Sulle cave, una politica ambientale irresponsabile. Che novità

– “Tra i primati alla rovescia di cui possiamo vantarci c’è anche quello di essere i maggiori produttori/consumatori di cemento nel mondo, due-tre volte gli Stati Uniti, il Giappone, l’Unione Sovietica: 800 chili per ogni italiano”. Con queste parole Antonio Cederna, il padre dell’ambientalismo italiano, nel suo “Brandelli d’Italia” del 1993 denunciava uno dei paradossi italiani. Sottolineava una leadership poco invidiata.

La crisi miete sempre nuove vittime nel mondo delle imprese ed anche il comparto dell’edilizia non gode di buona salute. A livello nazionale il piano grandi opere tante volte promesso è ancora in attesa del suo avvio. A livello locale poche opere in cantiere, anche per i disagi delle amministrazioni nell’onorare gli impegni presi. Una situazione generale, come si sa, di grande sofferenza.

In questa incertezza diffusa, c’è però una solida certezza. L’attività estrattiva. Un settore nel quale i guadagni continuano ad essere miliardari. L’Italia, con oltre 34 milioni di tonnellate e una media di 565 chili per ogni cittadino, continua a detenere un vero e proprio primato europeo nel consumo di cemento. Solo nel 2010 dalle 5.736 mila cave attive sono stati estratti quasi 90 milioni di metri cubi di inerti di cui circa la metà (43 milioni di metri cubi) in Lombardia, Lazio e Piemonte.

Una ferita rilevantissima al paesaggio che riguarda 2.240 Comuni,a cui vanno aggiunte più di 13mila cave dismesse nelle regioni in cui esiste un monitoraggio, che arrivano facilmente a 15mila sommando quelle abbandonate di Calabria, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia.

Peccato che a livello legislativo a dettare legge, per l’attività estrattiva, sia ancora un Regio Decreto del 1927, mentre le Regioni, alle quali sono stati trasferiti i poteri in materia nel 1977, non prestano la dovuta attenzione. Così le entrate degli enti pubblici dovute all’applicazione dei canoni sono inadeguate in confronto al volume d’affari del settore. In molte regioni, poi, come la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna la “cavazione” è addirittura gratuita.

Ma anche in quelle dove la tassazione è prevista le entrate sono poco più che risibili. Infatti, solo dalla vendita di sabbia e ghiaia, cioé i materiali di minor pregio, i cavatori ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro l’anno, che però fruttano alle Regioni neppure 36 milioni di euro di canoni di concessione. Se soltanto si fosse in grado di applicare un canone più idoneo, comunque in linea con gli standard europei, ad esempio quello utilizzato in Gran Bretagna, il guadagno statale assumerebbe proporzioni molto più significative raggiungendo i 267. 696 milioni di euro circa.

Sulla questione, a lungo marginale anche sul fronte ambientalista, negli ultimi anni si sta sviluppando un crescente interesse. A richiamare l’attenzione sulle conseguenze di un’attività a cui viene prestata troppo poca attenzione sia a livello nazionale che regionale è, ora, il Rapporto Cave 2011 di Legambiente. Dal quale emergono come particolarmente preoccupanti le situazioni di Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata, Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte. Tutte Regioni che non hanno un Piano Cave in vigore. Proprio per questo anche bacini di irregolarità grandi e piccole. La maggior parte delle regioni non ha realizzato un piano per le estrazioni nel territorio, gli scavi sono in buona parte abusivi. Le licenze all’estrazione, che dovrebbero essere temporanee, divengono il pretesto per le imprese ad operare senza interruzione per anni. Così, nel vuoto legislativo, le ecomafie hanno non di rado possibilità di infiltrarsi, giungendo a ramificarsi. Soprattutto a gestire il controllo del ciclo del cemento e delle aree di estrazione.

Un caso tra i casi rappresenta la Basilicata, dove il rischio che le ecomafie arrivino a questo è concreto. Tanto più che lì il business delle cave frutta oltre cinque milioni di euro. Non è da meno la Campania, dove le cave attive sono 376 e quelle dismesse almeno 1.336. Tra le zone più colpite, il primato spetta alla provincia di Caserta. Dei 104 Comuni della provincia sono addirittura 75 quelli che hanno una cava nel proprio territorio. Sono oltre 300 le cave abbandonate, nelle quali non è mai stato effettuato un intervento per il ripristino dell’habitat naturale. Anche qui i clan camorristici spadroneggiano. Da qui partono i loro traffici legati al ciclo del cemento e quello dei rifiuti.

Anche in Puglia, dove sono presenti 339 siti attivi e 550 dismessi o abbandonati, non mancano casi di illegalità legati alle attività estrattive. A Grottaglie, Taranto, in un’area compresa nel Parco naturale regionale “Terre delle Gravine”, recentemente è stata sottoposta a sequestro preventivo d’urgenza un’area di 70mila metri quadrati, nella quale si stava effettuando abusivamente attività estrattiva nonostante fosse già stata intimata la sospensione dei lavori da parte del servizio attività estrattive della Regione Puglia, che aveva accertato la scadenza della prevista autorizzazione sin dal 2007. Ed il cahier de doléances potrebbe proseguire andando ad analizzare le singole regioni, i loro territori abbandonati o quasi.

