di PIERPAOLO RENELLA – Non sarà come passeggiare sulla Croisette e fare shopping nella sontuosa Rue d’Antibes, ma il summit del G-20 a Cannes del 3-4 novembre, come e più di quello di un anno fa a Seoul, potrà rappresentare un momento importante, inviando un segnale forte di unità e di determinazione dei leader mondiali a raggiungere risultati ambiziosi e concreti. I paesi membri hanno da tempo concordato sulla necessità di compiere sforzi concertati per supportare una crescita mondiale forte, sostenibile, bilanciata e inclusiva, per garantire la riforma efficace dei mercati finanziari, mercati delle materie prime più efficienti e riforme appropriate del sistema monetario internazionale.

La sensazione è che finora il G20 abbia camminato come un cieco, cercando di sollevare bene i piedi per non inciampare, ma, ora che l’economia globale sta trasmettendo le onde d’urto emanate dalla crisi finanziaria più severa degli ultimi ottant’anni, è necessaria una risposta forte per evitare che la recessione passi da un’economia nazionale all’altra.
L’agenda economica globale del Forum con la F maiuscola è ricca di temi di rilievo come la creazione di un nuovo sistema di regolamentazione finanziaria internazionale, la modernizzazione delle istituzioni globali come il Fondo Monetario Internazionale, l’azione concreta per affrontare le sfide allo sviluppo dei paesi a basso reddito aiutandoli a rimuovere le strozzature che ostacolano una crescita equa, sostenibile e resiliente.

Prima di entrare nel merito delle questioni, forse vale la pena ragionare sul senso e la funzione del G-20 oggi.
Mentre la globalizzazione ha accelerato il progresso economico e storico dei paesi emergenti, le economie mature si trovano in una fase della loro storia in cui stanno progredendo lentamente, se non per niente. Questi due mondi hanno poco in comune, cosa che rende difficile la cooperazione internazionale per far fronte alle sfide collettive, siano esse finanziarie, ambientali o di natura geopolitica. La globalizzazione è una buona cosa ma non è certamente una panacea e il presente ci insegna che può diventare un veicolo di rapida trasmissione della crisi, soprattutto se i politici fanno scelte sbagliate.

Fatta questa doverosa premessa, il summit di Cannes sarà un successo se i paesi membri coopereranno per invertire la china senza isolarsi dal mercato internazionale.
Chi gioca d’anticipo – e non può non farlo – è l’Europa, o meglio l’asse Parigi-Berlino che – con buona pace del ministro Franco Frattini (al quale andrebbe ricordato che, dal 1989 in poi, il motore dell’Europa è sempre stato l’accordo tra la leadership tedesca e quella francese) – entro fine mese presenterà un piano per risolvere (definitivamente?) la crisi del debito sovrano di Eurolandia e ricapitalizzare a tappeto gli istituti di credito europei. L’economia – è la logica sottostante al piano – può prosperare solo con un sistema bancario stabile e solido e se le banche non vengono aiutate il rischio è quello di dover salvare altri paesi dell’Unione.

Questa situazione ovviamente fa passare in secondo piano l’altra spinosa questione dei venti di guerra commerciale tra gli Stati Uniti e quei paesi – sul banco degli imputati è la Cina – che sostengono le proprie esportazioni tenendo artificiosamente basso il tasso di cambio. L’apprezzamento del dollaro sulle divise di questi paesi e l’impatto negativo sulla bilancia dei pagamenti rischia di mettere in moto una catena di eventi che renderebbero l’economia internazionale di fatto senza timone. E il G-20 potrebbe servire proprio ad abbozzare i lineamenti di un nuovo sistema monetario, di una nuova Bretton Woods, ma per far questo i paesi membri devono far prevalere la stabilità economica internazionale sulle miopi priorità nazionali.

Il G-20 dovrebbe, in definitiva, servire ad evitare il prevalere dello spirito del “si salvi chi può”, devastante per l’economia internazionale. Perché – come hanno scritto tempo fa Ian Bremmer e Nouriel Roubini, rispettivamente presidente di Eurasia Group e docente della New York University – un mondo “G-Zero”, in cui nessun singolo paese o blocco di paesi ha l’influenza politica ed economica o la volontà di guidare un’agenda internazionale, può accelerare i conflitti, il protezionismo e le guerre commerciali, con il rischio di un collasso economico globale.

Questo, in estrema sintesi, è il senso del G-20 armato dell’approccio e della volontà politica giusti.