In Grecia (e Italia) la politica ha corrotto l’intelligenza

– In Grecia si sta scioperando contro la realtà: un decennio di politiche insostenibili sta liquefacendo l’economia, però si continua a protestare. In Italia, con una spesa pubblica oltre il 50% del PIL, un osservatore naif potrebbe pensare che si stia cercando di implementare un piano di tagli, e invece si sta aumentando la pressione fiscale, e ogni volta che si sente parlare di tagli, tutti difendono il proprio orticello. Ci troviamo di fronte ad un caso di corruzione intellettuale e morale della società ad opera della politica: la politica rende più egoisti, più ipocriti, più superficiali, più ignoranti.

Se una persona lavora male, prima o poi ne paga le conseguenze: il proprio impegno influenza i risultati, come anche nella vita privata. Ma un elettore che non si informa, che non capisce, che segue il demagogo di turno, cosa paga? Niente. L’elettore informato e ragionevole non riceve nulla in cambio della sua coscienziosità, non deve quindi stupire che il livello di razionalità dell’elettore medio sia basso.

La politica attira le aspirazioni, i sogni, le speranze e il romanticume più melenso della società. Ma che differenza c’è tra un genio visionario e un attivista? Che il primo non ha solo i sogni, ma anche la pazienza, la volontà, il coraggio e l’intelligenza per realizzarli. Nella vita politica, però, tutto ciò non serve: si può sognare gratis, senza bisogno di alcuna virtù morale o intellettuale.

Bastiat riassunse la politica dicendo che “Lo Stato è la grande finzione attraverso la quale tutti pensano di vivere a spese degli altri”. Non conosco definizione migliore, però tutto ciò è brutto: non si può descrivere la politica in questi termini, altrimenti poi le aspirazioni, i sogni, le speranze che fine farebbero? E allora bisogna ricorrere alla corruzione intellettuale definitiva, il chiamare le cose con il nome del loro opposto.

Gli inglesi sono liberi solo durante l’elezione dei membri del Parlamento, appena questi sono eletti, il popolo torna schiavo”, diceva Rousseau. Non intendeva certo la libertà di perseguire ciò che si ritiene importante e di relazionarsi consensualmente con le altre persone. Per lui la libertà era il partecipare alle decisioni collettive, cioè contribuire ad una decisione che viene poi imposta a tutti. Che razza di libertà è?

Il pensiero politico ha creato un’immagine dello Stato irrilevante per comprendere la politica, ma efficace per la sua giustificazione. Dove tutti sono “distratti” perché non pagano le conseguenze dei propri errori, e dove molti hanno da guadagnare a distorcere la morale e le idee a loro vantaggio, cos’altro dovremmo aspettarci? Una società politicizzata è necessariamente una società superficiale, dove la cultura e la morale hanno un ruolo principalmente strumentale: ricordate l’”egemonia culturale”?

Gran parte della legislazione è la compravendita di privilegi al migliore offerente. Gran parte della spesa pubblica serve ad arricchirsi a spese altrui. La solidarietà, i deboli, i poveri non c’entrano nulla: se c’entrassero qualcosa, sarebbe difficile spiegare politiche come il protezionismo.

Con milioni di persone potenzialmente autonome impossibilitate a trovare lavoro o ad accumulare un capitale, la politica è una macchina di asservimento; con il controllo dei gangli della cooperazione sociale, dal diritto alla moneta, dall’educazione all’informazione, distrugge l’autonomia della società: ma cosa rimane di un uomo dopo ciò? “Un accattone che di mestiere fa l’elettore” (Antiseri), incapace di relazionarsi con gli altri senza l’intermediazione della politica: un bambino viziato che scende in piazza contro la realtà.

Non c’è nulla che sia al contempo più immorale e più moralistico della politica. C’è uno iato incolmabile tra la sua realtà e la sua retorica, e viene il dubbio che le idee e i valori abbiano un’esistenza puramente sovrastrutturale. Non è così, ma dato che sono strumenti di lotta politica, servono come giustificazione dell’eteronomia della società di fronte all’egemonia della politica.

La nostra società è malata, e la sequela di disastrose idiozie che nel nome del popolo sovrano sono compiute ogni giorno ne è la prova. Il problema è che la politica non solo distrugge ricchezza, ma anche le capacità morali e intellettuali necessarie a crearla. Le ragioni della prosperità possono convivere con la forza della depredazione solo se alle seconde si pone un freno: ma chi ha il potere di ottenere privilegi ha anche il potere di conservarli. Noi la crisi non la paghiamo”: portate il conto all’altro tavolo.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

One Response to “In Grecia (e Italia) la politica ha corrotto l’intelligenza”

  1. Giorgio Gragnaniello scrive:

    A forza di sparare a zero a 360 ° sulla politica odierna ( anche se
    qualcuna delle Sue citazioni è “vintage”) l’ A. -per coincidenza apparente degli opposti -sembrerebbe quasi paradossalmente ispirarsi qui e là incosciamente agli Indignados.
    Può capitare , quando pur sempre dobbiamo condividere coi nostri avversari la stessa bolla di spazio-tempo. (Chi disse :” In fondo, le cose più vere su di noi ce le dicono i nostri nemici !”-non ricordo..).

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