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Il processo di Perugia e la giustizia in Italia

– Due ragazzi innocenti potranno finalmente tornare in un posto che temevano di avere dimenticato. Un posto chiamato “casa”.
Così ha deciso la Corte d’Appello di Perugia, ribaltando la pesante condanna (26 e 25 anni) irrogata dalla sentenza di primo grado, la quale si fondava su una prova scientifica e su un impianto accusatorio falsi e lacunosi. L’intera vicenda che ha diviso l’opinione pubblica nelle fazioni degli “innocentisti” (pochi) e dei “colpevolisti” (tanti) si è caratterizzata per la cronica incapacità nel saper scindere la realtà giudiziale dalla realtà fattuale, in barba ai più elementari principi dello stato costituzionale di diritto, del garantismo e del principio penalistico del “in dubio pro reo”. Ci sarebbe tanto da commentare, ma voglio limitarmi a evidenziare gli aspetti più inquietanti, insalubri, raccapriccianti che saltano principalmente all’occhio.

Il processo mediatico e tutto ciò che ne consegue. Ricordate cosa successe pochissimi giorni dopo la tragica notizia della morta di Meredith Kercher? Vi ricordate le baldanzose e pronte dichiarazioni sul fatto che il caso fosse matematicamente “chiuso”, sfoderando chissà quali prove schiaccianti e presentando il martellante teorema-movente del “gioco erotico sfociato in tragedia”, vagheggiando festini a base di droga e sesso che sono rimasti nell’immaginario morboso degli osservatori? Sembrava tutto pronto; c’erano i colpevoli pronti, e Amanda Knox sembrava fatta apposta per quel ruolo.

L’archetipo della villain tanto affascinante quanto letale – nemmeno a farlo apposta – le si cuciva benissimo addosso; la “Foxy Knoxy” americana e di buona famiglia, la manipolatrice ed ammaliatrice di uomini che i media hanno prontamente ed efficacemente dipinto come “bella e maledetta”. C’erano i colpevoli pronti, c’erano i mostri (carini, giovani, fotogenici) da sbattere senza esitazione in prima pagina. E così è stato fatto; si è cominciato a indagare sulla vita privata dei “giovani killer”, lanciandosi in conclusioni deliranti quando non vergognose. Vere e proprie sfilate di “criminologi” ed “esperti” si sono cimentati a go-go nel leggere i moventi dell’omicidio, nel proporre le proprie “chiavi di lettura”, nel decifrare la personalità dell’americana, nel far passare – inequivocabilmente – l’idea che “in fondo-in fondo, sono coinvolti, è inevitabile che siano stati loro”.

Il pubblico è stato solleticato, stuzzicato, trasformando l’esercizio del diritto in una sgangherata partita di calcio e cercando a ogni pié sospinto di piegare il processo agli umori popolari. I media hanno finito per diventatare strumenti processuali a tutti gli effetti, con cui infangare o sacralizzare le figure degli imputati; negli States il caso divenne immediatamente popolare, scatenando una guerra contro la “colpevolista e inquisitoria” giustizia italiana. Un massacro reciproco che è durato per ben quattro anni. Il cui risultato (uno dei tanti) è la rivoltante immagine della folla assiepata fuori dalla Corte d’Appello, intenta a urlare alla vergogna e allo scandalo verso i neo-assolti e i loro legali. Tutti lì. Con il cappio in mano, a cercare “giustizia” a ogni costo, lontani dai dubbi e fondandosi su chissà quali certezze assolute. Dimenticandosi che il fine non giustifica i mezzi, specie nel diritto penale. Dimenticandosi di dubitare. Quei ragazzi portano un marchio d’infamia; essi sono e saranno sempre (senza diritto di difesa) colpevoli. Essi saranno sempre e comunque gli assassini “che se la sono cavata”, i protagonisti di festini orgiastici, i – così sapientemente dipinti – mostri.

Quattro anni. Quattro anni sono un tempo infinito. Quattro anni a fissare la vita che se ne va, le cose che avresti potuto fare ma che non puoi fare, quattro anni tra pareti grigie, sovraffollate, privo della libertà personale. Le porte del carcere si chiusero alle spalle di Amanda Knox e di Raffaele Sollecito nel novembre del 2007, per riaprirsi – nuovamente – solo con questa sentenza. Due innocenti hanno scontato 4 anni di carcere, senza alcun motivo.

