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La Repubblica fondata sulla disoccupazione

– Nel Paese in declino culturale e socio-economico la disoccupazione è un problema fra i problemi.
Gli anni del boom sono ormai lontani: sono una pagina felice di una nazione che sembra aver smarrito non soltanto la via ma anche i referenti, le guide, per provare a ritrovarla. L’incerta politica degli ultimi anni, alla fine di una parabola annunciata, ha provato a sopravvivere. Rimandando all’infinito, sempre, i temi davvero centrali. Giustificando le criticità del Paese con quelle europee. Così è stato per la disoccupazione.
Poco prima della metà di Settembre l’Economist è uscito con una copertina dedicata alla ricerca del lavoro, The quest for jobs. Il settimanale economico inglese si è occupato del mercato del lavoro soffocato dagli elevati livelli di disoccupazione, con 44 milioni di persone senza impiego nei paesi Ocse: una cifra che equivale alla popolazione di uno stato come la Spagna.

Il tema del mercato del lavoro è stato ripreso dallo Special Report The future of jobs. Diversi grafici mostrano la distribuzione della disoccupazione nel mondo per fasce d’età, chi sono i principali datori di lavoro, qual è il tempo medio di attesa per Paese prima di trovare un nuovo impiego dopo il licenziamento.
Nonostante Keynes nel 1930 avesse profetizzato per i suoi nipoti un futuro libero dallo spettro della disoccupazione involontaria, all’alba del ventunesimo secolo i senza lavoro si contano a milioni, in tutto il mondo industrializzato.

Insomma il problema è certamente continentale. Ma è dannoso continuare a guardare lontano, evitando di prestare l’attenzione dovuta ad un castello di carta che sta cadendo, come dimostrano chiaramente statistiche e relazioni. Naturalmente tutte senza alcun seguito reale. Che vada al di là di dichiarazioni dettate dal buonsenso, ma quasi mai da una seria analisi.

Eppure il problema che sta drammaticamente implodendo non è recente. In nuce esiste da più di cinquant’anni. Era il 1952 quando, su proposta del socialdemocratico Roberto Tremelloni, venne istituita un’inchiesta parlamentare sulla disoccupazione, con l’intento di indagare uno dei problemi centrali del dopoguerra.

Presieduta dallo stesso Tremelloni, portò a termine una delle più vaste indagini economico-sociali mai realizzate in precedenza, avvalendosi dell’apporto dei più autorevoli economisti e studiosi dell’epoca e della collaborazione di ministeri, enti pubblici e amministrazioni locali. I viaggi, da Nord a Sud, dei parlamentari tradussero in realtà quel “contatto diretto” della “rappresentanza nazionale con le classi più sofferenti” che Giovanni Giolitti nel 1906 aveva indicato come “il mezzo più efficace per dare impulso ad una seria opera di legislazione sociale”.

L’inchiesta era parte di quell’ampio progetto riformatore propugnato dal partito socialdemocratico che aveva come fine promuovere la modernizzazione del Paese e rispondere ai bisogni delle fasce più deboli della società italiana.
Da allora sono mancate serie politiche del lavoro. La situazione è andata lentamente degenerando, con un’evidente accelerazione del fenomeno nell’ultimo biennio. Coinvolgendo senza distinzione categorie anche differenti. Al Nord come al Sud. Come dimostrano implacabilmente le cifre.

Alla fine di agosto una ricerca dell’ufficio studi di Confartigianato, nata dall’elaborazione dei dati del primo trimestre 2011 di Eurostat, ha fornito un quadro desolante del segmento giovanile. In Europa è l’Italia ad avere il più alto livello di disoccupazione. Considerando la fascia di età al di sotto dei 35 anni, sono senza lavoro un milione e 183 mila persone. Il 15,9% del totale contro una media del 15,1% nella zona euro.

