Polonia, il Paese ex-comunista dove il liberalismo piace

– Donald Tusk ha vinto le elezioni in Polonia, alla testa del partito di centro-destra Piattaforma Civica. Ed è già entrato nella storia. E’ la prima volta dalla caduta del regime comunista (nel 1989) che il premier viene rinnovato in due elezioni consecutive. Questo è il motivo principale per cui tutti i mass media parlano di elezioni storiche.

Sarebbero da aggiungere almeno altri tre motivi che rendono questo risultato delle urne polacche ancor più singolare. La Polonia è un Paese ex comunista che ha completamente spazzato via dal dibattito una sinistra post-comunista. Anche in queste elezioni, dopo quelle (sia parlamentari che presidenziali) del 2005, 2007 e 2010, l’Alleanza Democratica di Sinistra (che raccoglie ex e post comunisti, oltre ai socialisti più moderati) è il più piccolo dei partiti, per poco non entrava neppure in Parlamento e comunque non è in grado di influire sulla vita politica del Paese.

Non è sempre stato così. Nel 2001 l’Alleanza Democratica di Sinistra governava con una maggioranza schiacciante (il 41% dei voti, il 2% in più di quelli conquistati domenica da Piattaforma Civica). Nel 2003 il suo premier, Leszek Miller, era diventato famoso in tutto l’Occidente: un leader post-comunista che interveniva in Iraq al fianco degli Usa, sfidando l’aperta ostilità di Francia e Germania pur di mantenere fede al patto appena stretto con le grandi potenze atlantiche. A distruggere completamente la reputazione di Miller e dell’Alleanza Democratica di Sinistra è stato uno scandalo, pressoché sconosciuto in Occidente, noto in Polonia come “affare Rywin”.

Lew Rywin era un lobbista che provò a corrompere l’ex dissidente Adam Michnik, divenuto direttore del quotidiano Gazeta Wyborcza. Gli propose di far passare una nuova legge (in cambio di denaro, ovviamente) che avrebbe consentito all’editore di Michnik di acquistare anche la Tv satellitare Polsat. Michnik denunciò l’accaduto, riuscì a incastrare Rywin, ma non seppe mai se dietro di lui ci fosse una scalata politica, guidata da Miller, o se il lobbista stesse agendo in proprio. Anche se la verità resta tuttora confusa, Rywin è riuscito a trascinare nella sua tomba il governo Miller nel marzo del 2004.

Da allora la Polonia non ha più una sinistra. Difficile che torni ad averne un’altra post-comunista anche in futuro: gli anni della presidenza di Lech Kaczynski (2005-2010) sono stati anche quelli caratterizzati da una maggior sensibilizzazione storica ai crimini dell’ex regime. Sono emersi i nomi delle ex spie, degli informatori (anche nella Chiesa) ed ex persecutori, sono saltate fior di carriere negli impieghi pubblici. Nulla di paragonabile all’impatto nullo che in Italia ebbe il dossier Mitrokhin: in una nazione che ha patito occupazione e dittatura, l’aver collaborato con l’Urss e con il regime provoca tuttora molta indignazione.

In questa tornata elettorale del 2011, l’opinione pubblica polacca era divisa fra due partiti principali, Piattaforma Civica e Diritto e Giustizia, entrambi provenienti dalla galassia Solidarnosc, il grande sindacato cattolico protagonista indiscusso della resistenza anticomunista degli anni ’80. Di fatto queste elezioni sono state una resa dei conti interna al sindacato cattolico e sono state vinte dalla sua corrente più modernista e liberale, guidata da Donald Tusk, ex dissidente e attivista di Solidarnosc esattamente come i suoi avversari.

La seconda “anomalia”, abbastanza evidente, è la nascita di una nuova opposizione laica, provocatoria, liberal-radicale: il Movimento Palikot. Il suo leader, Janusz Palikot, si è subito distinto per una serie di azioni spettacolari. Imprenditore, arricchitosi nel mercato della vodka e dei superalcolici, ha il profilo del candidato libertario ideale. Dal 2005 (quando faceva ancora parte di Piattaforma Civica) ha preso di mira il presidente conservatore Lech Kaczynski, accusandolo di essere un bigotto autoritario. Non lo ha lasciato in pace nemmeno da morto. Dopo il tragico incidente di Smolensk, quando il presidente morì assieme a buona parte della classe dirigente polacca, Palikot insinuò qualche responsabilità del fratello Jaroslaw, con argomenti complottisti e non dimostrati.

Nel 2007 divenne famoso in una conferenza stampa a Lublino: agenti di polizia erano sotto indagine per stupro e lui si presentò ai giornalisti con un enorme fallo di plastica nella mano sinistra e una pistola nella destra, “i veri distintivi della polizia”. In queste ultime elezioni si è ancora distinto per aver candidato un transgender (regolarmente eletto) in prima linea nel suo nuovissimo partito. Ed è chiaro che è pronto a dar battaglia su tutti i temi-tabù della Chiesa cattolica in Polonia.

La formula ha avuto molto successo. Il Movimento Palikot è nato a giugno e in appena quattro mesi ha conquistato il 10% dei consensi, divenendo il terzo partito del Paese. Il fenomeno si spiega abbastanza facilmente: in assenza di un’opposizione post-comunista, il vuoto è stato rapidamente colmato da una nuova forma di contrappeso all’egemonia di Solidarnosc. Una minoranza contestatrice che non ragiona più sul conflitto comunismo-anticomunismo, bensì clericalismo-anticlericalismo.

Terzo aspetto “singolare”, soprattutto per noi italiani, è la vittoria di un candidato con un programma liberale in piena crisi economica. Proprio quando, nell’Ovest e in Grecia, si moltiplicano movimenti populisti contro il capitalismo (dagli Indignados in avanti), la Polonia premia un uomo che ammira Reagan e la Thatcher, vuole privatizzare e deregolamentare. Per di più, una seconda vittoria (dunque una conferma della fiducia al governo) in un periodo in cui tutti i leader europei, da Zapatero a Sarkozy, da Berlusconi alla Merkel, sono in piena crisi di consensi.

Il liberalismo polacco vince, perché funziona. Ha ancora moltissima strada da fare. Secondo l’Indice della Libertà Economica, la Polonia è al 64mo posto. Sempre più libera dell’Italia (che è all’87mo, al pari della Grecia), ma sotto la media europea. I primi anni 2000, dominati dai post-comunisti prima e poi dai cattolici conservatori (statalisti in economia) dei gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski hanno lasciato il segno: le privatizzazioni dei beni e delle aziende statali sono ancora in fase di stallo, il mercato del lavoro ingessato, la burocrazia soffocante, la corruzione è percepita ancora come molto diffusa, tasse e spesa pubblica sono ancora molto alte.

In questi quattro anni di governo, Tusk ha iniziato a fare qualcosa per liberalizzare il Paese: l’Indice della Libertà Economica registra miglioramenti nella libertà di commercio, di investimento, una minor corruzione e una maggior tutela del diritto di proprietà. E la formula funziona: la Polonia ha evitato miracolosamente di subire gli effetti della crisi economica globale, il suo Pil continua a crescere a ritmi molto sostenuti e già si parla di “miracolo polacco”. I suoi cittadini vogliono che continui a fare questi miracoli.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Polonia, il Paese ex-comunista dove il liberalismo piace”

  1. Magni(fico) articolo!

  2. bibo scrive:

    Bellissimo articolo. bravo.

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