Solo io sono colpito da questo dato? Come è possibile tutto questo? Come è possibile che il processo di primo grado e d’appello siano durati – rispettivamente – 14 e 11 mesi, con tanto di pause estive? Una durata mastodontica e incivile, che non è assolutamente giustificata dal processo stesso: una perizia e pochi testimoni. Senza contare che stiamo parlando di un caso “mediatico”, qualcosa che è stato inevitabilmente soggetto a pressioni internazionali, fattore che ne ha accelerato (più o meno significativamente) il procedimento.

Ma chi ha questa “fortuna”? In Italia il 40% dei detenuti è in attesa di un giudizio, e il 50% (basandosi sulle statistiche attuali) verrà proclamato innocente. Knox e Sollecito hanno passato quattro anni dietro le sbarre da innocenti, negli anni migliori della propria vita. Hanno subito un danno indelebile, qualcosa che nessuna somma di denaro (per quanto alta e generosa) potrà mai integralmente riparare. Era davvero necessario disporre la carcerazione preventiva? C’era davvero il rischio di inquinamento delle prove/fuga/reiterazione del reato? O abbiamo un problema di “generosità” nell’uso di tale strumento, che dovrebbe essere considerato un’eccezione e non una regola? Fatto sta che sono tantissime le persone che non raggiungeranno gli “onori” (i vergognosi onori, vista la solfa) della cronaca: migliaia di vittime anonime e silenziose. Persone che preferiamo credere non esistano e considerarle alla stregua di fredde statistiche; persone la cui vita verrà rovinata. Per sempre.

I PM che urlano alla giustizia tradita, che apostrofano i ragazzi come dei veri e propri colpevoli (alla faccia della sentenza, che pare doversi rispettare a targhe alterne) e che si lanciano in dichiarazioni tutte emotive e per niente processuali, sono lo specchio dei problemi italiani sulla giustizia. Un problema che è concettuale e formativo (“spirituale”, einaudianamente parlando), ancor prima che procedurale. Un problema critico, che lascia aperti numerosi interrogativi sul come siano davvero letti attualmente la giustizia e il processo da parte di coloro che il processo devono celebrare. Sia chiaro: la dialettica processuale ha funzionato e si è riusciti a dimostrare che la giustizia italiana è in grado (in virtù della funzione propria del processo d’appello) di tornare coraggiosamente sui suoi passi e di correggere i propri errori, così come si è mostrato l’alto livello qualitativo e l’indipendenza (fattore non da poco, per come è stato osservato e “narrato” il processo) della magistratura giudicante. Tuttavia permane il problema “spirituale” di come il pubblico ministero concepisca l’esercizio del suo ruolo; un problema formativo che dovrebbe (e deve) essere risolto a partire dall’università.

Dall’altro lato, l’ordalia anti-magistratura che è tratto caratteristico del PDL da anni (salvo poi non giungere mai a una seria riforma della giustizia) si è scatenata per l’ennesima volta, con il giovane segretario del PDL che non ha esitato a chiamare in causa le responsabilità dei PM e dei giudici di primo grado. Fermo restando che il procedimento è stato a tratti scandaloso (specie per il livello qualitativo della polizia scientifica e il comportamento dei PM nel dibattimento), Angelino Alfano pare ignorare la ratio sottostante alla funzione e al meccanismo processuale, mostrando un’ignoranza che ha dell’abissale e – insieme – dell’ipocrita. Dell’abissale perché – con tale dichiarazione – sembra quasi implicitamente suggerire che il secondo grado esista unicamente per “convalidare” il primo grado, e non come garanzia per l’imputato. Garanzia che si è rivelata fondamentale. E dell’ipocrita perché, in questi tre anni, la possibilità di ridisegnare la responsabilità civile dei magistrati e di limitare l’uso dello strumento della carcerazione preventiva (ma su questo viene evitato di alzare troppo la voce, beninteso) tramite gli apposti strumenti legislativi l’ha avuta. Nulla di tutto questo è stato fatto, quindi le condanne gratuite e senza prova pronunciate dal Ministro della Giustizia non solo paiono fuori luogo, ma anche ridicole e cialtrone.

Sì. Due innocenti potranno tornare a casa. Ma quei quattro anni di buio, quei metodi seguiti nel processo, quei teoremi costruiti a tavolino, quella demonizzazione degli imputati e quelle frasi peseranno per sempre sullo stato della giustizia italiana (che pure non è perduta), mentre altre mille di queste storie continueranno a consumarsi, lontane dalla luce e dalle urla dei talk-show. Immerse nel buio e nel silenzio. Abbandonate a se stesse. Alla deriva.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

One Response to “Il processo di Perugia e la giustizia in Italia”

  1. luciano pontiroli scrive:

    Ebbene, signor Dubini, il Suo sarebbe un articolo da giurista?

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