Shalit libero è un segno della forza di Israele

di STEFANO MAGNI – Da ieri sera, Gilad Shalit è a casa sua, a Mitzpe Hila, Israele. Sembra passata un’intera era da quel 25 giugno 2006, giorno in cui, mentre si trovava in servizio nei pressi del confine della striscia di Gaza, fu catturato da miliziani di Hamas.

Da allora ad oggi sono passati 1941 giorni, due guerre, due governi israeliani e tre rivoluzioni che hanno ormai completamente cambiato il volto del mondo arabo. Per Noam Shalit, padre di Gilad, il ritorno del figlio è “una sua seconda nascita”. Per Gilad è un risveglio da un lungo sonno pieno di incubi e un ritorno al mondo dei vivi. Si sa ancora poco della sua prigionia. Gli ufficiali medici israeliani che lo hanno accolto alla base di Tel Nof, dopo il suo breve passaggio in Egitto, si aspettavano di veder tornare un uomo gravemente provato e avevano preparato tutto l’equipaggiamento medico di emergenza per soccorrerlo e rianimarlo. Ma si sono trovati di fronte a un ragazzo sveglio e capace di sorridere, anche se molto pallido e scheletrico, più magro ancora di quel ragazzino in divisa che siamo abituati a vedere nelle foto del suo servizio militare, poco prima del suo sequestro.

Hamas ha voluto restituire un prigioniero “trattato bene”. Non sappiamo ancora se è una menzogna. Altri israeliani hanno dovuto attendere anni prima di rivelare le reali condizioni di prigionia, dopo aver superato lo shock della cattività e la paura di essere ancora nelle mani dei propri carcerieri. Natan Sharansky (ex ministro nel governo Sharon) è uno di questi: ex dissidente, prigioniero in Unione Sovietica, attese due anni prima di pubblicare le sue memorie. I sovietici, nel 1986, avevano consegnato agli americani, in uno scambio di prigionieri, un uomo in perfetta salute e ben nutrito. Fino a poche settimane prima, però, era uno scheletro umano, costretto a lavorare da schiavo in Siberia. A Shalit sarà andata meglio? Per ora ha detto solo di aver avuto “rari” contatti con altre persone, durante i suoi 5 anni e passa di prigionia, di aver visto “raramente” la luce del sole, ma di aver avuto la possibilità di guardare la televisione. Non era fuori dal mondo. Era consapevole che Benjamin Netanyahu fosse il nuovo premier israeliano. Di sicuro, Gilad è più “fortunato” rispetto a Ehud Goldwasser ed Eldad Regev (rapiti nella stessa estate di Shalit): sono stati riconsegnati a Israele solo per essere seppelliti nella loro terra, già assassinati. E in cambio Hezbollah ha ottenuto di riavere terroristi vivi, del calibro del pluri-omicida e infanticida Samir Kuntar, accolto a Beirut da eroe nazionale.

Quanto è costata questa “fortuna” di riavere a casa un Gilad Shalit vivo? 1027 prigionieri palestinesi. Ne è valsa la pena? Sì, per il 79% degli israeliani, secondo l’ultimo sondaggio pubblicato dal quotidiano Yediot Aharonot. Ma, anche fra coloro che si dicono d’accordo, si insinua la paura di un prezzo troppo alto per la fragile sicurezza dello Stato ebraico. Chi sono i 1027 già liberi o in procinto di essere liberati? Fra loro non figurano i leader terroristi di grande profilo: Marwan e Abdullah Barghouti, Ibrahim Hamed e Ahmet Sadat resteranno in carcere.

Nella prima fase dello scambio sono usciti 477 prigionieri, già accolti trionfalmente dai palestinesi. Di questi, 96 hanno fatto ritorno in Cisgiordania, 14 a Gerusalemme Est, 203 originari della Cisgiordania sono stati deportati a Gaza, altri 131 erano di Gaza e sono tornati a casa, gli altri sono stati esiliati.

Sono stati liberati 6 arabi israeliani, che tornati a casa loro. 27 prigionieri sono donne, molte delle quali direttamente coinvolte in atti di terrorismo.

Uzi Landau, ministro delle Infrastrutture, ha votato contro l’accordo, esattamente come Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri) e Moshe Ya’alon (vicepremier). Landau lamenta “una grande vittoria del terrorismo”. “Io sono contento per la famiglia di Shalit, ma anche terrorizzato per la sicurezza dei cittadini di Israele” – dichiara in un’intervista al quotidiano Haaretz, Ron Karman, di Haifa – “E’ tremendo sentire quei nomi (dei palestinesi liberati, ndr) inclusi in una lista nota da cinque anni”.

