– Spiegare un Paese senza cadere nelle generalizzazioni è complicato, ma spiegare l’Italia, la nostra Italia, lo è, se possibile, di più. Ancora più complicato, poi, è fare un giornalismo che abbia lo scopo di raccontare non “la” realtà, cosa praticamente impossibile, ma “una” realtà, qualunque essa sia. Non giornalismo obiettivo, che non esiste, perché anche l’obiettività è una scelta ideologica, ma giornalismo completo, aderente ai fatti. Per quanto questi fatti non ci piacciano e per quanto a volte, i fatti stessi, siano scomodi e difficili da accettare anche per chi, come un giornalista, di quei fatti si nutre e da quei fatti è mosso. 
Chi scrive è
(come se questo fosse un marchio registrato, una moda, o entrambi) un “italiano a Barcellona”, trasferitosi nella città catalana ormai in pianta stabile. E racconta questi fatti per esperienza diretta, da giornalista, qual è, e da testimone diretto.

Succede che il 2 Ottobre va in onda una puntata di “Presa Diretta” proprio sulla comunità italiana a Barcellona. Un’attesa durata qualche mese, dato che già dalla primavera si sapeva che la troupe di Rai3 sarebbe venuta in estate per girare uno speciale sugli “italiani a Barcellona”, e che in autunno questo speciale sarebbe andato in onda. La primavera passa, l’estate anche, e arriva l’autunno. E va in onda il famoso speciale. La maggior parte di noi, “italiani a Barcellona”, non può vederlo in diretta, e se lo fa raccontare dai suoi parenti a casa. Che, subito, iniziano a tempestarlo di sms: “programma bellissimo, vivete in un Paradiso, vogliamo trasferirci anche noi lì”. Insomma, il Paradiso in terra, a solo un’ora d’aereo dalla nostra sventurata Italia.

Succede però, anche, che molti di quegli “italiani a Barcellona” vedono la puntata il giorno dopo, e non rimangono così entusiasti. Rimangono, anzi, piuttosto interdetti. Come se quel programma non raccontasse la loro vita quotidiana. Come se ciò che hanno visto non li rappresentasse fino in fondo. Come se fossero finiti dentro una guerra che non vogliono combattere, ultimi giapponesi strumentalizzati a fini di politica interna italiana. Come se, invece di trovare una voce, fossero diventati loro strumento di un’altra voce. Strumenti di un ventriloquo. E queste cose se le dicono subito a stretto giro di blog, con una lettera firmata a Riccardo Iacona, conduttore e anima di “Presa Diretta”.

Chi scrive ha condiviso lo spirito di quella lettera e, pur allergico agli appelli di chi piace alla gente che piace, l’ha sottoscritta. Intendiamoci, non perché Iacona abbia detto falsità. Ha descritto una città meravigliosa, con grande senso civico e spazi per i cittadini, trasporti pubblici che funzionano, qualità della vita altissima, pulizia, decoro. Una grande città europea: libera, aperta, tollerante, internazionale, cosmopolita. Ha descritto storie di persone che ce l’hanno fatta: il giornalista, il fotografo, la scrittrice, il ristoratore di successo. La maggior parte con belle famiglie, bellissime case, terrazze, bambini biondi. Un’avanguardia sociale e culturale di italiani, tutti molto critici con la situazione attuale del nostro Paese, lo è da qualunque parte la si guardi, con le loro storie interessanti da raccontare, le loro case da mostrare, i loro bambini da educare.

Ciò che però più ci ha colpito è stato, per noi che abbiamo sottoscritto quella lettera, ciò che Iacona ha omesso. Vediamole, queste omissioni o imprecisioni, punto per punto.

1) “Il programma rappresenta la realtà degli italiani a Barcellona.”
Quella degli italiani a Barcellona era solo la seconda parte di una puntata che parlava di Italia, della generazione sfruttata, dello stage e del precariato. Gli “italiani di Barcellona”, almeno quelli che quella lettera l’hanno firmata, pensavano che si sarebbe descritta la loro realtà: e invece si sono trovati come pietra di comparazione della durissima situazione italiana. Si è omesso, ad esempio, ogni dato macroeconomico spagnolo. Non si è detto, infatti, che nel Paese c’è circa il 22% di tasso di disoccupazione, che molti giovani spagnoli stanno emigrando, proprio come gli italiani, e che molti italiani che sono venuti qui negli anni del boom hanno perso il lavoro per colpa della crisi e sono dovuti andare via o stanno pensando di farlo.

