– Un servizio pubblico può essere efficacemente svolto anche “da soggetti diversi dal concessionario pubblico, garantendo comunque il pieno raggiungimento degli obiettivi di interesse generale” (cit. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nella segnalazione a Governo e Parlamento del 9 marzo 1998). Radio Radicale è edita da un soggetto diverso dal concessionario pubblico – Centro di Produzione S.p.a., il nome della società editrice – e ricopre un servizio pubblico, come tale riconosciuto, e per tale motivo finanziato dallo Stato.

Dal 1994 opera in regime di convenzione con il concessionario pubblico per la trasmissione delle sedute parlamentari. La suddetta convenzione interdice alla radio la trasmissione di pubblicità (art. 10, comma 3). La sola altra entrata di Radio Radicale è il finanziamento pubblico ricevuto quale organo della Lista Marco Pannella – 4 milioni circa.
La convenzione prevede un rinnovo triennale. Lo scorso anno la copertura è stata limitata ad un anno. L’anno scade a novembre. La convenzione con Radio Radicale costa dieci milioni di Euro, budget del Ministero dello Sviluppo economico, quello retto da Paolo Romani. Romani non è un estimatore della Radio. Da quanto ci risulta, neppure Tremonti lo è. Lo sono invece, estimatori di Radio Radicale, quei  477 parlamentari – deputati e senatori, di entrambi gli schieramenti  – che hanno sottoscritto l’appello al Governo perché individui le risorse necessarie a coprire il rinnovo della convenzione per il triennio 2012-2014.

Dal Governo, al momento, nessuna risposta, sebbene la cena a sorpresa a Palazzo Grazioli – ospite Berlusconi, invitati gli ormai ex digiunanti radicali, Pannella e Bernardini – una soluzione positiva della vicenda la lascia sperare. Per carità, è facoltà dell’esecutivo tagliare una voce di spesa ritenuta inopportuna, soprattutto in periodi di magra – che, pure, tanto magra pare continuare a non essere per una pluralità di beneficiari di finanziamenti a fondo praticamente perduto. La Rai, ad esempio. O la stampa di partito – Radio Radicale compresa. O l’editoria in generale. Le opinioni in merito, come noto, divergono. Chi scrive fa propria quella di chi pensa che la libertà non possa garantirla nessuno meglio del mercato, delle tecnologie, della trasparenza nelle regole e negli strumenti di accesso.

Senza filtri, senza mediazioni, senza veline – recita lo spot della Radio. E senza audience – si potrebbe aggiungere. O con un audience assai elitaria, e che tale rimarrà finché la radio non troverà il modo per rendere più mediaticamente fruibili le anarco-irruzioni-insurrezioni pannelliane, ad esempio abolendole.
Il fatto è che Radio Carcere è servizio pubblico, lo sono i processi senza tagli, gli incontri politici, i convegni, gli eventi istituzionali trasmessi urbi et orbi dalle frequenze della radio e sul web. Stampa e regime non è solo una rassegna-stampa, ma un servizio – ecco – di pubblico ludibrio e dunque, indiscutibilmente, di pubblica utilità!
Radio Radicale è servizio pubblico. Michele Santoro, sebbene auto-incensatosi proprietario del brand, no. Come non è servizio pubblico la Rai, voce dei partiti di governo, e non lo sono i giornali finanziati dallo Stato.

La convenzione con Radio Radicale per la trasmissione delle sedute parlamentari è l’esternalizzazione di un servizio ‘essenziale’ – la trasparenza delle istituzioni. Un costo, quindi, ma certo non insensato né distorsivo come il finanziamento all’editoria di mercato. Si abolisca quello, si privatizzi la Rai e poi sì che si può discutere di come “lavorare per cambiare la tv”.