Ma in Italia non esiste (ancora) un “partito della BCE”

– In teoria non ci sarebbe nulla da aggiungere alle parole pronunciate il 12 Ottobre da Mario Draghi nella conferenza d’apertura del Convegno su “L’Italia e l’economia internazionale 1861-2011”:

Senza aggredire alla radice il problema della crescita lo stesso risanamento della finanza pubblica è a repentaglio. Abbiamo più volte indicato gli interventi necessari in ambiti essenziali per la crescita come la giustizia civile, il sistema formativo, la concorrenza, soprattutto nel settore dei servizi e delle professioni, le infrastrutture, la spesa pubblica, il mercato del lavoro, il sistema di protezione sociale”.

La mente corre subito alla famosa lettera vergata dallo stesso Draghi e dal presidente uscente della BCE, Trichet, indirizzata al governo italiano il 5 Agosto e resa pubblica dal Corriere della Sera il 29 Settembre. Molto si è detto su quella lettera e sull’ “uso meschino” che di essa è stato fatto nel grande circo della politica (l’espressione “uso meschino” è dovuta ad Antonio Polito, la cui analisi condivido pienamente).

D’altro canto, un documento del genere, essendone peraltro ignoto il contenuto effettivo, si prestava molto per essere usato come arma contro un governo che si dimostra impacciato e indeciso proprio nella questione della riduzione del debito pubblico e delle misure per la crescita economica. Un conto sono i piccoli opportunismi politici (magari dovuti alla stessa maggioranza, in chiave anti-Tremonti, come ipotizza lo stesso Polito), un altro conto è il problema di un presunto “commissariamento” dell’esecutivo da parte della Banca centrale europea.

È vero che si tratta di un gesto insolito e abbastanza grave (come molti anti-europeisti non hanno tardato a far notare), ma è altrettanto vero che esso è la giusta risposta a una scelta altrettanto insolita (e indebita), cioè l’acquisto dei titoli del nostro debito pubblico da parte della stessa BCE. Nel momento in cui la BCE si accinge a prendersi il nostro debito (lasciamo perdere ora se abbia fatto bene o male a farlo), ha tutto il diritto a chiedere in cambio delle garanzie.

Perché, però, titare fuori un dibattito che sa ormai di archivio giornalistico? Perché, secondo me, non si è troppo riflettuto sulla possibilità o, meglio, sulla impossibilità di una risposta adeguata della classe politica italiana alla lettera di Draghi e Trichet. È vero che quella lettera è un programma di politica economica (di buon senso, prima ancora che di orientamento liberale), ma è anche vero (e grave) che per il momento in Italia non c’è nessuna forza politica in grado di offrire una “corrispondenza di amorosi sensi” alla linea della BCE.

Detto in termini molto rozzi, al momento in Italia è pensabile un “partito della BCE”, cioè un partito che si limiti a presentare come programma economico la lettera di Draghi-Trichet? La risposta è negativa, e vediamo subito il perché.

Non può corrispondere a essa l’attuale maggioranza di governo, anche se, ovviamente, i membri del governo si sono affrettati a dire che la manovra votata in Parlamento seguiva le linee indicate dal documento della BCE. Non può per il semplice motivo che la politica economica del governo è monopolizzata da Tremonti, e Tremonti si è sempre posto come l’anti-Draghi per eccellenza. I due hanno visioni del mondo e del rapporto tra economia e politica molto differenti e lo scontro si tocca con mano nel caso della nomina del successore di Draghi alla guida della BCE. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Almeno finché Bossi appoggerà Tremonti, il Pdl non potrà avere molti margini di manovra nel campo delle scelte economiche (come si è visto nel balletto sulle pensioni di anzianità).

