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Quegli indignati per cui la crisi è sempre degli altri

 – La “questione giovanile” ha riconquistato le pagine dei giornali. Lo scorso weekend si sono succedute le manifestazioni in piazza degli studenti delle scuole e delle università.

Niente di nuovo sotto il sole, ottobre è da decenni il mese più caldo del calendario accademico. Questa settimana, però, a salire alla ribalta sono gli “indignati”, per lo più giovani che faticano a inserirsi nel mondo del lavoro. Il disagio, a dirla tutta, trova conferma nei dati che, nelle stesse ore in cui i manifestanti erano in piazza, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, scandiva al seminario dell’intergruppo parlamentare per la sussidiarietà che si è svolto a Sarteano (Siena): nell’Unione Europea a 15 membri, infatti, tra il 2004 e il 2007 il tasso di disoccupazione è aumentato di 5 punti nella classe di età compresa fra i 15 e i 24 anni, di 3,6 nella classe 25-34 e di 1,8 punti nella classe compresa tra i 35 e 64 anni.
Il contraccolpo della crisi è stato più forte per le nuove generazioni soprattutto in Italia, dove la disoccupazione giovanile è al 27,9%, e in Spagna. Complice la dicotomia del mondo del lavoro, che vede i giovani titolari di contratti a tempo determinato e non rinnovabile, a differenza dei loro padri, forti delle tutele riconosciute dal contratto a tempo indeterminato. Nei primi anni del secolo la flessibilità, tutta versata sul lato dei giovani, ha creato occupazione e opportunità; ma si trattava di una nuova realtà del mercato del lavoro che poggiava su basi poco solide e le imprese in crisi non hanno potuto che concentrare i tagli proprio tra i cosiddetti precari per non affondare.

I motivi per cui si è arrivati a questa situazione sono però molteplici e, cosa davvero preoccupante, pare non siano minimamente presi in considerazione da quanti stanno scendendo per strada in questi giorni.
“Noi non paghiamo la vostra crisi”, ripetono i manifestanti. D’accordo. Ma chi dovrebbe pagare, allora, i baby-pensionati che hanno smesso di lavorare a cinquant’anni? Chi dovrebbe caricarsi dei costi della mobilità e della cassaintegrazione, dei dipendenti pubblici stabilizzati e dei trombati della politica piazzati nelle municipalizzate? Vedere gli studenti manifestare con i sindacati della pubblica amministrazione è sufficiente a convincersi del fatto che chi scende in piazza in queste settimane non ha un minimo di progetto per la società di domani e, ancor prima, non ha capito nulla della crisi. Che, ricordiamolo ancora una volta, è crisi del debito sovrano; è crisi di uno stato schiacciato dal proprio debito e da un livello di spesa pubblica non sostenibile.Se proprio si vogliono cercare i responsabili del tracollo, occorre guardare alla classe politica che ha elargito in decenni di spesa allegra prebende, rendite e sovvenzioni; quindi a chi ha beneficiato delle politiche di tax expenditure.
Accanirsi contro le banche, lo hanno già ben spiegato Mascioletti e Biancotti, non serve a niente. Banche e investitori istituzionali hanno più motivo di preoccuparsi e lamentarsi che ragioni per discolparsi, dato che sono i primi a soffrire e sopportare il rischio di essersi fidati di un pessimo pagatore come lo stato acquistandone i titoli.

Se i giovani temono per il proprio futuro fanno benissimo. Dovrebbero, però, comprendere che lo stato, quello stato da cui sperano di farsi risolvere i problemi, e che invece li ha creati, è inadatto a farsi carico di loro; dovrebbero capire che esso ha già ipotecato il loro avvenire e l’unica speranza è che il libero mercato torni a farsi strada e a creare opportunità anche nel nostro paese.
A tal proposito, sarà il caso che i giovani si facciano trovar pronti. Per molti la disoccupazione e il salario basso sono stati scelte quasi deliberate al momento dell’iscrizione alla scuola superiore o all’università.

