Vecchi e bolliti: vi presento gli Indispensabili d’Italia

– Al di là dei risultati, al di là dell’ennesima fiducia racimolata alla bell’e meglio, al di là degli scambi di accuse e degli stracci che continuano a volare, la scena madre della due giorni alla Camera della scorsa settimana rimane una sola: accanto al Presidente del Consiglio che ripeteva il suo solito mantra secondo il quale “tutto va bene madama la marchesa”, Umberto Bossi si mostrava assente, e probabilmente lo era, in preda a un attacco irrefrenabile di sbadigli, ben dodici in dodici minuti, mentre a più riprese anche Frattini cercava di scuoterlo materialmente dal torpore che lo invadeva e lo faceva contorcere in smorfie sempre più insistite, che una pietosa mano davanti alla bocca non riusciva a nascondere.

Ora, il problema è che non si è trattato, probabilmente, solo di un attacco di sonno. Se così fosse stato, sarebbe bastato un pisolino per far tornare come nuovo Umberto Bossi in pista. Né ci interessa la spiegazione che hanno dato altri, che quegli sbadigli fossero causati dai farmaci che il leader della Lega prende in seguito al gravissimo ictus da cui è stato colpito sette anni fa. Secondo noi, quegli sbadigli mostrano altro, e sono la sua rappresentazione plastica: secondo noi rappresentano plasticamente, infatti, il mito (che noi ci azzarderemmo a definire sindrome, tanto sta diventando patologico) italiano dell’indispensabilità, secondo il quale tutti sono indispensabili, e qualcuno è più indispensabile di altri. Secondo questo mito, chi auspica che per alcuni leader che ci hanno governato o che al governo si sono opposti arrivi il tempo – più o meno meritato, a dircela tutta – della pensione, diventa automaticamente un nemico della democrazia quando non, più prosaicamente, uno “stronzo”(Bossi dixit, a proposito del Sindaco di Verona Flavio Tosi); chi lotta con mezzi leciti per scalare le posizioni dentro un partito si macchia invece di una congiura infame, e chi esprime dubbi sulla tenuta psicofisica di anziani uomini politici (sempre e solo uomini, e non è sempre una questione di età) un disfattista e un traditore.

Ancora una volta, in questo la nostra politica si mostra specchio – non si sa quanto deformato – della nostra società: una società dove i motti dell’ “io ti ho creato, io ti distruggo”, del “muoia Sansone con tutti i Filistei”, per non parlare del “dopo di me il diluvio”sono purtroppo sempre più attuali. Una politica, e una società, dove non si capisce più il senso dei propri limiti, soprattutto fisici; dove si dimentica che i detentori di cariche pubbliche le rappresentano momentaneamente e non dovrebbero identificarsi permanentemente con esse; dove, spostandosi sempre di più l’età del lavoro, e del lavoro con responsabilità (in Italia fino a 40 anni si è “giovani”, e dopo i 40 si diventa “diversamente giovani”), si sposta più in là anche l’età della pensione, confinata in un limbo di vergogna e ininfluenza, e non considerata per quello che dovrebbe essere: una fase ulteriore della propria vita, portata con dignità e rispetto, durante la quale si è liberi di fare – e di dire – ciò che negli anni precedenti non si è fatto e detto, per molti motivi. L’età del pensiero e dei consigli e non dell’azione, l’età che serve a mitigare gli ardori giovanili, all’insegna del buonsenso e delle esperienze fatte.