2) “Qui ho un contatto a tempo indeterminato, in Italia mi offrivano solo stage o contratti a progetto”
Magnificando il “posto fisso” spagnolo, Iacona ha omesso, ancora una volta, di dire che questo è ben diverso dal posto fisso italiano. In Spagna la recente riforma del mercato del lavoro dice che è più facile avere un contratto fisso ed essere assunti perché è più facile licenziare. Le tasse sono più basse ma non si ha liquidazione. In compenso, gli ammortizzatori sociali in caso di licenziamento (il “paro”) funzionano, e consentono a chi rimane disoccupato di avere un tot di tempo (variabile a seconda degli anni lavorati) per cercare un nuovo lavoro con più tranquillità.

Siamo sicuri che molti di quelli che scendono in piazza per difendere i “diritti” (alcuni dei quali noi crediamo siano privilegi inaccettabili) del rigidissimo mercato del lavoro italiano – molti dei quali sicuramente guardano e apprezzano “Presa Diretta” – siano d’accordo con questa concezione del “posto fisso”? Noi siamo per il modello spagnolo, e vorremmo che anche in Italia si aprisse una discussione seria per una nuova legislazione del lavoro che coniughi la flessibilità e le libertà delle imprese con i diritti dei lavoratori e gli ammortizzatori sociali. E crediamo che fare, come si è fatto in “Presa Diretta” una comparazione tra i due modelli senza spiegare i rispettivi costi e benefici sia un’operazione perlomeno scorretta: ancora una volta, la situazione contingente italiana usata come clava e pietra angolare per spiegare, a uso e consumo della propria tesi, la vita degli “italiani a Barcellona”.

3) “Dopo quattro giorni dal mio arrivo a Barcellona ho trovato lavoro senza parlare neanche una parola di spagnolo”.
Ora, questo poteva forse essere possibile anni fa, e infatti chi ha detto queste parole si riferisce agli anni del boom, quando chiunque trovava un’occupazione in poco tempo, quale che fosse. Ma ora, questo non è senz’altro vero. La crisi è tale che molti catalani, pur avendo un titolo di studio, si sono riversati anche su quei lavori, come cameriere e lavapiatti, su cui tradizionalmente si buttavano gli stranieri in cerca di fortuna. “Presa Diretta” omette di dire, tra le altre cose, che in realtà Barcellona e la Catalogna sono un unicum rispetto alla Spagna. E che, a meno che non si lavori per imprese del proprio Paese o multinazionali pensare di avere un lavoro nella fascia alta (servizi e professioni) senza conoscere il catalano – la vera lingua delle elite sociali, politiche e culturali di Barcellona e Catalogna – è praticamente impossibile.

La crisi morde alla gambe, ottenebra le menti, sovrasta i cuori. Ed essendo una situazione di emergenza richiede uno sforzo di comprensione della realtà molto maggiore che in situazioni ordinarie.
Una comunità di decine di migliaia di persone, quali sono gli “italiani a Barcellona”, si dovrebbe prestare a letture complesse, sovrapponibili, contraddittorie.

A Barcellona, tra gli italiani, ci sono gli antiberlusconiani e i berlusconiani, e i comunisti e i liberali, e i cattolici e i radicali, e i progressisti e i conservatori. E ci sono anche, e sono molto ben rappresentati, gli a-berlusconiani e i post-berlusconiani: quelli cioè che si sono stancati di vedersi categorizzare nel mondo come italiani solo in base all’adesione o avversione al nostro Presidente del Consiglio, e che vorrebbero guardare avanti, senza per forza essere trascinati nel presente e nel passato. E a Barcellona, tra gli italiani, ci sono gli” arcitaliani” alla Ferrara e gli “antitaliani” alla Bocca, ma ci sono anche gli italiani e basta, fermo restando che, come disse un ex Presidente della Repubblica in uno dei suoi ultimi, rari momenti di lucidità “italiani sono sempre gli altri”.