Va detto, infatti, che ci sono giovani e giovani. Ci sono settori e impieghi che non subiscono molto la crisi. I laureati in ingegneria o in statistica a tre anni dalla laurea guadagnano in media 1400-1500 euro e conoscono un tasso di disoccupazione pari al 6,3%, più basso della media nazionale e pari alla metà del tasso di disoccupazione generale dei laureati. (fonte: AlmaLaurea
Anche dopo la crisi, l’atteggiamento più sbagliato che può avere una generazione intera è quella di pensare che un pezzo di carta qualsiasi rilasciato dall’università dia diritto ad un posto fisso nella pubblica amministrazione.Che si sia in possesso della laurea o meno, varrebbe la pena forse documentarsi presso la Confartigianato sulle tante occupazioni che secondo un rapporto del 2010 darebbero da vivere a 150 mila lavoratori ma che a cui pochi giovani sono disposti a dedicarsi. Ad esempio, manca l’83% dei 1.500 installatori di infissi di cui necessitano le aziende. Nel settore alimentare, non si riesce a coprire il 39% dei 1.040 posti da panettiere disponibili.

L’ultimo concorso dell’agenzia delle entrate, invece, per 220 posti da assistente, ha registrato oltre 100 mila domande pervenute. Forse che sfornare il pane alle 4 di mattina è meno onorevole che ricevere uno stipendio dall’agenzia delle entrate? Per chi scrive, no.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

12 Responses to “Quegli indignati per cui la crisi è sempre degli altri”

  1. Salvio Di Maio scrive:

    Diego, devi però ammettere che un panettiere ha come unica possibilità di carriera diventare il capo della bottega (e chissà quanti ci riescono), mentre all’agenzia delle entrate un minimo di carriera puoi anche farla, e magari puoi diventare un quadro o un dirigente. E se leggi quanto guadagnano i dirigenti del comune di Milano (http://t.co/QxJjgL5) puoi pensare che all’agenzia di guadagna anche di più

  2. Piccolapatria scrive:

    Dieci e lode per questo scritto. Mi chiedo: quanti giovani 28enni, come l’autore di quest’articolo, stanno in piazza a rivendicare che lo Stato ( ancora!) provveda per loro un reddito garantito, inteso come diritto di cittadinanza?

  3. Roberto Seven scrive:

    Purtroppo non è una posizione condivisibile e, finché i libertari continueranno a sostenere posizioni lungo queste linee, non conquisteranno mai “le menti e i cuori” della gente.
    Prima parte dell’articolo.
    Il debito lo ha fatto lo stato, ma lo ha fatto (non in Italia) per salvare le banche, che hanno svolto attività insostenibili nel lungo periodo, che esse stesse hanno chiesto a gran voce di poter svolgere. Quindi l’origine della crisi odierna è nella liberalizzazione di ciò che non doveva essere liberalizzato.
    Seconda parte dell’articolo.
    In secondo luogo, il problema è proprio che la nostra economia richieda panettieri o installatori di infissi!
    Un paese sviluppato dovrebbe avere bisogno di esperti aerospaziali, di tecnici dei materiali, di ricercatori di nanotecnologie, di farmacologi, di ingegneri gestionali e di economisti aziendali. Il nostro sistema industriale, invece, sta perdendo continuamente terreno nei settori ad alta intensità di lavoro intellettuale. Questo perché le aziende preferiscono stare sul mercato delocalizzando, facendo cartello, investendo nell’immobiliare o in finanza (non tutti ovviamente, per fortuna c’è qualche luminosa eccezione). Il design è visto come il massimo della ricerca possibile. Questa responsabilità cade tutta sulle spalle della classe imprenditoriale italiana.
    Come libertari, dovremmo chiedere che il libero mercato si liberi da questi impedimenti! I lavoratori che protestano, di fatto chiedono queste cose.

