In Italia parlano come la Cgil, nel resto del mondo sono ‘diversamente’ Indignati

– Non ci si indigna solo da noi. Eppure in modo particolare proprio da noi il movimento sembra un sottoprodotto di una arrugginita retorica stile CGIL: la lettera inviata dai Draghi Ribelli, promotori dell’iniziativa #occupiamobankitalia, a Napolitano ne è uno splendido, quanto maldestro esempio. Nell’accorato appello, infatti, i (non)giovani si prodigano in richieste (non)nuove: il default selettivo, la difesa dello status quo, della scuola così come è, per esempio, e la tutela di un sistema diffuso di garanzie. Usano proprio il termine garanzie. Non merito, né competenza. Ma garanzia. Per non mettere mano alla pistola, e generare altra violenza, bisognerebbe usare quella ad acqua, sperando sia bella fredda per risvegliarsi.

Sì, perché gli indignati non sono per forza gli alfieri di un sistema burocratico e pesante, come invece sembrano auto-definirsi attraverso le richieste, inascoltate perché non può essere altrimenti, al povero Giorgio Napolitano. Gli indignati sono anche altro, e non c’è bisogno di cercare fuori dal movimento, perché al suo interno, ad esempio, militano quei ragazzi che, non potendo accedere a forme di lavoro continuato, hanno preferito inventarselo un mestiere, magari creando una start-up. I creativi, dunque, non sono solo altrove, ma stanno anche dentro le manifestazioni, in tutto il mondo, e non tirano molotov per una ragione semplice: preferiscono l’immaginazione, dote generativa per eccellenza, alla distruzione. Infatti se chi protesta ha il merito di cogliere alcune storture dell’economia globale e di criticare certe inadempienze della politica, non dappertutto le forme espressive sono le stesse. E le parole, così come i gesti, sono importanti, indicano un modo di pensare, una visione.

Certi indignati, per esempio, sostituiscono alla retorica dello scontro armato quella dell’ironia, senza per questo perdere credibilità. È il caso degli zombie di Wall Street: un intero corteo di ragazzi vestiti da morti viventi, con tanto di occhiaie, sangue e camminata lenta, ricoperti di dollari strappati, appiccicati sul collo. Hanno messo in scena una rappresentazione più comica che aggressiva, dimostrando di prendere sul serio i propri argomenti, come è giusto che sia, ma non se stessi. Un piccolo insegnamento a chi, invece, fa della rabbia l’unico sentimento possibile.

A Zuccotti Park, la piazza occupata dal movimento #occupywallstreet, girano anche cartelli, volantini, slogan diversi dal linguaggio vetero statalista che inonda le strade italiane. Invece di richieste di reddito minimo per tutti, a New York c’è chi, per lanciare un segnale, si mette a pulire il parco e chi, con un cartello, svela tutto il senso della lunga marcia degli indignati di tutto il mondo: «people before profits». Ecco dove sta la ragione dei manifestanti europei e americani: chiedono più politica e meno finanza perché la politica, per sua natura e vocazione, si prende cura di tutti, anche e soprattutto dei più deboli, di quelli che, oggi, non riescono a comprarsi una casa dove andare a vivere insieme.

I Draghi Ribelli, allora, quando se ne stanno a via Nazionale a protestare, ironia della sorte, in fondo stanno dando ragione proprio a Mario Draghi, di cui prendono in prestito il nome, quando sottolinea la necessità di più merito, più liberalizzazioni, più buona politica: «È compito insostituibile della politica- afferma infatti con tono critico- trovare il modo di rompere questo circolo vizioso prima che renda impossibili, per veti incrociati e cristallizzati, le misure necessarie per la crescita». E persino i più duri e i più puri tra i vetero ribelli in fondo sostengono il punto di vista dell’ex Governatore di Bankitalia. «L’Italia deve farcela da sola», ha detto, infatti, Draghi. «Nessuno ha votato per la BCE», hanno scritto i manifestanti sui loro cartelli, a voler indicare un profondo sdegno per l’ingerenza dell’istituto nella politica del paese. Entrambi, quindi, l’uomo che corre verso la BCE e i giovani che la sfuggono come la peste, in fondo indicano un solo percorso possibile: quello verso un paese in grado di reagire, di fare meglio e in cui vivere meglio, grazie a una politica più efficiente e funzionale.

Il movimento, allora, sbaglia le parole, rubandole a un vocabolario dannoso, proveniente tutto intero dal passato, e sbaglia anche i gesti. Dovrebbe guardare fuori confine. A Zuccoti Park, per esempio, dove un gruppo di ragazzi scrive: «We demand aggregate demand!». Questione di stile, insomma. Ma anche un corso di recupero estivo in economia elementare, da queste parti, non guasterebbe.


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

7 Responses to “In Italia parlano come la Cgil, nel resto del mondo sono ‘diversamente’ Indignati”

  1. Pietro M. scrive:

    Non mi è chiaro perché gli indignati italiani sono peggiori di quelli dall’altra parte dell’atlantico. da noi hanno una retorica più marxista, lì sono chiamati “progressive” ma sono la stessa cosa… se parlassero da marxisti non li capirebbe nessuno, negli USA.

  2. Piercamillo Falasca scrive:

    Non concordo molto con la tesi dell’autrice. La tendenza socialista è comune in tutto il mondo, gli argomenti degli indignati americani hanno la stessa pessima matrice culturale di quelli degli italiani…

  3. Paolo scrive:

    Ma tra i nostri indignati, ci sarà un laureato in farmacia che si domanda perché in Italia non può… aprire la sua farmacia?

    Ci sarà un automobilista disoccupato che si è chiesto perché non può… trasformare la sua auto in un taxi?

    E, perché no, magari una brava impiegata comunale “precaria” che, invece della solita sanatoria, rivendica un miglior trattamento perché… è molto, molto più produttiva dell’inamovibile collega incapace al quale “sbriga le pratiche”?

  4. Francesco Di Bartolo scrive:

    Un articolo confuso. Si legge con fatica, e non si capisce cosa divide gli italiani dai loro coetanei stranieri. Se più politica e meno finanza qui si traduce con maggiori interventi pubblici non ne vedo le differenze. La giornalista in questione dovrebbe andare lei a frequentare qualche corso di economia visto che si è laureata in Scienze della comunicazione. Certe arroganze devono finire.

  5. Francesco Di Bartolo scrive:

    La giornalista scrive: “Certi indignati, per esempio, sostituiscono retorica dello scontro armato quella dell’ironia, senza per questo perdere credibilità. È il caso degli zombie di Wall Street…” ma a che a ROMA accadeva lo stesso. Ragazzi vestiti in giacca e cravatta che imitavano goffamente gli uomini della grande finanza. Ma dov’era la giornalista quel giorno? Noto che è un vizio consolidato della stampa nostrana scrivere cronaca senza andare sui luoghi.

  6. Luigi Di Liberto scrive:

    Concordo con PierCamillo, ma dire che la matrice culturale Socialista è pessima mi sembra una caduta di stile che poteva evitare. Capisco l’odio viscerale per l’ideologia Comunista ma scagliarsi anche contro quella Socialista, che ha segnato in Italia riforme storiche e mostrato in diverse realtà del Nord Europa di fare molto bene al Governo, è quantomeno ingrato.

  7. Marianna Mascioletti scrive:

    @ Francesco Di Bartolo: Ecco, a Roma, però, quel giorno, la simpatica ironia non ha prevalso, diciamo.

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