E ci sono gli italiani di buon cuore e quelli meschini, quelli che fanno gruppo e gli individualisti, i santi e i puttanieri, i navigatori e gli scarpinatori, quelli che se si riuniscono in due prendono almeno tre posizioni e quelli che fanno dell’unità e della collaborazione tra gli italiani la loro missione. E ci sono quelli che sono venuti a Barcellona per inseguire un amore e quelli che sono andati via dall’Italia per dimenticarne un altro di amore, i “reduci” dall’Erasmus e quelli che l’Erasmus lo stanno facendo, chi si sente italiano e patriota e chi l’Italia vuole fare di tutto per lasciarsela alle spalle. Come in Italia, più che in Italia.

E non c’è solo la Barcellona di Iacona, delle belle terrazze a nord e delle spiagge a sud, della Funiculare del Montjuic e della Sagrada, delle piste ciclabili e dei trasporti perfetti, quella Barcellona che adoriamo e dalla quale, in questo momento, mai ci staccheremmo (soprattutto noi che abbiamo avuto l’opportunità di vivere a Roma). C’è anche, infatti, la Barcellona che Iacona non racconta, la Barcellona delle puttane e dello spaccio a cielo aperto del Raval, degli scippi sulla Rambla, del Gotico preso d’assalto dai “guiri” che lo usano per qualche mese, o anno, e poi lo buttano via, come fosse un vecchio arnese. E c’è la Barcellona dei prezzi tenuti alti apposta per i turisti e c’è la Barcellona dei pisos compartidos fino a 50 anni perché con i tempi che corrono non ci si può permettere una casa in affitto da soli, delle case fatiscenti, dei contratti sottopagati, di chi lavora in nero, di chi sta finendo di prendere il paro e poi non sa cosa farà, di chi vive dignitosamente e di chi, dignitosamente, non riesce a viverci.

E poi c’è la vita dell’emigrante: che anche senza più valigia di cartone e con Skype invece delle lettere vergate con la ceralacca continua a essere, sempre e comunque quella dello straniero. A tratti esaltante, spesso difficile (i saluti sono sempre complicati, quando i cari sono lontani), stimolante e istruttiva, comunque lontana.

Non crediamo che Iacona abbia omesso di dirci tutte queste cose in malafede, perché è un giornalista che stimiamo. E come lui stimiamo la produzione, che abbiamo avuto modo di conoscere. Crediamo si sia fatto prendere però da qualcosa che per un giornalista è fatale: l’ansia del “neofita”, di chi arriva in una città e in una realtà per lui nuova e diversa e ne coglie solo gli aspetti più visibili, luminosi, risplendenti, senza andare a fondo e vedere che, dietro il trucco sfatto del pagliaccio che sorride, spesso c’è un mare di solitudine e angoscia esistenziale.

Noi non crediamo di essere migliori degli italiani che decidono di rimanere in Italia. Dopotutto, siamo dei disertori, perché con le nostre braccia e le nostre menti contribuiamo al Pil di un altro Paese. Siamo dei disertori perché in un altro Paese paghiamo le tasse e spendiamo i nostri stipendi. Siamo dei disertori perché molti di noi, invece della lotta, hanno scelto la fuga. Siamo dei disertori perché ci troviamo in un altro Paese dove abbiamo scelto di vivere, non perché costretti o perché esuli politici, ma perché la vita, con le sue innumerevoli e imprevedibili curve, le discese ardite e le risalite, ci ha portato qui, in un luogo che ci ha accolto e che non vogliamo lasciare.

Ritrovandoci, comunque, a volere sempre bene a un Paese lontano, che spesso non capiamo e dal quale altrettanto spesso non ci sentiamo capiti: un Paese che nonostante tutto amiamo, perché nostro, come i disertori amano l’esercito che hanno lasciato, perché ci hanno passato attimi di vita marchiati a fuoco nei propri ricordi.
Un Paese, l’Italia, che nonostante tutto difenderemo sempre, perché nostro. Che difenderemo sempre, anche – quando è il caso – nei confronti di se stesso.