I dati diventano ancora più inquietanti spostando il focus sugli under 24. In questo segmento la disoccupazione nazionale raggiunge il 29,6%, circa il triplo di quella tedesca ed una volta e mezzo quella dell’Eurozona. Naturalmente da Nord a Sud la situazione si fa sempre più precaria. Per capirlo basta soffermarsi sulle cifre delle due province in testa ed in coda alla classifica. A Carbonia-Iglesias, in Sardegna, gli under 35 in cerca di occupazione sono il 38%, mentre a Bolzano scendono addirittura al 3,9%.

La crux continua ad essere il mezzogiorno. Un ambito nel quale, alle difficoltà quasi congenite, se ne aggiungono di nuove. Al punto da far prevedere un futuro prossimo ancora più incerto. Alla fine di settembre l’analisi contenuta nel Rapporto Svimez ha ulteriormente allarmato, fornendo nuove cifre, nuove proiezioni, elementi impensabili sulla crisi senza fine del Sud. Una crisi generalizzata che colpisce non soltanto il mondo del lavoro ma anche la demografia.

Negli ultimi dieci anni il Pil nel Sud ha segnato una media annua negativa dello 0,3% e nel 2011 crescerà soltanto dello 0,1%. Senza contare che le manovre finanziarie 2010-2011 peseranno di più nell’area più povera del Paese. Nel triennio 2008-2010 gli occupati sono diminuiti di 533 mila. Di questi, il 60% nel mezzogiorno, nonostante quest’area rappresenti solo il 30% dell’occupazione nazionale.

In compenso dilaga l’economia sommersa. Se nel 2010 il tasso di disoccupazione al Sud é stato in media del 13,4%, cioè più del doppio rispetto al quello del Centro-Nord, bisogna fare i conti con dati regionali che hanno da molto superato il livello di guardia. Con la Campania nella quale è occupato meno del 40% della popolazione in età lavorativa, la Calabria il 42,4% e la Sicilia il 42,6%. Come è immaginabile, passando ad una rilevazione per categorie i problemi aumentano. Solo il 20,4% dei giovani meridionali tra i 15 e i 34 anni ha un lavoro regolare a tempo indeterminato. Considerando anche i precari si arriva al 31,7%. Per il mondo femminile, come noto, il quadro é ancora più inquietante,con un misero 23,3%.

Il lavoro anche in Italia è un assillo, ma al Sud è poco più di un auspicio. Probabilmente è perché si continua a navigare a vista, a ritenere, sulla scia del passato, che la politica assistenzialista costituisca un antidoto. Non riuscendo a capire che questo reiterato rinvio del problema sta inabissando tutto il Sud e con esso l’Italia intera.

Invece bisognerebbe intervenire in maniera radicale, anche indirizzando. Prevedendo un piano di fattibilità nel quale siano chiamati ad agire comparti diversi della società. Il lavoro non viene prodotto dal nulla. E’ l’esito finale di un concorso di politiche; di politiche in tal senso, però, si fatica a vederne traccia.

Sul tema si lanciano grandi proclami, si ostenta una padronanza assoluta. Sfortunatamente quasi mai le cifre segnalano l’inversione del trend.
Certo non nella direzione giusta si muove, ad esempio, il nostro sistema di istruzione. Per l’anno scolastico appena avviato gli iscritti ai licei sono in aumento del 3%, mentre quelli agli istituti professionali sono crollati del 3,4%. Il tutto mentre le imprese italiane denunciano di non trovare il 17,2% della manodopera necessaria. Una contraddizione tutta italiana che si accetta, quasi passivamente, e sulla quale non si interviene. Con un detrimento generale. Unico segnale di segno opposto, del quale però va verificata la concreta validità, è il nuovo regolamento sull’apprendistato, il contratto che favorisce l’ingresso nel mondo del lavoro garantendo la formazione in cambio di condizioni iniziali meno svantaggiose.