  4. Gionata Pacor scrive:

    Roberto Seven? ma che cacchio dici? Quali sono le banche che ha salvato lo Stato italiano? Dove le leggi ste idiozie?
    Il debito pubblico l’ha fatto lo Stato spendendo e spandendo per finanziare clientele, posti pubblici e affari degli amici degli amici.
    In secondo luogo, non si investe in ricerca aerospaziale proprio perché bisogna pagare gli stipendi agli statali. Ma anche se si investisse in ricerca aerospaziale si dovrebbe sfornare il pane lo stesso! E, soprattutto il fatto che gli altri non se la sentano di investire in nanotecnologie in un paese che ti prende il 68% degli utili mi sembra una cosa ovvia, e di certo non un buon motivo per rifiutare un lavoro di panettiere se sei disoccupato!
    I lavori che protestano facciano gli imprenditori se pensano di saper fare di meglio, e non cerchino di insegnare agli imprenditori il loro lavoro!
    Se date la colpa alle banche e alle aziende non avete capito niente. Ricordatevi che lo Stato si mangia il 60% del valore del vostro lavoro, mentre le aziende (se fanno utili) al massimo il 5%-6%. Svegliatevi!

  5. Roberto Patrone scrive:

    le banche si sono fidate di un cattivo pagatore?? eh si, è vero, ma lo sapevano benissimo.
    le banche sanno e sapevano benissimo, come tutti gli altri cittadini e forse piu, che il debito pubblico era quel buco nero che era, ma non se ne sono preoccupate minimamente, come la maggior parte dei cittadini.
    Le banche in ogni dove nel mondo, sono conniventi con il potere centrale, con le banche centrali e il potere politico, e se le bolle si sono susseguite nel tempo, dall’IT ai mutui subprime, questa è colpa degli stati, delle banche centrali e delle banche private.
    Ora se è vero che chi manifesta accanto ai sindacati della pubblica amministrazione, evidentemente non ha capito quale sia il problema, è altrettanto vero che discolpare le banche è impossibile, tanto quanto i governi e le banche centrali.
    Pertanto, signori, vediamola tutta la storia, non solo quello che ci fa comodo vedere, da un lato e dall’altro.

  6. Giorgio Gragnaniello scrive:

    Disoccupazione intellettuale e insufficiente richiesta di alcuni lavori (es.: addetti alle mungitrici meccaniche) coesistono in Italia da decenni: c’è una stagionata letteratura d’ inchiesta sull’argomento.Nulla di nuovo né di strano.Il problema come sempre è chi decide cosa : l’ individuo sì, ma in quale libertà di contesto.
    “Strano ” è invece il giudizio di molti intellettuali, autoreferenziatisi liberali, su “queste” banche- verso cui oggi Malagodi, grande liberale di formazione bancaria – troverebbe molto da ridire.

  7. Roberto Seven scrive:

    @Gionata Pacor
    Infatti ho precisato che il salvataggio delle banche non è accaduto in Italia, ma, essendo la crisi del debito globale, anche il debito italiano, che ha una origine differente, ha urtato la soglia di sensibilità dei mercati.
    In secondo luogo, se davvero mancasse capacità produttiva di pane perché la gente non ha voglia di lavorare di notte, e se il libero mercato funzionasse come dicono i libri, ci sarebbe una industria alimentare che dovrebbe occupare lo slot libero, i piccoli in eccesso si ridimensionerebbero e la richiesta di aiuto fornai sparirebbe, sostituita parzialmente da una richiesta di operatori/esperti di preparazioni alimentari.
    In terzo luogo, è vero che le condizioni per fare impresa in Italia sono pessime, ma se si abbandona il paese a se stesso inseguendo la minor tassazione o il minor costo del lavoro all’estero, allora tanto vale attaccare un cartello al Brennero con scritto “Chiuso per fine attività”.

