Condono sì, condono no, ma serve a qualcosa?

– Condono sì, condono no.
Edilizio o fiscale, oppure sia edilizio che fiscale. I comunicati stampa e le prese di posizione si sono susseguite per tutto il weekend e la maggioranza va avanti in ordine sparso. Palazzo Chigi, Tremonti e la Lega lo escludono, ma altri ministri e esponenti del PdL si dicono più che possibilisti.Non è tanto chiaro l’obiettivo ultimo che giustificherebbe il condono. Potrebbe servire a raccogliere risorse per finanziare le misure che saranno contenute nel decreto sviluppo, in primis il reperimento di risorse per le grandi opere. Al dicastero delle infrastrutture servono 3,8 miliardi di euro per far ripartire l’edilizia scolastica e carceraria, nonché i lavori per il ponte sullo stretto, l’alta velocità Milano-Genova e Treviglio-Brescia, il raddoppiamento della statale di Porto Empedocle e il terzo valico dei Giovi.

Secondo Cicchitto, tuttavia, l’urgenza oggi è ridurre il debito pubblico e una misura una tantum come un condono edilizio e fiscale potrebbe portare qualche miliardo all’erario. Ma già si forma la coda di quanti aspirano a spartirsi il bottino: Maroni chiede un miliardo per la polizia, La Russa per Carabinieri e Forme armate, Gelmini per l’università, mentre Romani reclama dopo essersi fatto sfuggire parte degli introiti derivanti dalla messa all’asta delle frequenze, originariamente destinati allo sviluppo della banda larga.

Da un lato, il condono potrebbe servire a far cassa e contribuirebbe al risanamento delle finanze pubbliche e allo sviluppo del paese se le risorse che ne derivano fossero davvero impiegate per ridurre il debito o alleggerire la pressione fiscale. Dall’altro, si tratterebbe comunque di una sconfitta dello stato di diritto e della legalità. Sembra invece profilarsi la peggiore delle ipotesi. Ossia l’utilizzo degli introiti per non tagliare la spesa pubblica. Mentre i mercati e l’Unione europea ci chiedono di frenare una spesa pubblica folle, che supera il 50% del PIL, la maggioranza si appresta a fare il contrario: finanziare con una misura una tantum voci di spesa corrente.

Una manovra di questo tipo avrebbe effetti devastanti sui mercati. Gli investitori hanno mal digerito i continui ripensamenti del governo durante l’iter di approvazione della scorsa manovra. Soprattutto, hanno constatato una totale incapacità a mantenere l’impegno di ridurre gli sprechi e la spesa della pubblica amministrazione. I vari tagli ai costi della politica presenti nella versione originaria della manovra sono stati pian piano smussati nel testo definitivo. Se domani si ricorresse a un condono per rimpinguare ancora le tasche dei ministeri, anche l’ultimo straccio di credibilità del governo verrebbe meno.

L’ultimo grande condono fiscale e edilizio, se non si vuol contare lo scudo fiscale del 2009, risale al 2003 e fu varato dal secondo governo Berlusconi, sempre con Tremonti a Via XX Settembre. Secondo la CGIA di Mestre, i condoni dal 1973 al 2005 hanno portato alle casse dello stato in totale 104,5 miliardi di euro. Le stime di Fiscooggi sono più prudenti e parlano di introiti per appena 26 miliardi di euro. Ciò che più dovrebbe preoccupare è la costante sopravvalutazione ex ante degli incassi previsti. Puntualmente, le leggi che hanno previsto il varo dei condoni fiscali e edilizi hanno preventivato somme più alte di quelle effettivamente riscosse in seguito.

Il rischio, quindi, è quello di cancellare i tagli alla spesa pubblica trovando una copertura insussistente negli introiti ricavati dal condono. Un modo come un altro per aggirare l’articolo 81 della Costituzione, che prevede la copertura finanziarie delle leggi approvate, e per far crescere ancora un po’ (ché evidentemente non ne abbiamo ancora abbastanza) il deficit di bilancio.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Condono sì, condono no, ma serve a qualcosa?”

  1. alex PSI scrive:

    Una delle ultime carte rimaste in mano al Pdl questa del condono. D’altronde cosa potevamo aspettarci da una coalizione fiaccata da una lotta intestina tra correnti rappresentanti diverse lobbies e corporazioni. Ed è proprio la natura corporativa lobbistica del Pdl berlusconiano il vero ostacolo alle riforme, il partito si sta spacchettando in mille pezzi ognuno rappresentante diversi interessi “particulari”. Gli interessi della nazione sono all’ultimo posto delle priorità del Pdl, tutto proteso a escogitare le giuste mosse per difendere il suo premier dalla partita a scacchi coi magistrati e a recuperare denari per le esigenze di abbattere il debito/pil senza tuttavia pestare i piedi alle lobbies amiche. Non hanno la possibilità di attuare nemmeno la più timida patrimoniale, non hanno forza per attuare le liberalizzazioni delle professioni perchè pesterebbero i piedi ai forensi, un governo uscito dalle scorse elezioni politiche con una maggioranza schiacciante che paradossalmente ora è impotente su tutto, essendosi sfaldato pezzo dopo pezzo. Al premier non resta che il linguaggio calcistico, egli dichiara di aver riaperto la campagna acquisti.Auguri!

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