di CLAUDIA BIANCOTTI – Un gruppo di giovani del Partito Democratico, che si definisce T-Party dove la T sta per “trentenni”,  ha pubblicato in questi giorni un manifesto in larga parte condivisibile, almeno nei passaggi sull’economia. Si parla di liberalizzazioni, contenimento del debito pubblico, superamento delle posizioni conservatrici sindacali, stimolo alla ricerca e all’innovazione. Vengono toccati temi a noi cari come l’abbattimento delle rendite di posizione, a cominciare da quelle degli ordini professionali, e la flessibilità del mercato del lavoro.

Certo, c’è un po’ di retorica da salotto d’area, a cominciare dall’alone onirico che circonda i social network: emozionarsi per Twitter è, come dire, un pochettino fighetto. Il “neo-liberismo” viene citato con sdegno quasi fosse un male incurabile. L’assenza di profondità e memoria storica – non siamo quelli del piccolo mondo antico, non abbiamo mai visto il simbolo della DC sulla scheda elettorale – viene trattata inspiegabilmente come un motivo di vanto, aprendo le porte a una specie di fervore nuovista i cui toni sembrano un po’ superficiali. Sul serio? Facebook al posto di Einaudi?

Poi, c’è troppa aria di conflitto tra generazioni quando un approccio di confronto e conciliazione d’interessi sarebbe forse meglio, ma questo si capisce bene considerata la stazza dei dinosauri con cui un giovane dirigente del PD deve oggi confrontarsi per emergere. Non è una situazione tragica come quella di un aspirante leader del PDL, schiacciato dal peso del sovrano, ma in un certo senso poco ci manca.

Le idee del T-Party non sono nuove a sinistra; gli estensori del documento richiamano Blair, Obama e tutti gli alfieri della socialdemocrazia moderna, ovvero quella che ha saputo distaccarsi dallo statalismo, e che in Italia è ancora molto debole. Le possibilità ora sono due: o le voci di questi giovani (e di chi, pur più adulto come gli economisti citati nel manifesto, la pensa come loro) verranno ascoltate dai vertici del loro partito, oppure no. In entrambi i casi, c’è da riflettere su come si ridefinirebbero le categorie di “destra” e “sinistra”, e cosa darebbe loro sostanza.

Immaginiamo che il PD si sposti su posizioni decisamente liberali in economia, movimento timidamente accennato qualche anno fa, ma mai veramente concluso per la pesante influenza di componenti socialiste. Immaginiamo che mantenga anche l’apertura sui temi dei diritti civili mostrata nel passato. Potremmo, in buona fede, sentirci molto lontani? No. Se andiamo verso un mondo dove “sinistra” corrisponde a “libertà personali e libertà economiche”, mentre “destra” (di governo) corrisponde a “immobilismo economico e conservatorismo sociale”, allora FLI è un partito di sinistra. Oppure inventiamoci nuovi termini.

Al contrario, supponiamo che tutto rimanga come è ora: questo gruppo di giovani non viene ascoltato, prevalgono nel PD le componenti vicine alla CGIL, le gerarchie di un tempo, la difesa dei privilegi di quei lavoratori che già ora stanno meglio degli altri, l’insensibilità verso i temi dello sviluppo economico. A questo punto, “sinistra” corrisponde a “limitazione delle libertà economiche e tutela di interessi consolidati a discapito della crescita”; “destra” (di governo) corrisponde ancora a “tentazioni protezioniste e conservatorismo sociale”. Lo spazio del Terzo Polo deve essere quello delle “libertà personali e libertà economiche”, avviando se del caso un serrato confronto con la componente cattolica sul tema dei diritti civili.

La seconda ipotesi sembrerebbe più probabile della prima, allo stato attuale; cionondimeno, auguriamo la miglior fortuna ai ragazzi del T-Party, invitandoli a discutere con noi la loro visione e le loro proposte.