Indignazione e civiltà alle porte di St. Paul’s

– Nelle ultime settimane le maggiori istituzioni finanziarie internazionali sono stato teatro di manifestazioni contro l’ “avidità” del sistema capitalista. I manifestanti hanno riversato la propria “indignazione” per le strade di New York, Londra, Tokyo, Sydney e altre decine di città in tutto il mondo, in una sorta di movimento globale contro quello che la protesta ha definito “l’uno per cento della popolazione”, barricato a difendere i propri interessi contro il restante novantanove. I manifestanti esprimono posizioni a dir poco eterogenee e la loro pare più una reazione esasperata contro un sistema finanziario che la stampa ha spesso incolpato di tutti i mali dal 2007 a oggi.

Non stupisce infatti che se gli insider, in una sorta di marxiana “cattiva coscienza”, mostrano di disprezzare le regole del gioco finanziario, il sentimento generale nei confronti del “sistema nervoso dell’economia” sia decisamente ostile. Se Warren Buffet chiede al governo di essere tassato di più (ignorando che a soffrire di una maggiore pressione fiscale non sarebbe tanto Buffet stesso ma tutti quei piccoli e medi imprenditori che Buffet vogliono diventare) o una penna del FT pubblica l’ennesimo endorsement della lotta ai bonus dei top manager non c’è da stupirsi che alla base della scala sociale si ricominci a invocare la lotta di classe.

Da questo punto di vista la protesta degli indignati potrebbe essere letta come la conseguenza del tradimento dei chierici. Se le persone pagate per pensare, e per scrivere quello che pensano, vendono una storia della crisi causata e aggravata dalle agenzie di rating, dalla deregolamentazione finanziaria (ma la direttiva Mifid non era del 2004?) e dalla speculazione, perché dovremmo aspettarci altro che indignazione dai consumatori di questa storia? Pochi si sono soffermati a spiegare, o se l’hanno fatto hanno smesso di ripeterlo, che il debito pubblico italiano è tutto tranne che il frutto dell’ultima crisi, che la Francia non chiude un bilancio in attivo da trent’anni, che i governi greci hanno truccato i conti per vivere al di sopra delle proprie possibilità e che i bavaresi e i renani hanno le loro buone ragioni per non voler mantenere un Mezzogiorno su scala europea.

Ma anche nella protesta ci sono delle differenze, di metodo se non di contenuto. Mentre qualche centinaio di lanzichenecchi incendiava un corteo prevalentemente pacifico per le vie di Roma, qui a Londra la manifestazione veniva adeguatamente contenuta nella piazzetta di St.Paul’s. Il corteo aveva come obiettivo quello di occupare Paternoster Square, sede della Borsa di Londra: le autorità, però, agendo d’anticipo, hanno sbarrato le entrate, impedendo ai manifestanti di accedervi. Ma la cosa interessante è che il tutto sia avvenuto in conseguenza e rispetto delle norme di diritto comune, la piazza essendo “private land” può essere di diritto chiusa all’esterno su decisione dei proprietari, senza bisogno che il sindaco s’inventi una tassa sulle manifestazioni o neghi a sudditi di Sua Maestà il loro centenario diritto inglese a manifestare.

Fortunatamente per i dimostranti, il Dean della cattedrale di St.Paul’s ha chiesto che la polizia non intervenisse a tutela della piazzetta antistante la cattedrale, quest’ultima di proprietà della chiesa d’Inghilterra. In questo modo quello stesso diritto di proprietà, spesso svilito e vilipeso dagli “indignati”, ha loro permesso di accamparsi pacificamente a pochi metri da Paternoster. Così da una settimana, aiutati dal tempo inaspettatamente clemente, con un centinaio di tende rimangono ostinatamente accampati di fronte alla cattedrale.

Se non che potrebbe essere ancora un interesse privato, espressione del civismo anglosassone, a decidere il risultato della protesta, che minaccia di rimanere fino a Natale. Perché la cattedrale, vivendo quasi esclusivamente di donazioni private e degli incassi dei turisiti in visita (pare che gli introiti si aggirino sui 6 milioni di sterline l’anno), ha già educatamente chiesto ai manifestanti di smobilitare a causa del salasso che la protesta comporta al numero di visitatori. E’ di venerdì la decisione del Dean, che alcuni vedono come una mossa per attirare le simpatie dell’opinione pubblica, di chiudere la cattedrale per la prima volta dalla seconda guerra mondiale. Le ragioni del gesto plateale sarebbero il rischio per la salute e la sicurezza pubblica (di dimostranti e visitatori) causato dalle precarie condizioni igeniche del “campo” e dai numerosi fornelletti usati tra le tende.

Il clima poco favorevole ai dimostranti è ulteriormente aggravato dalle ire dei gestori dei pub e dei supermercati con sede a Paternoster Square, che hanno visto gli incassi ridursi del 60% nell’ultima settimana. Ora la palla passa nel campo degli indignati che, nonostante i frequenti appelli alla solidarietà di classe, si potrebbero trovare nella scomoda posizione di dover spiegare ai camerieri di Paternoster perché potrebbero perdere il loro posto di lavoro e ai fedeli di St.Paul’s perché non possono andare a messa la domenica.

Chiunque la spunti la controversia sarà decisa in base a regole di diritto comune, spesso le uniche in grado di garantire il rispetto di tutti i diritti e gli interessi in ballo, anche quando si tratta di questioni a rilevanza pubblica.


Autore: Winston Smith

Nato a Londra nel 1984. Un inglese a Bologna, per amore. Liberale, per scelta. Libertario, per natura.

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