– Se ogni cosa ha il suo prezzo, non è chiaro in cambio di cosa gli agricoltori italiani dovranno subire una decurtazione tanto significativa dei fondi loro destinati dalla riforma della Politica Agricola Comune. Finora se ne parla solo attraverso stime approssimative e simulazioni, e nei prossimi giorni il quadro sarà più chiaro, ma quel che appare certo è che, nell’ambito della rimodulazione della distribuzione del budget che l’UE destina al settore primario, in Italia arriveranno meno soldi: il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali parla di quasi il 20% in meno.

Non è una sorpresa, sia chiaro, dato che oggi la stessa torta dovrà essere suddivisa in maniera più equa tra più commensali, in primis quei paesi dell’est europeo che, al tempo dell’introduzione del cosiddetto “disaccoppiamento” non facevano parte dell’Unione da un tempo sufficiente perché il calcolo del premio li premiasse in misura soddisfacente, e che questa redistribuzione non poteva non colpire il nostro paese.

Quel che stupisce, però, è che a fronte di una consistente diminuzione del budget a disposizione, gli agricoltori italiani non guadagneranno nulla in termini di libertà di impresa. Anzi, a quel che pare i vincoli saranno ancora più onerosi, e oltre al capitolo degli aiuti allo sviluppo, anche parte degli aiuti diretti sarà condizionata dall’adozione di pratiche agricole ecosostenibili (o presunte tali, come abbiamo visto in passato). Più burocrazia per le aziende, più vincoli, più intermediazione pubblica (con tutti i costi che questo comporta), ma meno soldi per gli agricoltori: tutto normale, laddove è uno solo dei due contraenti (l’autorità pubblica) a stabilire sia il prezzo che le condizioni.

Ma se questo segna, definitivamente, il fallimento del modello di rappresentanza sindacale italiano in agricoltura, con le tre confederazioni interessate più di ogni altra cosa a mantenere il ruolo istituzionale di intermediazione tra erogatore dei fondi e beneficiari finali, e quindi tutt’altro che propense a pretendere uno snellimento del carico burocratico e dei vincoli per le imprese, la nuova PAC nel suo complesso sembra destinata a marcare il definitivo scollamento tra l’agricoltura europea e il mercato globale.

Oggi tendiamo a dare il cibo per scontato, e questo ci permette di concentrare la nostra attenzione su altri problemi, trascurando la produttività. Il fatto però è che la dinamica dei prezzi delle materie prime agricole degli ultimi anni indica che non c’è proprio nulla di scontato in termini di sicurezza alimentare, e l’obbiettivo di raddoppiare la produzione agricola nei prossimi decenni, per venire incontro alle sfide della demografia e dello sviluppo dei paesi emergenti, non si persegue con le chiacchiere. E sono sfide che gli altri continenti hanno già raccolto da tempo, attraverso la libertà d’impresa, l’innovazione e la tecnologia, mentre noi continuiamo a baloccarci con la strenua difesa di rendite acquisite e protezionismi variamente mascherati dietro il velo sempre più logoro della sostenibilità ambientale.

E a farne le spese saranno gli agricoltori europei, in primis quelli italiani, se non saranno in grado di tornare a chiedere, attraverso nuove forme di rappresentanza, deregulation e libertà di intraprendere e di rischiare. Se non riusciranno a scrollarsi di dosso l’enorme apparato parassitario che mortifica il loro lavoro ma vive del loro lavoro, concedendo in cambio molto poco e sempre meno.