Incarichi doppi, autorevolezza dimezzata

– La questione riguardante le “doppie poltrone” spesso e volentieri occupate dai parlamentari è annosa, ed è stata spesso etichettata come uno dei grandi privilegi della politica, della casta; un inspiegabile privilegio.

Il Testo Unico degli Enti locali (art. 67 del Dlgs 267/2000) prevede la decadenza automatica dalla carica di sindaco e di Presidente di Provincia per coloro che accettino la candidatura al Parlamento Italiano, modificando la legge in materia (60/1953) che non contemplava tale causa di incompatibilità.

Ma non viceversa; nulla impediva di percorrere la strada opposta, acquisendo dunque il doppio incarico di parlamentare e solo successivamente quello di sindaco o di presidente di provincia. Nulla impediva, appunto; perché la recentessima sentenza 277/2011 della Corte Costituzionale (depositata venerdì scorso) spariglia le carte in tavola e dichiara inammissabile la legge 60/1953 nel punto in cui non prevede l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti, prendendo spunto da quanto sancito dal Testo Unico. Non si tratta di una mera (e pacifica) estensione della disciplina del Testo Unico, in quanto viene bocciata ed esclusa anche la possibilità di raggiungere la doppia poltrona con l’escamotage sopra descritto. L’opzione fra le cariche di sindaco e parlamentare è dunque obbligatoria, pena decadenza.

La Corte ha motivato la sua decisione affermando che l’incompatibilità tra i vari incarichi deve scattare quando possa venire seriamente compromesso il “libero ed efficiente svolgimento della carica”; la carica di sindaco in uno dei 516 comuni italiani che supera la soglia di 20.000 abitanti comporta un’attività che non permette assolutamente il “pendolarismo” tra il proprio municipio e Palazzo Madama/Montecitorio.
In caso contrario verrebbe leso non solo (per l’arbitraria asimmetria – ora corretta – della disciplina legislativa) il principio di eguaglianza e di ragionevolezza,  ma anche la stessa libertà di elettorato passivo e attivo.

La bordata della Corte accelera i tempi politici per una discussione sul tema; la manovra-bis (DL 138/2011) ha in effetti già stabilito l’incompatibilità tra parlamentare e sindaco di un comune sopra i 5000 abitanti, ma solo ed unicamente a partire dalla prossima legislatura. Per ora, liberi tutti.

E’ molto probabile che la sentenza riporti a galla un DDL bipartisan (PD-UDC-PDL) che si proponeva di correggere e sistemare la delicata materia dell’incompatibilità elettorale. La discussione è infatti molto più spinosa e meno ovvia di quanto si possa pensare, e va oltre le superficiali frasi di compiacimento che nessun segretario di partito ha mancato di pronunciare verso la decisione della Consulta.

Sono infatti 10 i sindaci-parlamentari (sei deputati, quattro senatori) che dovranno scegliere tra il proprio Comune e il proprio seggio parlamentare. Si rischia un vero e proprio scossone parlamentare nei confronti della già risicata maggioranza di governo, visto che tutti i casi in questione ricadono nell’area di centro-destra. Questo senza contare i casi dei Presidenti di Provincia; la Corte non ha potuto – per non trascendere nell’esercizio delle sue funzioni e dal caso trattato – sancire a chiare lettere l’incostituzionalità di tale situazione, ma appare ovvio che anche tale disciplina dovrà essere regolamentata coerentemente alla scelta operata dal giudice delle leggi.

Se la questione dei “sindaci-parlamentari” potrà essere infatti regolata da quanto (nel peggiore dei mali, vista l’incertezza politica del momento e i lunghi tempi di un DDL) statuito nella manovra-bis coordinata alla sentenza della Consulta, come risolvere l’ingarbugliato nodo dei Presidenti di Provincia? E ancora: è ragionevole permettere che un parlamentare possa conservare (od acquisire) la carica di assessore comunale (uno su tutti, il caso di Bruno Tabacci, assessore al bilancio a Milano)?

Anche tali situazioni appaiono palesemente lesive del principio di ragionevolezza e inficiano il delicato (e già bistrattato) rapporto tra elettore ed eletto, impedendo un corretto e libero svolgimento del proprio mandato. Con l’effetto collaterale di alimentare i soffi di un vento antipolitico che sembra stuzzicare pericolosamente gli animi di moltissimi italiani, la cui percentuale di astensione ha raggiunto la punta del 43%.

Sembra,comunque, che i sindaci-parlamentari non siano così felici di dover mollare una delle proprie poltrone; Raffaele Stancarelli (il sindaco di Catania cui è direttamente rivolta la sentenza) ha annunciato che effettuerà la difficile decisone solo ed unicamente “nel momento opportuno”, mentre l’autore del ricorso (un semplice elettore) ha affermato a chiare lettere che – se il sindaco-deputato non opterà entro il termine di dieci giorni – chiederà al tribunale di decidere sulla sua decadenza.

Ma il Parlamento non si può riformare in trincea, sulle barricate delle sentenze giudiziarie, caso per caso; o la politica ha il coraggio di andare oltre le belle parole pronunciate bipartisan-amente e di sancire (con un intervento legislativo chiaro, succinto e sobrio) la non-compatibilità tra la carica di parlamentare con qualsiasi altra carica elettiva (sia in un senso, che nell’altro), superando le proprie profonde e drammatiche divisioni politico-esistenziali e facendo della scelta un obbligo e non più un “vezzo”, o si rischia di finire in un pericoloso guado.

A rimetterci saranno – come sempre, d’altronde – gli elettori, la certezza del diritto, e il livello di autorevolezza della classe dirigente. Un’autorevolezza di cui il Parlamento ha sempre più tragicamente bisogno.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

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