– “E niente in cambio?”. Così la sindacalista Susanna Camusso si lamentava poche settimane fa dell’iter di innalzamento dell’età pensionabile delle donne per parificarla, anche nel privato, a quella per gli uomini.
No, Susanna. “Niente in cambio”. Ed in queste parole c’è racchiuso non il cinismo della società degli uomini, bensì il senso del fallimento del “femminismo di retroguardia” che proprio la tua generazione di donne “impegnate” e “di sinistra” ha rappresentato.

C’è racchiuso il fallimento dell’infrastruttura istituzionale delle pari opportunità che a partire dagli anni ottanta, tra commissioni, ministeri e sportelli non ha rappresentato altro se non l’ennesimo “costo della politica”.
C’è racchiuso il fallimento della “cultura della differenza” – di quella visione oleografica di un “femminile” che trascenda le dinamiche “maschili” dell’economia e del mercato.

Sul tema dell’età pensionabile, tanto per intenderci, da tempo sarebbero sul tavolo proposte di riforma volte ad utilizzare le risorse ricavate dall’elevazione della soglia anagrafica per le donne per finanziare un nuovo welfare di sostegno alla famiglia in grado di incoraggiare la partecipazione femminile al mondo del lavoro.
Ma queste riforme sono state sempre osteggiate da un “partito delle donne” perfettamente inserito nella cultura politica di questo paese, che è quella di preferire comunque l’uovo (presunto certo) oggi alla gallina (potenziale) domani.Si è preferito capitalizzare politicamente la naturale avversione al cambiamento, piuttosto che cercare di spiegare alle donne il senso dello scambio tra “meno tutele” e “più opportunità professionali”. Si è difesa la trincea fino a bruciarsi la finestra temporale in cui sarebbe stata possibile una seria riforma stile “welfare-to-work” – fino ad arrivare al punto in cui i soldi risparmiati servono in pratica solo per pagare un po’ di interessi sul debito.

Se l’innalzamento a 65 anni dell’età del ritiro fosse avvenuta – che so – quindici anni fa, anziché andare a regime nel 2026, le donne avrebbero ottenuto molto in cambio. Ad esempio un paese con un economia in crescita – mica poco…
E invece “niente in cambio”. Pensioni magre, poche possibilità di lavoro, scarse chances di carriera. E’ questo il triste lascito per le donne di un femminismo conservatore che ha scelto di stare ai diritti delle donne con lo stesso spirito con cui la CGIL sta ai diritti di lavoratori, cioè di coltivare l’illusione che il “benessere” esista a prescindere e che il “gioco” consista nel difendere diritti “acquisiti” e nell’acquisirne di nuovi.

Non funziona così. Niente è scontato – né i posti di lavoro, né gli stipendi, né i soldi con cui vengono pagate le pensioni. Ed in un mondo che cambia sempre più velocemente stare fermi non è una buona idea.
La scelta della “lobby rosa” di puntare tutto in questi anni sulle piccole posizioni di rendita – da un regime privilegiato sulle pensioni, all’affidamento esclusivo dei figli, fino alle “quote rose” – si è rivelata alla prova dei fatti assolutamente perdente, non solo per la sua inefficienza in termini economici, ma anche perché ha portato con sé un’avversione ad accettare la sfida di una società aperta e di un’economia libera.

Eppure solamente liberalizzando e “riaprendo” l’Italia si possono innescare le condizioni per combattere la crisi e per creare quegli spazi e quelle opportunità che possono valorizzare il contributo sociale ed economico di tante donne per le quali il vero “soffitto di vetro” oggi è rappresentato dal fatto di vivere in un paese bloccato ed in declino.