Indignati di massa. Vogliono cambiare il mondo, ma non lo capiscono

– Le scene di sabato hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica un tema che spesso viene dimenticato: l’odio. La nostra epoca ha difficoltà con questo concetto: le scienze sociali sono troppo affezionate all’ipotesi di razionalità per comprenderlo, e il sociologismo d’accatto tende a scusare ogni forma di violenza come una risposta alle condizioni sociali.

Dei violenti, però, ha già parlato Claudia Biancotti. Sui nostalgici dell’olio di ricino che hanno aggredito Marco Pannella, poi, meglio stendere un velo pietoso. Ciò che intendo discutere sono gli “altri”: gli indignati in servizio permanente effettivo che per mostrare il proprio impegno sociale manifestano su cose che non capiscono, facendo proposte prive di senso.

Chi ha a cuore un problema cerca di risolverlo, e per cercare di risolverlo cerca prima di capirlo. C’è qualcuno che finora ha ascoltato una sola proposta intelligente e ben ponderata degli indignati? Quante risorse intellettive sembrano aver impiegato per comprendere i problemi?A giudicare dai risultati, non molte. Ma se possiamo escludere che gli“indignati” siano veramente interessati a risolvere i problemi, allora cosa li spinge (gli spingitori di indignati, direbbe Guzzanti)? La protesta è un fine in sé, una sorta di gioco o bene di consumo?

Li muove la stessa mentalità che spinge i libertari a pensare di poter risolvere tutti i problemi con l’anarco capitalismo, i cattolici tradizionalisti a credere che la Chiesa sia diventata comunista perché ha chiesto scusa per l’Inquisizione, e i signoraggisti a portare avanti le loro buffe teorie monetarie. Il meccanismo psicologico è comune: identificare (o immaginare) un problema ed ingigantirlo fino a farlo diventare un avversario di portata cosmica (“molti nemici, molto onore”), auto-convincersi di avere una soluzione e spacciarla per la panacea di tutti i mali del mondo, e coprire la debolezza dei propri argomenti affinando la sottile arte del wishful thinking, cioè la sospensione delle proprie facoltà intellettive provocata dalla reazione emotiva di fronte alla consapevolezza del Male.

Il “vero credente” è tale perché ha un Credo, una teoria di come funziona il mondo che serve a spiegare tutto, nel modo più semplicistico possibile: bisogna cambiare il mondo, mica si può perder tempo a cercare di capirlo, potremmo dire ricordando Marx. Tutto ciò per sentirsi importanti: spiegare il singolo dettaglio, obiettivo a cui fior di scienziati spesso dedicano tutta la vita, è un obiettivo troppo prosaico. Bisogna creare una storia epica, se non addirittura cosmica, in cui il Bene combatte contro il Male in una battaglia finale di cui si narreranno le gesta per centinaia di generazioni, meglio ancora di Conan il Barbaro: la strategia del cunctator, del popperiano passo alla volta, è troppo noiosamente borghese.

E ancora, altre costanti del combattente per il Bene sono: le prediche moralistiche spacciate per analisi e proposte, gli attacchi ad personam (“voi siete ebrei/capitalisti”), la propensione al ragionamento dicotomico/manicheo, e il senso di superiorità morale. Sono migliaia di anni che gli uomini fanno gruppo con questi mezzucci: cresceremo mai?

Il titolo è ispirato da un articolo del mio amico Wellesley, e il libro da lui recensito, “The true believer”, è un must per capire questi fenomeni. Raramente è possibile ottenere qualcosa di buono da questi meccanismi psicologici, pur connaturati alla psicologia umana, tranne in casi estremi di civiltà così paludate da aver bisogno di una palingenesi per tornare dal Regno dei Morti.  Risolvere i problemi, di norma, è un’attività noiosa: i poemi epici sono sicuramente più divertenti.