E davvero, il fenomeno è trasversale, nella società italiana, e non necessariamente, come abbiamo scritto più su, confinato alla politica. Prendiamo tre esempi: calcio, mondo dell’editoria, musica. Marcello Lippi aveva tutto. Uscito come trionfatore assoluto dai Mondiali 2006 aveva scelto con maestria anche l’uscita di scena (qualcosa in cui, ad esempio, uno come Mourinho è maestro, sia detto pur con tutto il disgusto che il personaggio ci provoca). Per due anni, fino al 2008, è amato, rispettato, venerato. Rilascia interviste dalla sua barca in cui si atteggia a padre nobile e ricorda le dolci giornate tedesche. Poi, si sa, l’ambizione è umana e universale, così come tutto italiano è invece il gusto per le minestrine riscaldate. Quindi il prode Marcello ritorna, ma ben presto si accorge che niente è come prima. Gli eroi di Berlino sono svuotati, il tempo passa anche per loro. I risultati iniziano a scarseggiare, Marcello si avvita su se stesso e, tra arroganze varie («Non devo dare spiegazioni a nessuno») e ostracismi più o meno spiegabili ma mai chiariti davvero (la non convocazione di Cassano) arriva ai Mondiali in Sudafrica come agnello sacrificale. Nell’immaginario collettivo italiano, a breve e medio termine, di lui non rimarranno i giorni del destino di tedesca memoria ma le mani sui capelli di chi non sa più che pesci pigliare, mentre la contraerea slovacca abbatte l’esercito italiano, sfibrato e allo sbaraglio.

Vasco Rossi lo conosciamo tutti. Probabilmente lo seguiamo anche, infatti è un giorno sì e l’altro pure anche sui nostri giornali. Simbolo nei ruggenti Ottanta della trasgressione e di un vitalismo da rock maledetto in salsa emiliana – fegato spappolato e tortellini della nonna, vita spericolata e salama da sugo – sono ormai anni che, persa gran parte dell’ispirazione si avvita tra “Eeh”, “Ooh”, “Giààà”, “Meeee”, “Teeee” e altri testi dal significato così ricco e complesso. L’ultima sua estate è stata agghiacciante: il Vasco nazionale è stato male, e speriamo recuperi presto, ma invece di sopportare la sua malattia in privato, con dignità e pudore e magari con le persone che ha più vicine, ha preferito inviarci quotidianamente i suoi messaggi dalla camera da letto, in cui i suoi fan lo hanno com-patito e si sono strappati i capelli per ogni sua costruzione grammaticale piuttosto ardita. Mentre gli altri ci hanno visto solo il declino psicofisico di un uomo in difficoltà, a cui la patetica e grottesca vicenda di “Nonciclopedia” non ha fatto che aggiungere ulteriori elementi.

Francesco Alberoni è stato un grande sociologo. Teorico dello “stato nascente”, inizialmente dedito allo studio dei movimenti politici, protagonista dell’età della contestazione nella Facoltà di Sociologia di Trento, i suoi studenti lo ricordano come una mente fervida e un uomo guidato da una sincera passione per l’insegnamento e la voglia di plasmare una nuova generazione di sociologi. Fortunato scrittore di bestseller, tra cui ricordiamo il vendutissimo “Innamoramento e Amore” in cui univa lo “stato nascente” proprio dei grandi movimenti alle dinamiche di coppia, Alberoni ha avuto l’onore, mai concesso a nessuno, di scrivere per 25 anni in prima pagina sul “Corriere della Sera”. Tuttavia, non sempre in 25 anni si ha qualcosa da dire. E Alberoni è sprofondato via via in un mare magnum di banalità e di ovvietà spacciate per la scoperta della pietra filosofale. Passare da “sociologo dei movimenti” a “sociologo dell’amore” è impresa ardua per tutti: così come lo è pretendere di essere presi sul serio come scienziati e uomini di cultura e poi rispondere alla posta del cuore sui giornali di gossip. E così Alberoni negli ultimi tempi ci forniva dalle pagine del Corrierone nazionale perle che nessuno di noi sarebbe arrivato a pensare, come “I leader sono coloro che sanno comandare”, “L’amore unisce, il dolore divide”, “Una coppia riesce a restare unita solo se si dice le cose con sincerità”, “Gli uomini e le donne interpretano la coppia in modo diverso l’uno dall’altra”. Fino all’ultima settimana di Settembre, quando il Corriere non gli rinnova il contratto e Ferruccio De Bortoli lo congeda in poco più di dieci parole. Sic transit gloria mundi.

