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“Terraferma” di Emanuele Crialese e il “cinema di poesia”

– Pier Paolo Pasolini sosteneva che ci sono film scritti in prosa e film scritti nella “lingua della poesia”.
Nel “cinema di poesia”, il linguaggio visivo è così poco convenzionale – e magari così sconcertante – che lo spettatore, anche il più sprovveduto, non può ignorarlo: la sua attenzione si appunta sul linguaggio del cinema, almeno quanto sulle situazioni raccontate. (Sono film in cui “si sente” la macchina da presa).
E questa originalità del linguaggio è dovuta per Pasolini a un tentativo dell’autore del film: quella di mostrare la realtà con gli occhi di uno (o più di uno) dei personaggi del racconto; e dunque filtrata, e anche deformata, dalla sua psicologia e dalla sua mentalità.

Credo che “Terraferma” di Emanuele Crialese – che ha ricevuto al Festival di Venezia il Gran Premio della Giuria – rientri a pieno titolo nella categoria del “cinema di poesia” come lo intendeva Pasolini. Presenta infatti immagini spiccatamente originali, frutto di una evidente ricerca visiva; tanto che la nostra attenzione è attratta dalla loro “forma”, quanto dagli oggetti mostrati.
Lo si constata fin dall’inizio del film.

Da un’imbarcazione viene gettato nel profondo del mare un oggetto che sembra uno scandaglio o un arpione. Gradualmente si dipana davanti i nostri occhi, e comprendiamo allora che si tratta di una grande rete da pesca.
L’immagine in effetti non mostra niente di più che un gesto quotidiano del lavoro dei pescatori.
Ma per come è composta – la profondità del mare occupa tutto lo schermo, e dunque il ritmo, il modo in cui fluttuano gli oggetti appartengono a una dimensione diversa dalla “terraferma” – ha in sé qualcosa di misterioso, di “onirico”. La si può interpretare in tanti modi. Ma per me ciò che più conta è il suo ritmo lento, come fuori dal tempo, che fa pensare a un rito che nella vita dei pescatori si ripete identico dalla notte dei tempi.

Crialese ha colto in profondità e fatto suo il sentimento della vita di una famiglia di pescatori di un’isola siciliana: un sentimento che ha tante sfumature, come tutti i sentimenti reali; e accentuazioni diverse a seconda dei vari componenti della famiglia, dai cui punti di vista sono di volta in volta raccontati gli episodi del film. In ogni caso, un sentimento o un’idea della vita che è frutto di una cultura secolare; e che il patriarca in particolare difende testardamente dall’urto della modernità.

E infatti alcuni fattori minacciano la vita tradizionale dell’isola.
Il primo fattore, un po’ marginale nel film, è l’inquinamento; a causa del quale nel mare ci sono sempre meno pesci, e il lavoro del pescatore è sempre meno redditizio.
Il secondo sono i turisti, che d’estate si riversano a frotte sull’isola, dal Continente; e descritti come sono dal punto di vista degli isolani, appaiono come un esercito di individui estranei; uniformi tra loro malgrado la varietà degli abiti e delle fisionomie; con qualcosa di profanatorio rispetto alla antichità dell’isola.
E infine il terzo fattore, il più importante nel film, sono gli immigrati africani, che giungono numerosi attraverso imbarcazioni clandestine. Però, se i turisti sono davvero entità estranee, gli immigrati risultano affini al pescatore e anche alla sua famiglia (a sua figlia in particolare). Forse perché i pescatori comprendono la povertà; e forse perché il fenomeno della grandi migrazioni appartiene al loro orizzonte culturale.

Fatto sta che quando il vecchio pescatore vede, dalla sua imbarcazione, dei clandestini finiti in mare, disobbedisce agli ordini della capitaneria di porto e, obbedendo a un codice per il quale non si lascia un uomo in mare, li raccoglie a bordo, rischiando e subendo gravi sanzioni da parte delle autorità, che più che estranee sono avvertite nemiche.

Il conflitto fra tradizione e modernità attraversa tutti i personaggi del film, ognuno dei quali reagisce a suo modo.
Uno dei personaggi più belli e complessi è il nipote del pescatore. In lui l’attaccamento alle tradizioni ha qualcosa di cieco; si accompagna a una psicologia patologica, quella di chi si rifiuta di crescere. E’ un giovane che a quasi vent’anni ancora dorme nella camera da letto della madre e sembra che non voglia saperne di conoscere delle ragazze.
L’amore per una turista gli provoca una crisi lacerante. Rinnega in un’occasione il legame di solidarietà con gli immigrati che gli era stato trasmesso dal nonno, ma dopo è tormentato dal senso di colpa.

E la sua fuga in barca dall’isola con la ragazza – raccontata dal suo punto di vista – ci sembra un viaggio verso un nuovo mondo ignoto e minaccioso.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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