Anche le politiche per l’occupazione finanziate dall’Ue per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro dei soggetti svantaggiati sembrano decisamente inadeguate. Forse, non realizzate in loco come si sarebbe dovuto. E’ il caso, tra gli altri, di Lavoro e Sviluppo 4, uno dei progetti finanziati dal Fondo FESR, che si colloca tra gli interventi di politica attiva del lavoro per gli inoccupati e i disoccupati residenti nelle regioni meridionali. Il progetto è promosso dal Ministero del Lavoro e dal Ministero delle attività produttive, gli interventi previsti nel triennio 2009/2011 per sostenere la formazione ad hoc di soggetti svantaggiati sono finanziati per l’80% dai FESR comunitari e per il 20% dall’apposito fondo di rotazione nazionale.

Da una parte inoccupati e disoccupati delle quattro regioni meridionali che abbiano assolto all’obbligo scolastico e che mostrino il desiderio di partecipare a tirocini formativi da svolgere presso imprese ubicate nelle Regioni indicate ovvero nelle altre Regioni italiane e nel territorio UE. Dall’altra le aziende con unità operative nelle quattro regioni del Mezzogiorno e quelle con unità operative nelle restanti regioni italiane con la sottoscrizione di uno specifico accordo. Intorno a loro dovrebbe dispiegarsi il progetto. Cosa che naturalmente non avviene, dal momento che sono intervenuti soggetti terzi che non assicurano la trasparenza di tutte le operazioni e soprattutto il buon esito finale. Naturalmente anche in questa circostanza ad avere la peggio sono i senza lavoro.

I maggiori problemi si concentrano ancora laggiù, al Sud. Dove le infrastrutture sono ancora allo stato “primordiale” e la legge Obiettivo un quasi impalpabile tentativo di modernizzazione. Ma anche dove non si riescono a spendere i fondi europei e i cofinanziamenti nazionali. La disoccupazione fa sempre più male. Sta soffocando quelle regioni ed i suoi abitanti.

Servirebbero molte cose per risalire. Forse basterebbe iniziare dalla legalità, una politica della legalità per rivitalizzare la politica del lavoro. The quest for jobs al Sud come al Nord parta da lì. Da una nuova Legalità.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

2 Responses to “La Repubblica fondata sulla disoccupazione”

  1. Qualsiasi riforma strutturale parte dalla riforma del sistema fiscale. Un sistema con una pressione troppo elevata obbliga ad aggiustarsi (almeno per chi può).
    Due riforme fiscali sarebbero obbligate:
    1. dividendi e reinvestimenti: oggi in Italia è più conveniente portare i soldi fuori da una azienda (in forma di dividendi) che finanziare le aziende con risorse proprie. Si tratta di un assurdo in termini. Al contrario i sistemi fiscali di tradizione anglosassone per le società operanti sul territorio, e non offshore, tassanno maggiormente (come è logico) il dividendo rispetto agli utili accantonati in azienda in attesa di reinvestimento e del finanziamento soci;
    2. introdurre un sistema di tassazione all’americana, con il lordo in busta paga anche per i dipendenti e la possibilità di dedurre dall’imponibile le spese effettuate (facendo in questo modo emerge l’economia criminale che prospera con l’attuale sistema fiscale che incoraggia l’evasione).
    Allo stesso modo avremmo due provvedimenti per lo sviluppo, da un lato, in grado di scongiurare il nanismo delle aziende italiane e, dall’altro, di fare emergere il nero in modo rapido.
    Ma purtroppo la politica italiana dimentica tutte e due le esigenze…
    Saluti
    Michele

  2. lodovico scrive:

    Nel dopoguerra, la questione meridionale, era il latifondo e la condizione sociale e culturale di quelle popolazioni.La mafia era, di norma, percepita in maniera assai diversa. Tremelloni (ancora Tre..) non aveva previsto la nazionalizzazione dell’ENEL , gli errori di programmazione che si sarebbero compiuti con l’avallo della classe politica, l’aumento del debito…….., ma era certo che l’intervento dello Stato avrebbe sanato la triste condizione del Sud.Così non é stato: ora una nuova parola d’ordine ” LEGALITA’ ” E a chi affidare questo compito? Allo Stato ed alla politica. Ecco la novità. Una destra moderna ed europea.

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