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Febbre e guerriglia da sabato sera, niente di più

– Altro che capitalismo estremo, altro che indignazione.
La molla che innesca i black bloc la racconta bene Lucano nel De bello civili sive Pharsalia, libro VII: “Se hai dato un padrone, Fortuna, ai nati dopo Farsalo, dovevi dar loro anche la guerra”.
Il poeta piange il tramonto della repubblica romana; si duole del fatto che alle generazioni venute al mondo dopo la vittoria di Cesare su Pompeo la sorte non abbia dato occasione di combattere il tiranno. Ma non è il quadro storico che rileva, qui.

A scanso d’equivoci, la Roma antica non è quella contemporanea; sullo sfondo dei recenti disordini non c’è alcun dittatore, occulto o palese, né alcuna eroica lotta per la libertà. C’è invece, e molto, la nostalgia della battaglia, dell’importanza eccezionale, dell’occasione unica. Questo sentimento, che emerge in trasparenza dai versi dell’autore latino, oggi è coperto da un tabù culturale così netto che ogni volta si arriva stupiti, spossati, pieni di rabbia giusta quanto impotente di fronte all’ennesima ondata di devastazioni di piazza. Forse che il grosso della società è gentile non perchè l’ha scelto, ma perchè non conosce altro? Sarà pur vero che a guardare nell’abisso si rischia che ci inghiotta, ma se non ne sappiamo nulla è difficile rifiutarlo consapevolmente, e soprattutto è difficile difenderci.

Mettetevi nei panni di quel giovane No Tav, immortalato dalle telecamere di tutto il mondo nell’atto di gettare una pietra contro i poliziotti. O di quei due ragazzi incappucciati che usano un segnale stradale divelto come ariete contro una banca. Pose che, adattando i segni dei tempi, ricorrono nell’iconografia spartachista, nella propaganda squadrista, nell’immaginario riot da Montreal a Seattle a Genova.
Immaginatevi la sera prima dell’attacco, circondati da compagni solidali e compagne adoranti, intenti a consultare cartine militari delle valli o della città. I tagli di capelli, le spille sui giubbotti (tanti anni fa, infilate sottopelle), i tatuaggi sono simboli e colori di guerra. Ora segnate i percorsi di attacco con un pennarello rubato al capitale che controlla i supermercati; scegliete la musica minacciosa che vi precederà in corteo; riempitevi la testa di odio per le istituzioni, per i ricchi, per il mondo intero. Vi accompagna “Stalingrado”, più la versione della Banda Bassotti che quella degli Stormy Six, o il brano dei Barricata Rossa che recita “Noi siamo contro tutto”.

Al ritorno vi attende, se vi riesce di evitare l’arresto e ancor più se non vi riesce, un’accoglienza da guerrieri vittoriosi; la birra scorre festiva insieme ai racconti, le luci splendono alimentate da una linea elettrica abusiva. È il vostro territorio, il vostro feudo, e tutto vostro è anche il lieto scherno verso i vicini borghesi, che a fine mese si vedono recapitare una bolletta esorbitante. Non vi mischiate ai cortei delle donne, ancor meno a quelli degli omosessuali: non ci sono abbastanza feticci nemici da distruggere, e poi non si può mica raccogliere una giornata di eroismo in mezzo a quelle schiere di mammolette con gli striscioni arcobaleno.

Meno noioso che lavorare in banca, no?

I lanciatori di sampietrini, gli incendiari, gli assaltatori di camionette dei Carabinieri si comportano così perchè, per loro, spaccare tutto è divertente. È una versione più succosa e politicamente più significativa del pogo o della cugina fascista, la cinghiamattanza. Sfogliando le pagine di “Bloc book: cosa pensano le tute nere”, un curioso libretto edito da Stampa Alternativa all’indomani dei fatti del G8, si trovano capitoli sulle mense per i poveri, sulla protesta antirazzista, sull’assistenza all’infanzia disagiata: nobili attività svolte anche in molte parrocchie, ma non è uguale. Dall’introduzione: “Il testo che viaggia su Internet (ndr: Anarchism in Action, di Shawn Ewald, di cui il volume è in parte una traduzione) contiene anche le istruzioni e le tattiche per la guerriglia urbana, ma per il nostro libro abbiamo selezionato altre parti di quel manuale”. Eh, già. Forse mancava lo spazio.

Non c’entrano la finanza, la globalizzazione, la condanna morale delle disuguaglianze economiche: tutte scuse. La questione qui è il monopolio pubblico della forza, che i rivoltosi – e non le migliaia di manifestanti pacifici, che meritano rispetto e ascolto – mettono in dubbio in punto di principio e di fatto. Ebbene, per quanto si possano ben spiegare le motivazioni di chi vuole vedersi generale a difesa degli oppressi, nei paesi civili gli eserciti privati non sono ammessi. Sì, “privati” come le banche, le multinazionali, e tutto quello che è male. Com’è che diceva Alanis Morrissette?


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

3 Responses to “Febbre e guerriglia da sabato sera, niente di più”

  1. Andre scrive:

    Buona analisi. Però secondo me si tende a sottostimare ciò che molti, che sia chiaro non usano e anzi condannano la violenza, pensano di ciò che sia accaduto sabato. Quanti pensano che la polizia abbia voluto arrivare a questo per rovinare la manifestazione? Quanti pensano che ci siano infiltrati delle forze dell’ordine tra i black bloc? Quanti pensano che in fondo lo Stato è mandante morale delle violenze per suoi non meglio identificati “atteggiamenti”? Quanto pensano che i feriti tra i manifestanti siano colpa solo e soltanto della polizia, composta in larga parte da picchiatori fascisti? Sono certamente una minoranza ma che sia così esigua non lo credo affatto. E nonostante non ricorrano alla violenza sono anche queste frange con cui è molto difficile dialogare

  2. woody scrive:

    Ottimo post, che tuttavia a mio parere scioglie un’aura troppo nobile su questi manifestanti. “Nostalgia della battaglia, dell’occasione unica” sono sentimenti grandi e presuppongono in sé il senso dell’onore, del rispetto, del coraggio. Non si addicono a quattro manigoldi col volto coperto che combattono una guerriglia vigliaccamente intrisa di dissimulazione, ipocrisia e inganno.
    E anche sul commento di Andre ho qualcosa da obiettare. Giustamente egli si sofferma su coloro che “non usano” la violenza ma “pensano”. Ma questi NON condannano quella violenza. Non crediate che sia così bella la realtà. Questi “ammirano” quella violenza, provano attrazione e partecipazione per chi la compie, solo, loro, non ne hanno il coraggio. Sono ancora più vigliacchi dei primi, ma, se non altro, meno pericolosi per la società, al massimo fanno alzare lo share di qualche trasmissione. Dialogare, poi? E’ impossibile. Questi hanno sempre ragione e sono maestri nel fluidificare i fatti per farli aderire alla propria ideologia. Non li scalzerete mai di un millimetro.
    Saluti woody.

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  1. […] violenti, però, ha già parlato Claudia Biancotti. Sui nostalgici dell’olio di ricino che hanno aggredito Marco Pannella, poi, meglio stendere un […]