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L’Elefantino e la mitopoiesi del Cav.

– Negli editoriali con i quali Giuliano Ferrara sprona quotidianamente (a volte persino ferocemente) il Capo di Governo più sbertucciato al mondo ad essere se stesso, a tornare agli antichi fasti, a riappropriarsi del proprio genio squilibrato e destabilizzante , in una parola a “tornare ad essere Berlusconi” c’è ormai qualcosa di tragico e di comico, di appassionato e di disperato che, se fa onore alla pervicace fedeltà dell’uomo (spes contra spem, credo direbbe di sè lo stesso Ferrara), d’altra parte svela tutta la velleità di un chiaro e a lungo perseguito disegno di mitopoiesi che sta inesorabilmente volgendo al fallimento totale.

Non certo per responsabilità di uno dei principali creatori del mito (ossia lo stesso Ferrara), ma per manifesta incapacità del semi-dio che dovrebbe incarnarlo (ossia l’anziano imprenditore brianzolo) che difetta proprio di quelle virtù eroiche senza le quali non si dà una narrazione mitica convincente e affascinante. “Contrattacco o morte” – scriveva l’altro ieri; e nei giorni precedenti, “Si batta con le unghie o se ne vada” e ancora “Sangue di tigre e bistecche di leone” o “Contro una fine ingloriosa”.

Lo vorrebbe così, Ferrara, e così lo amerebbe descrivere: fermo nelle decisioni, impavido, sprezzante di tutto e tutti, consapevole della missione che la Storia (senza, per ora, scomodare Dio) gli ha affidato e pronto, per tutto ciò, a sacrificare se stesso, ad offrire il petto alle ingiurie dei benpensanti e degli intellettuali snob ( che Ferrara liquida nel riassuntivo “i meschini”), a bere fino in fondo tutti i calici amari di questo mondo pur di non tradire la missione salvifica che si è autoassegnato (o che Ferrara stesso gli ha affidato, dato che il primo esperimento con Craxi era fallito anch’esso miseramente).

E invece il Cav, giorno dopo giorno, contraddice sempre di più la cifra eroica, svela le sue umanissime debolezze (una fra tutte: l’amore smisurato per la “roba”, come direbbe il Verga), si contorce in un doroteismo privo di virtù, oscilla tra goliardia e infantilismo senile che sono agli antipodi della grandezza eroica del ”genio sregolato”.

Ci ha provato, Ferrara, e lungamente, a costruire il mito prima del grande Innovatore, poi dello Statista internazionale, infine del Grande Timoniere verso il Mare della Modernità. Ma ogni volta la materia, il sangue e la carne che avrebbero dovuto sublimarsi nella forma di un Eroe hanno viceversa preso il sopravvento e disvelato il triste profilo di un semplice uomo, ricco sì, ma solo, malato, anziano, in lotta perenne con le leggi della natura e reso infelice da un ego patologicamente debordante.

Che la politica abbia bisogno di sogni, di utopie, di miti e di eroi è cosa persin banale da ricordare; che alla costruzione di tali miti e di tali eroi gli intellettuali più brillanti e geniali di ogni epoca si siano applicati con costanza è altrettanto noto; non risultava però sino ad ora nessun caso di “accanimento mitopoietico” su un soggetto che risulta funzionare assai meglio nella commedia che nella tragedia, nell’epigramma piuttosto che nella lirica, nel romanzone d’appendice piuttosto che nell’epica. O, in termini moderni, nel porno piuttosto che nel cinema d’autore.

Si rassegni, il nostro simpatico e geniale “Pavolini”: con il Cav. non ci sarà nessuna “Bella Morte”, ma solo il triste e solitario “Giù il sipario” di uno sperduto teatrino parrocchiale.


Autore: Giorgio Lisi

Riminese, 55 anni, laureato in lettere, arriva alla politica dalla militanza nell'associazionismo cattolico (in specie attività e iniziative culturali, tra cui il "Meeting per l'amicizia fra i popoli" di cui è uno dei fondatori). Fa l'amministratore locale per dieci anni (alla Cultura, alla Pubblica Istruzione e ai Lavori Pubblici), poi il Consigliere Regionale e infine, a 43 anni, il Parlamentare Europeo. Ama dire che forse tornerà alla politica attiva quando la monarchia sarà finalmente finita.

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