Ron Karman ha perso sua figlia, Tal, uccisa da un terrorista mentre viaggiava su un autobus di Haifa. Fra i terroristi liberati ci sono anche i rapitori dei soldati israeliani Nachshon Wachsman (ucciso durante un blitz dell’Idf che mirava alla sua liberazione, il 14 ottobre 1994), Ilan Sasportas e Ilan Saadon. Ci sono gli attentatori dell’autobus Tel Aviv-Gerusalemme (1989), il terrorista che uccise 10 civili a Wadi Harmiyeh, presso Ramallah (2002), il complice dell’attentatore suicida che si fece esplodere nella pizzeria Sbarro di Gerusalemme (2001) e molti degli agenti che linciarono soldati israeliani nella stazione di polizia di Ramallah (2000). Quelli, tanto per ricordare, che mostrarono alla folla le loro mani insanguinate, ripresi da una troupe di Canale 5 (che poi fu espulsa dall’Autorità Palestinese, perché aveva “visto troppo”). Yoram Cohen, direttore dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza israeliana) è stato sincero: “Non possiamo promettere che i prigionieri liberati non continuino a compiere atti di terrorismo. Le statistiche ci mostrano che il 60% degli scarcerati torna alla propria attività nelle organizzazioni armate e di questi il 15-20% viene di nuovo incarcerato nelle prigioni di Israele”. “I prigionieri liberati che torneranno a compiere atti di terrorismo lo dovranno fare a loro rischio e pericolo”, ha ammonito il premier Netanyahu, rivolgendosi ai palestinesi.

Sempre Yoram Cohen, pur valutando i rischi dello scambio di prigionieri si dice anche convinto che non potesse esserci un accordo migliore: “Se avessimo avuto altre possibilità per un accordo più equo o per un blitz di liberazione, avremmo percorso quelle strade”.

Già, c’erano altre strade percorribili? Nel caso di Shalit, a quanto risulta, l’esercito dello Stato ebraico non è mai riuscito a scoprire dove Hamas lo tenesse prigioniero. Nel dicembre del 2007 era già scoppiata una polemica sulla mancanza di dati di intelligence necessari a condurre un blitz di liberazione. Ami Ayalon, allora membro del ministero della Difesa, parlò di “fallimento”. Rispondendo alle domande degli abitanti del kibbutz Moledet, aveva dichiarato: “Semplicemente non abbiamo sufficienti informazioni. Questo è l’unico fattore che ci impedisce di passar subito all’azione” per liberare Shalit. Lo aveva solo parzialmente smentito Ehud Barak, allora, come oggi, ministro della Difesa: “Abbiamo già fatto molti sforzi (per liberare Shalit, ndr) e le informazioni non conducono necessariamente a un blitz militare. E’ vero che non abbiamo abbastanza dati per riportarlo a casa, ma stiamo lavorando con costanza su questo problema con la maggior determinazione”. A quanto risulta, la guerra di Gaza (dicembre 2008-gennaio 2009), invece di costituire un’occasione per la liberazione del caporale rapito, come molti osservatori si aspettavano, ha ulteriormente intorpidito le acque, facendo perdere quelle poche tracce che gli israeliani avevano in mano.

A liberazione avvenuta, ieri, un ufficiale dell’Idf, il colonnello Ronen Cohen, ha parlato esplicitamente in termini di “fallimento” delle forze armate in un’intervista rilasciata al quotidiano Haaretz: “La fine dell’affare Shalit, nel modo che abbiamo visto, è un triste giorno per l’Idf”. Ronen Cohen imputa questa disfatta al trasferimento di tutta l’operazione di intelligence dall’esercito allo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza. A sua volta, l’ex direttore dello Shin Bet, Yuval Diskin, in carica fino allo scorso maggio, considera la mancata liberazione del caporale come “un fallimento personale”.

Tuttavia la liberazione di questo migliaio di palestinesi non modifica sostanzialmente il rapporto di forze fra Israele e Hamas. “Sono operativi circa 20mila membri delle Brigate Ezzadim al Qassam (il braccio armato di Hamas, ndr) e qualche centinaio in più non faranno alcuna differenza” – spiega Yoram Cohen – “Hamas non è interessata a un’escalation, ha già gravi problemi interni che l’hanno spinto a concludere questo accordo”. Problemi interni che si riassumono in: fine dei fondi dall’Iran e possibilità che collassi anche il regime siriano, protettore del movimento islamico palestinese. Ora Hamas ha tutto l’interesse a mostrare il suo volto umano, aiutato dal nuovo Egitto (che potrebbe ben presto essere governato dai “cugini maggiori” di Hamas, i Fratelli Musulmani): il Cairo è stato il protagonista indiscusso di questa ultima trattativa.

Fino al momento in cui il governo di Gerusalemme dovrà affrontare nemici ben più potenti, potrà permettersi di trattare e far scambi con i piccoli e fanatici nemici con cui ha sempre avuto a che fare. In questo Israele non dimostra affatto di essere alle corde. Anzi. Denota una notevole sicurezza nelle proprie forze e capacità di gestire crisi future. Mostrando al mondo anche un altro principio fondamentale: amare i propri cittadini 1000 (anzi: 1027) volte di più di quanto si possano odiare i nemici.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Shalit libero è un segno della forza di Israele”

  1. paul scrive:

    Israele scambia un solo soldato con migliaia di terroristi, alcuni dei quali hanno ucciso possa essere data, torneranno a farlo.

    Dal punto di vista logico e militare mi sembra una follia.

    Ma se il governo israeliano per ragioni politiche non sa resistere al partito delle mamme, allora non gli restano che due alternative:
    – arrendersi senza condizioni;
    – oppure, se vuole continuare a combattere, NON FARE PIU’ PRIGIONIERI.

  2. Andre scrive:

    A questo punto c’è da sperare che questo gesto di umanità sia controbilanciato da gesti distensivi del mondo arabo altrimenti Israele non commetterà lo stesso errore 2 volte. Sperando che sia finalmente chiaro per tutti chi tra i due vuole davvero una soluzione pacifica.

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