La RAI è un’istituzione, prima ancora che un’azienda televisiva. I suoi archivi sono un prezioso patrimonio italiano. Nonostante la concorrenza delle tv private e l’emersione di un sistema dell’informazione multicentrico (che va da Internet alla radio, passando per la carta stampata), le sue “arene” e i suoi programmi sono ancora un crocevia importante nella formazione dell’opinione politica degli italiani. Nella diffusione di contenuti sociali e culturali ritenuti meritevoli di sostegno pubblico, nonché nella trasmissione di talune informazioni tecniche di pubblica utilità, la RAI svolge ancora un’importante funzione “infrastrutturale”.

Se quanto scritto sopra è vero, oggi la RAI va sottratta alle grinfie della politica.
L’intromissione dei partiti nella tv di Stato è un’abitudine consolidata della storia repubblicana nazionale, ma con l’attuale governo Berlusconi si è probabilmente raggiunto il punto deteriore: dalla cencelliana spartizione di canali e tg della Prima Repubblica all’occupazione armata, da direttori “non ostili”  a veri e propri uffici-stampa di corte. Dal punto di vista commerciale, poi, la RAI soffre la cappa di una legislazione che non le consente di competere ad armi pari con la sua principale concorrente privata. La politicizzazione delle scelte gestionali (rinunciare a Santoro, per fare l’esempio più eclatante) danneggiano l’azienda quanto nessun competitor potrebbe mai fare. Si aggiunga l’elevata sindacalizzazione e la logica paraministeriale, il quadro è drammaticamente nitido.

C’è chi s’illude che sia possibile – oggi e in Italia – una bonifica della RAI, una sua rinascita sul modello della BBC, una televisione pubblica autenticamente indipendente, distinta e distante dalla partigianeria politica. La BBC è come il re o la regina (da cui è formalmente detenuta): informa, ma non governa. L’unica istituzione italiana forse capace di assicurare alla RAI un buon livello d’imparzialità sarebbe la presidenza della Repubblica. Costituzionalmente, però, il ruolo e le competenze del capo dello Stato italiano mal si concilierebbero con la proprietà formale e la tutela dell’indipendenza della tv pubblica. E il rischio che il “tutelato” (la RAI) finisca per compromettere l’immagine e la neutralità del “tutore” appare elevato.

La strada più opportuna è un’altra: privatizzare l’azienda di viale Mazzini, eliminando il tetto alla raccolta pubblicitaria che oggi la penalizza e assegnando oneri di servizio pubblico (spazi destinati a contenuti di pubblico interesse) a tutti gli operatori televisivi privati, secondo criteri fissati da Governo e Parlamento. Per gli utenti, ciò comporterebbe l’eliminazione del canone e soprattutto la possibilità di godere di un panorama televisivo più libero e plurale, con lo Stato che controlla e non con i partiti che gestiscono. Il servizio pubblico diverrebbe trasversale, diffuso e meglio garantito.
Illudendosi che dopo Berlusconi la RAI diventi magicamente ciò che non è mai stata, nemmeno prima del Cavaliere, vuol dire fare un torto al buon senso e agli italiani.