Gran parte delle norme di estrazione e trasporto dei materiali sono violate, causando danni all’ambiente. Dal Piemonte, dove si scava nonostante il ricambio delle acque di falda, a Caserta, dove sono considerate ad alto rischio. Da Brescia, dove molte cave sono diventate discariche, a Varese dove una cava abusiva, chiusa, é stata riaperta e sono stati autorizzati scavi per circa un milione e mezzo di metri cubi. Poi ci sono le cave di Carrara dove gli scavi e il transito di centinaia di camion hanno reso irrespirabile l’aria.

Problemi di diverso ambito e competenza che s’intrecciano tra loro, causati dall’assenza di una politica responsabile di governo del territorio, che sappia prima scegliere le aree e poi, una volta dismesse, recuperarle. Ma anche una politica di riciclo dei materiali edili da noi ferma al 10% mentre in altri paesi europei ha raggiunto quote altissime. Il 62,35 in Francia, l’86,3 % in Germania, l’87% in Belgio, addirittura il 90% in Olanda.

Tutto questo senza contare il problema dell’occupazione, del lavoro, spesso “nero”, che ruota intorno ai siti di estrazione. Le cave ancora rappresentano, per molti, luoghi di sofferenza, di lavoro disumano. Lo sfondo nel quale si muovono pletore di personaggi spesso senza nome, ai margini della civiltà. Dagli schiavi dell’antichità al Rosso Malpelo della omonima novella di Giovanni Verga. Una criticità sottovalutata, al pari di quella per così dire ambientale, che raggiunge livelli preoccupanti, in particolare nel meridione.

Dal 1993, dalla denuncia di Cederna, non è cambiato molto. L’Italia mantiene, saldamente, il primato del consumo del cemento. Soprattutto continua la folle politica di utilizzare le cave dimesse per nuove discariche. Come accade ora nel Lazio, a Quadro Alto, nel comune di Riano, dove il prefetto per l’emergenza rifiuti ha stabilito vada insediata la nuova Malagrotta. Ma anche come si era prospettato per la Campania. Dove, su proposta del partito democratico, il governo aveva inserito nel quinto decreto legge sui rifiuti, il n. 196 del 26 novembre 2010, approvato nel febbraio di quest’anno, ma mai attuato, la possibilità di utilizzare le cave abbandonate o dismesse presenti nella regione per depositarvi i rifiuti trattati e previe opportune verifiche ambientali.

Il tema delle cave ripropone il problema della gestione dei territori. Il loro utilizzo è un’opportunità che viene naturalmente offerta. Il rispetto di alcune regole, però, dev’essere il necessario prerequisito perché l’utilizzo non divenga uno sfruttamento indiscriminato. Sui territori nei quali viviamo il presente si trova il nostro passato. La pianificazione non può che prevedere il futuro.

Sarà un futuro migliore se, abbandonati i tanti e letali egoismi dei tempi recenti, nonché le strumentalizzazioni nelle quali la politica trova non di rado alimento, si recupereranno i territori. Perchè essi sono, è bene ricordarlo sempre, un bene comune.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

3 Responses to “Sulle cave, una politica ambientale irresponsabile. Che novità”

  1. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Articolo di ottimo livello e pienamente condivisibile. Bello- da archeologo e intellettuale appassionato e onesto – il richiamo alla persistenza del passato a sua volta richiamante il nostro dovere morale ( in epoca di abusi e condoni )verso il futuro :
    “Das Vergangenheit verbringt nicht “- recita il proverbio tedesco.

  2. francesco marangi scrive:

    “…solo dalla vendita di sabbia e ghiaia, cioé i materiali di minor pregio, i cavatori ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro l’anno, che però fruttano alle Regioni neppure 36 milioni di euro di canoni di concessione…”.
    E perchè mai, se sono proprietario di un fondo, e quindi del suo sottosuolo, dovrei pagare una tassa?
    Già sui ricavi (reddito) pagherei le relative tasse: a quale titolo, per godere di ciò che è mio, dovrei pagare un ulteriore pizzo allo stato?
    Non so se le cifre dell’articolo siano vere, però appaiono inverosimili:
    1) in Gran Bretagna lo stato incamera 267. 696 milioni di euro? Cioè 268 miliardi di euro pari a circa il 15% del suo PIL?!
    2) in Basilicata “…il business delle cave frutta oltre cinque milioni di euro…”, somma che, evidentemente, dobbiamo confrontare con 1 miliardo e 115 milioni di euro l’anno che ricavano i cavatori dalla “…vendita di sabbia e ghiaia, cioé i materiali di minor pregio…” o con una somma superiore, dico io, se vi aggiungessimo le pietre e i marmi. Dunque la Basilicata rappresenta meno del 5 per mille del “business”: allora perchè tanta enfasi? Perchè la relazione con le ecomafie? Queste sono così fesse che si infilano nella regione con, forse, la minor percentuale del giro d’affari? Irragionevole.
    Ma il tutto è frutto dello studio di Legambiente, vorrà dire qualcuno.
    A beh, allora…

  3. Giorgio Gragnaniello scrive:

    ” AB INFERA, USQUE AD SIDERA ” …Roma, tempora hodie dissimilia sunt!

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