Può il Pd, il principale partito di opposizione, fare sue le proposte elencate da Draghi? Nominalmente Bersani si è detto d’accordo con Draghi, ma nemmeno lui ha potuto nascondere che all’interno del partito ci sono posizioni fortemente avverse alla linea della Banca Centrale Europea. E non si tratta di nomi da poco. Basta citare Stefano Fassina, responsabile economico del PD, che si è detto contrario alla linea ‘liberista’ e favorevole invece a interventi di stampo keynesiano. Ma si può fare anche il nome di Cesare Damiano, ex ministro del Welfare nell’ultimo governo Prodi, autore di un intervento sul quotidiano di Sansonetti, Gli Altri, dal titolo impeccabile: “Sporchiamoci le mani per battere il liberismo”.

Per quelli come Damiano il governo Berlusconi è stato un fulgido esempio di liberismo rampante (il paese sarebbe “costretto sull’orlo del baratro dall’azione sciagurata di un esecutivo ispirato al più deleterio laissez faire”). A parte queste uscite (spero) involontariamente ironiche, il discorso di Damiano sembra una chiamata alle armi ai compagni a sinistra del Pd per invitarli a riproporre qualcosa di simile alla grande ammucchiata dell’Unione prodiana. Sembra anche di poter dedurre che, poiché il documento firmato da Draghi e Trichet è liberista (come riconosciuto da Fassina), e poiché il PD (secondo Damiano) deve rappresentare una sinistra anti-liberista, allora il futuro programma economico del centrosinistra non coinciderà affatto con le linee dettate dalla BCE.

D’altronde, il documento andava bene quando nessuno ne conosceva il contenuto, così che tutti (anche Susanna Camusso) potevano usarlo come una clava contro Berlusconi e il suo governo (o, all’interno del PDL, contro l’eccessivo potere di Tremonti). Ora che il documento è sotto gli occhi di tutti, tanto a destra quanto a sinistra, esso è stato completamente dimenticato. E basta andarlo a rileggere per capire il perché.

Chi avrebbe il coraggio di presentare un programma volto a “garantire una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese”, di rivedere le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti? Chi lo spiega alla Camusso?

Ancora: con che faccia i politici italiani potrebbero farsi fautori della liberalizzazione dei servizi pubblici locali, dopo il penoso spettacolo del referendum sulla gestione dell’acqua, in cui uno dei pochi provvedimenti di questo governo che andava nella giusta direzione è stato buttato all’aria al solo scopo di disarcionare Berlusconi (e anche il PDL ha fatto una magra figura, evitando accuratamente di prendere le difese del decreto Ronchi nella vana speranza di attutire il colpo)?

Insomma, a oggi un “partito della BCE” in Italia non esiste, ci sono poche voci isolate e fuori dal coro; domani forse le cose cambieranno, anche se molte cose fanno pensare che non c’è da essere ottimisti. In particolare, appare chiaro che Berlusconi continua a galleggiare al governo non per chi sa quali trucchi o imbrogli, ma solo perché qualcosa di effettivamente (e non solo a parole) alternativo al suo governo non si vede nemmeno lontanamente all’orizzonte.

Gli oppositori, al giorno d’oggi, sono solo l’ombra del berlusconismo declinante (o già dato per morto). A meno che non mi si venga a dire – ma spero che mi si risparmi – che il futuro è Vendola.


Autore: Osvaldo Ottaviani

Nato ad Ascoli Piceno nel 1987, studia filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto un libro su H. G. Gadamer ("Esperienza e linguaggio", Carocci 2010) e attualmente si occupa prevalentemente di Immanuel Kant. Liberale da sempre, è socio fondatore dell'associazione Hayek di Pisa e fellow di Italian Students of Individual Liberty (ISFIL).

One Response to “Ma in Italia non esiste (ancora) un “partito della BCE””

  1. ALESSANDRONOLI scrive:

    La lettera della BCE contiene indicazioni ineccepibili.Meno ineccepibile è il fatto che un Governo eletto direttamente dal popolo debba piegarsi alle direttive dei tecnocrati. La politica può accogliere delle proposte o parte di queste proposte, ma mettersi proni di fronte alle direttive dei banchieri sarebbe umiliante. Allora questo discorso su chi è più puro come liberale o liberista mi pare altamente demagogico e semplificatorio.

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