Il sogno di Hollande e il sonno di Sarkozy

di SIMONA BONFANTE – François Hollande è un socialista antico, non particolarmente ortodosso non particolarmente innovatore. Nulla affatto temerario, assai poco divisivo, poco incline alla faziosità. Un civil servant più che un partigiano. Ha vinto le primarie, al secondo turno, con buon vantaggio sulla più-pavlovianamente-socialista-sfidante Aubry. Lo hanno votato anche i meno inclini a quel moderato paternalismo tecnocratico cui il nostro (anzi, il loro) candidato ha ispirato l’agenda. Lo hanno votato perché, la Aubry, Sarkozy se la sarebbe magnata. E tenuto conto che  Valls, il migliore e – a parere di chi scrive – il più temibile avversario del candidato Ump, è stato archiviato al primo turno con meno del 10% dei voti, hanno fatto bene a votare lui.

Hollande resta – sempre a parere di chi scrive – invotabile. Ma invotabile – e reitero l’inciso – è anche il Presidente uscente, del cui deludentissimo record amministrativo sono piene le cronache – dal confusamente gestito dossier neo-imperiale al mai neppure avviato progetto di modernizzazione nazionale.

I socialisti vogliono ri-abbassare l’età pensionabile, creare in laboratorio nuovi posti di lavoro, punire la finanza, penalizzare i più ricchi. Il ‘sogno’ del nido sicuro, garantito da uno Stato-chioccia – buono, giusto e con risorse illimitate. Un sogno che tira anche nei meno statalisti dei domini sociali – tipo gli Usa. Lo stesso che la gauche nostrana si prepara ad imbastire per noi.

Oggi l’Ump si riunisce per smontare il “grande equivoco” del progetto socialista.  Compito non arduo. Il difficile sarà il resto. I sogni non sfumano, denigrandoli. Il sedotto dalla dimensione onirica va restituito alla veglia, dolcemente. E lì incoraggiato a restare. La veglia, d’altronde, può essere persino più lusinghiera e motivante della suggestione uterina sollecitata dalle variamente articolate indignazioni anti-capitaliste. La veglia è la possibilità concreta – non utopica – di risollevarsi dalla crisi aumentando il plateau delle opportunità, spalancando le porte della competizione globale, riducendo le cicatrici create dalla manipolazione statale dei processi economici.

La veglia, per i francesi, è il liberalismo promesso – ma subitissimamente abbandonato – dall’allora neo-vittorioso Sarko.  Sarko, però, ha dietro di lui un partito che ragiona, alimenta il dibattito, produce pensiero. Un partito sveglio, e quella è la sua forza.

Okkey, il giochino del confronto fatevelo da soli.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

4 Responses to “Il sogno di Hollande e il sonno di Sarkozy”

  1. ALESSANDRONOLI scrive:

    E’ interessante leggere quanto scrive una giornalista che nel suo passato, se non sbaglio ha scritto anche su Critica Sociale, rivista dei socialisti. Ma perchè è cosi critica verso i socialisti francesi ed è convinta che i liberali siano meglio dei socialisti? Lei dovrebbe conoscere anche i laburisti inglesi, che sono socialisti alla fine. Ma perchè la presunzione che i liberali puri e duri siano la soluzione e non possa invece essere un progetto riformista invece quello che occorre all’europa? Perche servi dei tecnocrati della BCE?

  2. Simona Bonfante scrive:

    alessandronoli, le ricette dei socialisti francesi non sono altro che una acritica, ideologica, a mio avviso anti-progressista declinazione dei ‘must’ storici della socialdemocrazia, quelli che un fondamento intellettuale, se non empirico, potevano anche averlo nell’epoca e nella dimensione socio-economica nella quale erano stati maturati, cioé nel fordissmo. ma ora…
    personalmente non ho alcuna certezza sulle soluzioni. parli di “progetto riformista”. bene, aldilà del vuoto semnatico ormai assunto dall’espressione, credo certamente che di sostanziali, radicali, genetiche riforme strutturali abbia bisogno l’europa e quindi noi.
    ps.
    quanto al mio personale approccio… il fatto che mi sia formata in ambienti socialisti e che abbia di lì, autonomamente, seguito una maturazione intellettuale che mi ha avvicinato alle sponde einaudiane, beh, mi pare tutt’altro che disdicevole.

  3. alex PSI scrive:

    Quello sostieni è, sotto l’aspetto teorico-politico ineccepibile. Ma siamo sicuri che il puro liberalismo sia la soluzione? oppure sarà il caso anche di pensare a garantire una certa coesione sociale di fronte al tecnocratismo imperante nella BCE che pone al centro equazioni matematiche senza badare alla carne e al sangue della gente?

  4. Simona Bonfante scrive:

    alex, il ‘tecnocratismo’ è ademocratico, ma è la democrazia che si è svenduta – ed ha svenduto la propria sovranità – indebitandosi nell’illusione di garantire, di legislatura in legislatura, la coesione sociale. vedi, quelli che oggi dicono ‘io il debito non lo pago’ dovrebbero tener conto che quel debito l’hanno fatto le loro mamme e i loro papà, ovvero quelli a cui hanno conferito il potere di rappresentarne le istanze presso i luoghi istituzionali della decisione. mi interrogo anch’io, certamente, sulla sostenibilità – almeno contingente – di un sistema che ha reso possibile le bugie contabili della grecia, le patologie italiche, le bolle speculative americane e irlandesi e spagnole…mi interrogo. non ho risposte.

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