    Io sono uno di quelli che “insegna agli imprenditori il loro lavoro”. Sono un ex dipendente, ora consulente di direzione per la pianificazione ed il controllo. Ho conosciuto forse un paio di centinaia di imprenditori medi nella mia carriera, che avevano difficoltà con la propria azienda. Con i miei colleghi ci scervelliamo a trovare dei piani per rilanciare dei business traballanti in maniera sostenibile nel tempo e ne accompagnamo l’esecuzione.
    La metà delle volte, la risposta è: “Bello, ma è troppo difficile, troppo complesso. Non capisco bene tutti i conti che mi ha fatto vedere, e poi, io ‘ho sempre fatto quel prodotto lì in quel modo là’/’ho sempre venduto così a clienti cosà’ e se devo cambiare tutto, a 60 anni, allora chiudo e investo nel mattone che, si sa, non tradisce mai.
    Ma anche voi che vi inventate queste cose, ma non basterebbe semplicemente comprare in Cina? Ma non basterebbe licenziare la gente che costa di più? tanto una scusa la troviamo!”.
    Ho ovviamente romanzato il racconto, ma non riesco a impedirmi di pensare che l’italia sta in piedi perché c’è l’altra metà degli imprenditori.
    Ecco cosa intendo per responsabilità della classe imprenditoriale.

  8. Diego Menegon scrive:

    Vero Salvio, il circolo vizioso parte da uno stato che reprime l’economia privata e promette rendite nel pubblico. La mentalità delle nuove generazioni (di cui faccio parte) riflette inevitabilmente questa logica.
    Quanto al ruolo del sistema bancario, servirebbero riflessioni ulteriori. Sono da sempre sostenitore delle tesi di Ross Levine, secondo il quale, in sintesi, le banche devono poter fallire. L’attuale connubio tra banche e politica porta a inefficienze e vuoti di responsabilità. In questo momento preciso, però, dovete ammettere che la rabbia degli indignati di varia estrazione non mira a responsabilizzare e emancipare le banche dallo stato, ma a subordinarle ancora di più al volere della politica in nome di interessi “pubblici” percepiti come prevalenti.

  9. Luigi Di Liberto scrive:

    Anche quell’anarcoide di Draghi gli da’ in qualche modo ragione.

    http://notizie.virgilio.it/economia/draghi-giovani-fanno-bene-a-prendersela-con-finanza_157245.html

  10. Elle Zeta scrive:

    A chi sostiene la complicità complottista di banche centrali, stati, spectre varie direi o di portare dei dati a supporto delle proprie tesi o, preferibilmente, studiare, studiare e studiare ancora per provare a capire.

  11. Andrea Ferrari scrive:

    Diego, c’è un grosso bias nel tuo ragionamento, prima parli di “libero mercato” poi però fai un’inversione a U (un pò moralistica) dicendo che i giovani devono andar a far mestieri come il panettiere perché è giusto dimenticando che se ci son lavori che “nessuno” vuol più fare è perché è del tutto evidente che non son pagati adeguatamente, se ragioniamo in termini di mercato.

  12. Piccolapatria scrive:

    *Luigi Di Liberto* Poteva mancare Mario Draghi? E’ stato socio vicepresidente della Goldman Sachs Europa, regnante Prodi consulente della stessa (City-Londra 2002/2005). Se non sbaglio ora un altro Mario (Monti) ricopre altrettanta prestigiosa carica. Pure il signor Gianni Letta ha un incarico…Insomma, uomini d’oro che, stante la loro attività in questa privatissima Banca d’Affari sanno agire con “correttezza e integrità”… così assoluta da non avere alcuna implicazione nelle faccende nere di prodotti finanziari legati a certi “debiti sovrani” europei che tanto sconquasso stanno provocando all’economia reale da vederci tutti, ignari, coinvolti e impotenti di fronte a un disastro forse senza ritorno. E lui dice di comprendere i giovani indignati che protestano! Non ci trova una cinica presa in giro arrogante e spudorata?

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