C’è molto che non va al mondo, e ci sono valide ragioni per essere preoccupati per il futuro. I problemi che abbiamo di fronte non possono essere risolti facilmente, e o impareremo a conviverci smussandone i lati più odiosi, o dovremo cambiare molto delle nostre attuali istituzioni per prevenirli in futuro. Chi non ha la pazienza di sforzarsi di capire i problemi forse farebbe meglio a guardare la TV masticando pop corn.

Indignarsi senza sforzarsi di capire non serve a niente. O forse servirà a chi sarà in grado di sfruttare la marea per i propri fini: se il movimento avrà successo, alcuni degli indignati di oggi saranno i politici,i magistrati, i professori e i caporedattori di domani, seguendo il principio per cui chi assalta i palazzi per fare del bene vi rimane per stare meglio. Pareto la chiamava “circolazione delle elite”. Altri, meno prosaicamente,“volontà di potenza”. A poco altro serve, del resto, una Fede cieca.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

3 Responses to “Indignati di massa. Vogliono cambiare il mondo, ma non lo capiscono”

  1. Giorgio Gragnaniello scrive:

    “The true believer ” fu scritto negli USA durante il Maccartismo e si avverte benissimo ciò . Come decodificatore della psicologia di massa si può comodamente applicare a tutti i movimenti “strutturati” e soprattutto GERARCHICI( anche se qualche concetto di psicologia individuale , per esempio l’odio per la propria vittima , si ritrova già in P. C. Tacito ). Ma in questo momento – dal punto di vista strutturale- organizzativo, sembrano molto più avanti su questa strada per esempio i ” teo-con ” – economicamente solidissimi e ideologicamenti incardinati su potenti archetipi psicofondanti storicamente pregressi al liberalismo massonico degli indipendentisti :il puritanesimo dei Padri della Mayflowwer.

  2. libertyfighter scrive:

    Caro Pietro, tutto ciò che scrivi mi trova ovviamente d’accordo.
    Solo che nella mia visione pessimista, trovo che non ci sia nulla da fare. Non cresceremo neppure stavolta. E la domanda che da sempre accompagna l’umanità, ovvero: “Come han fatto fiorenti civiltà del passato ad autodistruggersi fino a farsi soppiantare da trogloditi molto meno evoluti”, domanda applicabile ai Romani e ad i Maya ad esempio, ma volendo entrare nel novero della “storia alternativa”, anche a tutte le ipotetiche civiltà prediluviane, e anche agli stessi egizi delle dinastie più remote.
    La risposta è COSI’.
    Te ne accorgi che tutto sta andando a puttane. Ma non puoi farci nulla perché l’uomo è stupido di suo, e in branco lo è ancor di più.
    Chissà quanti romani, ai tempi fecero discorsi come i nostri. Inutilmente, tanto i barbari sono venuti ugualmente e il medioevo è arrivato ugualmente.
    Probabilmente saremo testimoni oculari del nuovo medioevo, o di una annichilazione pressoché totale della civiltà, ipotesi che considero sempre meno remota.
    Che culo.

  3. Jennifer scrive:

    Dubito fortemente che gli indignati che hanno spaccato tutto diventeranno avvocati o giornalisti. Bisogna studiare per combinare qualcosa nella vita.
    Io credo che i black bloc siano i cosidetti NEET (Not in education,nor in employement or training) ai quali qualcuno ha messo in testa che studiare non sia poi così importante visto che “mangiano pane a tradimento” in famiglie che li hanno allevati per forza d’inerzia.
    Sono i figli di quelli che sono andati avanti a furia di raccomandazioni ed hanno guadagnato un posto pubblico con il voto di scambio.
    Sono anche i figli dei piccoli commercianti che ora vengono facilmente scavalcati dalla grande didtribuzione che offre un servizio che loro, ignari pure delle normali norme igieniche, non possono offrire perchè troppo ignoranti.
    Chi studia, pur in una scuola molto modesta, si sistema magari all’estero. Questi nullafacenti ce li troveremo sul groppone.

Trackbacks/Pingbacks