«Bisogna saper scegliere i tempi, non arrivarci per contrarietà», cantava ispirato Francesco Guccini, nella stessa canzone in cui un altro verso faceva così: «E l’eskimo che conoscevi tu/lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più». Il vero dramma italiano è l’incapacità delle classi dirigenti del Paese di procedere a un ricambio non traumatico, di comportarsi come quel padre che spontaneamente lascia la sua eredità e non costringe il figlio al parricidio, più o meno figurato. In Italia non vedremo mai una scena come quella che abbiamo visto il giorno dell’insediamento di Obama, il 20 Gennaio del 2009, quando lo stesso Obama ha accompagnato Bush all’elicottero, e Bush è partito via, ritirandosi fisicamente dalla scena politica del Paese per ritornarci solo quasi tre anni dopo, per il decimo anniversario dell’Undici Settembre, e non come George W., bensì come ex Presidente.

In Italia, al massimo, arriviamo al paradosso di un’intervista di D’Alema, che per la verità molto pochi si sono filati, dove D’Alema stesso auspica il ricambio generazionale, dettando però, o cercando di farlo, la linea come al solito. Come se il ricambio generazionale dovesse essere gentilmente octroyèe, concesso, e i giovani di questo Paese non dovessero prenderselo, anche a costo di strappi, visto che nessuno glielo vuole offrire davvero.

Per questo, gli sbadigli di Bossi mostrano molto più di un uomo in difficoltà. Un uomo che si proclama indispensabile e che siamo sicuri in privato in tanti dei suoi vogliono si faccia da parte ma che nessuno – o molto pochi, sempre tra i suoi –ha il coraggio di affrontare apertamente e dirgli chiaramente le cose come stanno. Nessuno che gli dica di far proprio, cioè, un vecchio adagio di William Shakespeare, tratto da uno dei suoi testi più famosi, “La Tempesta”, nel quale un personaggio, valutando criticamente la propria esistenza, afferma sconsolato: «ho sciupato il tempo, e ora il tempo mi sciupa». Bossi non è il solo che dovrebbe capire che il suo tempo è scaduto, dopo avere sciupato quel tempo che ora lo sciupa. Inutile dire a chi altri ci riferiamo.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

5 Responses to “Vecchi e bolliti: vi presento gli Indispensabili d’Italia”

  1. ALESSANDRONOLI scrive:

    Una politica che attualmente si basa su partiti che non vivono più i congressi e la partecipazione nelle sezioni degli iscritti, ma più che altro vivono attorno al loro leader, il cui nome compare sul simbolo del partito. Ecco questo modo di fare politica comporta la indispensabilità di cui parla Manca. La soluzione non è l’antipartitismo, ma semmai è l’antipartitismo che ha causato questa situazione sull’onda di mani pulite. Ritornare ai partiti rifiutando i movimenti leaderistici, partiti che ascoltino anche la rete, visto che le sezioni non funzionano più come luogo di incontro tra iscritti.
    Una volta revisionata la forma partito, si cambia la prima cellula di un processo rinnovatore che si trasmette anche alla squadra di Governo.

  2. Simone Callisto Manca scrive:

    Sono d’accordo con Alessandronoli, che ringrazio per il contributo offerto alla discussione.

  3. Andre scrive:

    Secondo me il problema non è neanche questo partitismo. In tutto il mondo si è sviluppata la figura del leader carismatico, eppure altrove non sono così legati ai soliti bolliti. Come mai? Io la risposta non la so ma credo che la risposta di Alessandronoli non sia quella giusta. Dopotutto la partitocrazia senza leader è durata in Italia fino a Mani pulite, e non mi pare fosse il paradiso dei giovincelli..

  4. enzo51 scrive:

    Una ..rivoluzione al giorno,leva il “vecchio” di torno!!

    Così, parafrasando un adagio d’antan riferito ai medici,forse sarà possibile dare spazio ai giovani!

    Godibilissimo articolo.

  5. Simone Callisto Manca scrive:

    Caro enzo51, grazie per il “godibilissimo”

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