parlamento, nel tentativo di fare approvare, sull’onda dell’emotività provvedimenti legislativi sul fine vita. Tornando a Simoncelli, chi si è espresso sui vari social network ha manifestato un sentimento sano nella maggior parte dei casi e non penso che abbia dato fastidio a nessuno.

  2. Simone Callisto Manca scrive:

    Grazie Alex, per i suoi commenti sempre appropriati. Riguardo al caso Eluana ne ricordo soprattutto due, tra le varie vergogne. La prima: Giuliano Ferrara che istigava a portare panini e bottigliette d’acqua davanti all’ospedale dove Eluana Englaro era stata portata a morire. La seconda, la volgarità con cui il nostro premier disse che in quello stato – vegetativo permanente – Eluana avrebbe potuto avere figli. Questo, come diceva quel tale anni fa a Quelli che il calcio, “per la precisione”.

  3. Andre scrive:

    “non è uguale l’impronta che molti vivi lasciano sul mondo. Il segno, infatti, che molti di sé danno del loro passaggio terreno non è per niente paragonabile a quello di altri, che magari l’avranno lasciato, indelebile e indimenticabile, solo nei cuori di chi li ha conosciuti da vicino.”

    Basterebbe questo.
    Mai mi era capitato di essere triste per uno “conosciuto in tv”, se molti altri non hanno provato nulla fanno bene a non essere tristi, ma almeno stiano in silenzio come io lo sono stato in altre occasioni.

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