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Millenaristi alla riscossa al largo della Nuova Zelanda

– E’ un’immane tragedia quella provocata dall’incidente che ha portato il cargo Astrolabio ad incagliarsi sulla barriera corallina lungo le coste della Nuova Zelanda, riversando in mare centinaia di tonnellate di carburante.
Quando accade una simile disgrazia, in grado di sconvolgere un intero habitat naturale popolato da migliaia di specie animali e vegetali, non è semplice mantenere la lucidità nel formulare giudizi ed evitare di abbandonarsi a considerazioni demagogiche, che di certo fanno presa sui più, ma che non rendono giustizia alla realtà dei fatti.
Benché in casi come questo l’opinione pubblica sia, in linea di massima, mossa dalla buona fede, non manca chi specula sulla tragedia per fare proseliti a buon mercato. A pensare male, verrebbe da credere che i fanatici dell’ambientalismo attendano certe disgrazie come la scesa di una manna dal cielo. I movimenti verdi sono già sul piede di guerra, con le puntuali dichiarazioni di Greenpeace e WWF a farla da apripista. E allora giù con le accuse al petrolio e libero sfogo all’utopia dell’energia pulita e alternativa che sostituisca in toto gli sporchi idrocarburi.

Ciò che agli ecologisti e all’opinione pubblica sembra sfuggire, però, è che per quanto possa terrorizzarci e farci sentire impotenti, sin dagli albori la storia è stata segnata da numerose tragedie; imprevedibili, inevitabili e la maggior parte delle volte non riconducibili a cause umane. Se da un lato il progresso tecnico può contribuire ad accrescere il rischio di disastri ecologici, è altrettanto vero che è merito dello sviluppo se la furia di calamità naturali che ieri seminavano morte e distruzione può oggi essere attenuata e talvolta domata.

Quali sarebbero stati gli effetti dei terremoti e degli tsunami che hanno recentemente colpito diversi punti del pianeta, senza l’odierna capacità di soccorrere intere popolazioni con aiuti umanitari, disponibili grazie alla grande abbondanza di risorse generata dallo sviluppo? Quante vittime in più avrebbe causato la carestia che ha seguito lo tsunami dell’Oceano Indiano nel 2004? Quanti più giapponesi sarebbero morti nel terremoto dello scorso marzo senza le innovazioni dell’ingegneria antisismica?

Ogni giorno i cieli sono attraversati da migliaia di aerei di linea, ma nessuno si è mai sognato di fermare il traffico aereo per evitare quei rari incidenti che posso accadere, trascurabili se rapportati al numero di ore di volo annue. Nel caso dei trasporti aerei, dunque, si accetta l’eventualità di sporadici seppur tragici imprevisti. Non si comprende allora perché tale logica non possa essere applica a quei rarissimi incidenti che, ahimé, causano disgrazie ambientali. Ogni giorno migliaia di cargo navigano per i nostri oceani, eppure nella storia le catastrofiche perdite di petrolio in mare possono contarsi sulla punta delle dita.

Una volta Margherita Hack, pronunciandosi in favore del nucleare, ha asserito che gli incidenti e gli errori sono parte inalienabile di qualsiasi processo; se l’uomo avesse storicamente preferito la sicurezza al rischio, sarebbe rimasto a una condizione precedente la rivoluzione neolitica. E’ la capacità umana di sbagliare e correggersi il motore del progresso.

Malgrado gli ecologisti riconducano a colpe umane quanto vi è di più negativo al mondo, non sempre le tragedie possono essere imputate a un uso indiscriminato delle risorse o ai (presunti) cambiamenti climatici. Di certo nel 79 d.C. il Vesuvio non eruttò bruciando Pompei e la natura circostante per le emissioni di CO2. E le cause del terremoto di Lisbona del 1755, che oltre a radere al suolo la città causò ingenti danni ambientali, non furono certo il diesel delle automobili o gli imballaggi di plastica.

Analizzando attentamente il modo di rapportarsi alle catastrofi naturali dei nostri antenati, possiamo osservare che non è poi così differente da quello dei moderni ambientalisti. Entrambi, gli uni attraverso la punizione divina e gli altri attraverso l’inquinamento, riconducono la colpa di ogni male all’uomo, mai alla natura. Pochi hanno compreso che le catastrofi, ci piaccia o no, sono parte della storia e che solo il progresso è in grado di rendere la natura meno ostile e impetuosa. Tuttavia l’ideologia anti-umanista dei verdi, incutendo timore e instillando il senso di colpa negli uomini, impedisce un approccio razionale a temi ormai divenuti tabù.

Pur di ridurre a zero un rischio che in realtà – come testimoniato dal susseguirsi di calamità naturali nel corso della storia – è ineluttabile, gli ambientalisti sarebbero pronti a rinunciare allo sviluppo, e dunque a mettere in discussione le fondamenta stesse della civiltà umana. Insomma, sarebbe bene che l’opinione pubblica desse meno credito a chi, in modo miope e superficiale, vorrebbe buttar via il bambino con tutta l’acqua sporca; o, forse, sarebbe meglio dire “inquinata”.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

4 Responses to “Millenaristi alla riscossa al largo della Nuova Zelanda”

  1. veryjane18 scrive:

    Ma qual’è il problema? In nome degli interessi di qualcuno si dovrebbe rinunciare a chiedere standard di sicurezza maggiori per la salute e per l’ambiente? C’è il diritto a pretendere un miglioramento o dobbiamo dire “eh, sono incidenti che capitano”. Quale beneficio e progresso porta un attegiamento del genere? Purtroppo se non ci sono forze di opposizione, anche con manifestazioni estreme, gli interessi personali prendono il sopravvento a discapito della sicurezza e della salute. Lo vediamo tutti i giorni anche nella nostra vita quotidiana. Ci sono inoltre disastri a cui è più difficile porre rimedio di altri, ma tanto succedono sempre “da qualche altra parte”.
    Credere a chi ti dice che non ci sono alternative è superficiale, anche così saremmo ancora alla preistoria. Esempio recente e attuale: quando definitivamente è stato detto che non si voleva il nucleare, solo allora, al governo se ne sono venuti fuori con “allora bisogna investire sulle energie alternative”. Quando qualcuno si impunta, le alternative saltano fuori.
    Non chiederle nemmeno, è fare un piacere a tutti tranne che a noi stessi.
    Ps. la stessa Hack, a referendum fatto, ha detto che per come vengono fatte le cose in Italia, dare in mano una cosa così delicata come la gestione delle centrali nucleari sarebbe una follia. Adesso ce lo dice!
    Saluti,

  2. Marco scrive:

    Le energie alternative non sono un’alternativa al nucleare sono uno spreco inutile di risorse pubbliche. In pratica un drenaggio forzoso di denaro dai cittadini utenti verso speculatori di ogni tipo.
    Preticamente un reato.

  3. Daniele Venanzi scrive:

    Gentile veryjane 18, non ho affatto detto che non bisogna pretendere maggiori norme di sicurezza; non a caso sembrerebbe che il “naufragio” del cargo in questione sia stato un errore umano e non della nave in sè. Ringrazio invece Marco per aver confermato che al momento (e sottolineo al momento, perchè non sappiamo cosa potrà riservarci il futuro) le energie alternative sono un business per i pochi che riescono a farsi finanziare dagli stati (vedi il recente caso Solyndra e Obama) e rappresentano una pessima allocazione delle risorse, oltre al fatto che non sono sufficienti al fabbisogno energetico

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  1. […] Daniele Venanzi, pubblicato su Libertiamo il 12 ottobre 2011 […]