– Che le crisi economiche inneschino disagio sociale, e che il disagio sociale inneschi proteste di piazza, non è cosa nuova. Può essere, laddove si escluda il ricorso alla violenza, un fenomeno sano: un segnale di partecipazione, un mezzo d’impatto per controllare e criticare l’operato dei decisori. È tanto più legittimo quanto più questi ultimi mettono in atto politiche irresponsabili, volte al perseguimento di interessi personali, lontane dal mandato elettorale.

In Italia le precondizioni per questo tipo di protesta ci sono tutte: il governo in carica ha fatto ben poco per stimolare la crescita, contenere il debito, ridurre la pressione fiscale, eliminare le rendite di posizione, dare prospettive alle nuove generazioni. Si è distinto per politiche orientate al consenso, al breve termine, evitando per molto tempo di mettere mano alle necessarie e impopolari riforme strutturali. E tacciamo qui dei siparietti boccacceschi.

Eppure, gli studenti che hanno riempito le strade italiane negli scorsi giorni non hanno gettato monetine contro i palazzi governativi, non hanno parlato di legge elettorale, delle cento manovre economiche estive, della disoccupazione al Sud, della criminalità organizzata. Hanno esposto striscioni contro “gli squali della finanza” e gettato uova contro la sede di Moody’s. Il peggio? Gli slogan sembravano scritti da Borghezio. Le agenzie di rating “gettano la gente sul lastrico per una c*zzo di letterina”, i mercati sono “affamatori di popoli”.

L’esponente leghista, nei suoi numerosi interventi al parlamento europeo, ha più volte usato lo stesso linguaggio nel denunciare gli orrori del misterioso gruppo Bilderberg e dell’ancor più misteriosa commissione trilaterale. Per qualche motivo, poi, andavano per la maggiore tra i manifestanti gli striscioni “Not our debt”. Ah no? E che ne vogliamo fare dello stock di titoli di Stato in circolazione, regalarlo alla Sierra Leone?

Il momento è delicato. Si diffonde a destra e a manca, qui sulla cenere di fantasie autarchiche (eventualmente, padane) e là sulla brace dell’antimondialismo (nonostante tutto, idem), una tendenza a cercare il capro espiatorio nei soliti banchieri senza cuore, nella globalizzazione e in grandi manovratori maligni, responsabili ottimali in quanto inesistenti. Questo non può che risultare gradito agli immobilisti di governo, i quali non vengono mai portati sul banco degli imputati per la dimostrata incapacità di ottenere la fiducia dei mercati con una serie di decisioni conseguenti, stabili e orientate alla ripresa.

Le implicazioni internazionali sono ancora più stupefacenti: chi dipinge la Grecia come vittima della cinica e brutale finanza è di fatto complice di una banda di ladri istituzionali che non ha esitato a falsificare i conti pubblici, mentire alla popolazione, approfittare dei vantaggi del progetto europeo senza rispettarne le regole. È ingiusto che siano i cittadini comuni a pagare il conto, soprattutto se socialmente deboli; è però altrettanto ingiusto spostare le responsabilità degli ex governanti ellenici su un qualche asse sovranazionale mosso da motivazioni inconfessabili.

Senz’altro il sistema va riformato. L’attività delle agenzie di rating va regolamentata; sono allo studio da mesi misure in questo senso
, a cui le nuove autorità di controllo europee stanno offrendo un solido contributo tecnico. Occorre eliminare gli incentivi perversi per cui i valutatori vengono retribuiti dai valutati. È tempo di definire in maniera più chiara quali siano gli obblighi di reciproca solidarietà tra paesi europei, in modo da salvare l’Unione senza introdurre ulteriori elementi di azzardo morale.

Le procedure di coordinamento tra Stati devono essere migliorate
; la linea che separa la tutela dell’interesse nazionale, e quello degli operatori privati in ogni singolo Stato, dal contributo alla costruzione comune dev’essere definita in maniera più comprensibile e più democratica.

E, per quanto questo suggerimento ai nostri lettori possa risultare sgradito, è necessario anche riflettere sul contenuto informativo delle quotazioni di borsa; un eccessivo peso di movimenti speculativi snatura il senso dei prezzi, che dovrebbero informare gli investitori sul valore intrinseco dei titoli nel medio periodo, ma finiscono talvolta per riflettere meccanicamente valutazioni orientate al profitto giornaliero o settimanale.

Tutto questo è dovuto e urgente. Occorre però tenersi lontani, lontanissimi da tentazioni populist
e, anti-europeiste, e dalle annesse pulsioni luddiste e atavistiche, che sfogano magari tensioni emotive ma non risolvono nulla.

Una volta abbattuto il nemico immaginario, infatti, le difficoltà persistono; anzi si aggravano, perchè non mancheranno mai fazioni disposte a cavalcare la tigre dell’insoddisfazione
, sventolando drappi ideali che sottendono solo ulteriori brame di potere. È il momento di lavorare con responsabilità su questioni tecniche faticose e complesse, su compromessi politici difficili e nuovi.

Non è il caso di perdere tempo tracciando sugli ascensori il simbolo di “V per Vendetta”: che poi, ragazzi, ma vi pare di andare a prendere bandiere di lotta anticapitalista da un film prodotto dalla Warner Bros, che magari avete visto l’altro ieri sull’iPad? Dobbiamo venire noi liberali un po’ vintage a raccomandarvi qualche pellicola indipendente?